giovedì 5 luglio 2018

La tattica senza strategia del Governo al Consiglio Europeo

L'atteggiamento politico di Salvini e del Governo sulle migrazioni ha rappresentato senza dubbio un'importante novità nel panorama europeo in grado di modificare profondamente gli equilibri interni riguardo la gestione del fenomeno migratorio: riportare il tema immigrazione sul tavolo con una posizione forte come la chiusura dei porti ha costretto gli egoismi nordeuropei a interrogarsi sulla propria posizione, mandando in crisi il governo tedesco e creando un aspro dibattito in Francia. Sul problema migratorio si concentra la domanda di senso di un'Unione Europea che sta soffocando tra gli egoismi nazionali, primi fra tutti quelli dei governi cosiddetti "progressisti". L'Italia tuttavia, al recente Consiglio europeo, ha peccato di inadeguatezza: alle roboanti dichiarazioni elettorali non ha fatto seguito un atteggiamento coerente, quantomeno su due questioni principali:
1. Il posizionamento dell'Italia in Europa. Il Governo gialloverde ha portato l'Italia in un angolino diplomatico nel consesso europeo: da una precedente posizione di marginalità rispetto al presunto asse franco-tedesco ci si aspettava che saremmo usciti raccogliendo intorno a noi i paesi "sovranisti" in un nuovo asse destinato a modificare la politica europea. La notizia dirompente sarebbe stata lo spostamento dell'Italia (cioé di uno Stato fondatore, terza economia dell'Europa a 27) nel campo cosiddetto Visegrad, guidato da Orban e caratterizzato da una forma di sovranismo tradizionalista. Malgrado le promesse, alla fine è mancato il coraggio, o meglio lo sguardo lungo: il leghismo italiano non si è schierato con i Paesi dell'Est Europa, per interessi tattici riconducibili al ricollocamento dei migranti. La posizione di Orban e compagni, infatti, è in teoria perfettamente in linea con la posizione italiana: tuttavia questa ci danneggia, perché il rifiuto dei ricollocamenti ci impedisce di trasferire i migranti presenti sul nostro territorio o quelli che riescono comunque ad attraccare. Se la geografia ce lo permettesse noi faremmo lo stesso, ma se lo fanno gli altri il cerino rimane a noi e questo spiega perché il governo italiano non si è schierato su quel fronte, almeno per ora. Posizione molto miope.
La stessa che ha portato il governo a un'aggressione diplomatica, anche con toni sopra le righe, contro l'arcipelago di Malta che sui migranti ha la nostra stessa postura e che anzi avrebbe potuto rappresentare un alleato importante in un ipotetico schieramento La Valletta-Roma-Vienna-Budapest-Varsavia. Ma per queste politiche serve visione, coraggio, cultura.
2. La questione delle sanzioni alla Russia. Sfiancato da un braccio di ferro sul tema dei migranti, Conte non ha avuto il coraggio di far seguito alle promesse elettorale di entrambi i partiti di governo su un tema cruciale e fondamentale per la ripresa economica del sistema produttivo: le sanzioni alla Russia per l'annessione della Crimea. Le cronache ci riportano di un voto unanime da parte di tutti i partecipanti (quindi Conte compreso) su questa misura rispetto alla quale tante parole si erano spese nei mesi precedenti (Qui e qui, per esempio).
Le ragioni sono di difficile comprensione: l'unica spiegazione sarebbe potuta essere di compiacere i paesi dell'Est Europa nella costruzione di un fronte comune, ma come sappiamo questo non è ad oggi avvenuto. Più probabilmente, Trump avrà ricordato a Conte che la sovranità italiana è sacra finché non lede gli interessi strategici di Washington...
Ancora più difficile da comprendere è come mai le opposizioni e i giornali stiano tacendo sul tema e non colgano l'occasione per denunciare quello che è il primo tradimento delle promesse elettorali del Governo (per trovare la notizia bisogna leggere i giornali russi).

Tornando all'immigrazione, finito con un nulla di fatto il Consiglio europeo il grosso della battaglia deve ancora arrivare: aspettiamoci nelle prossime settimane un crescendo di tragedie in mare finalizzate a mettere in difficoltà la posizione del governo contro le ONG (come sempre sulla pelle dei disperati africani). In questo frangente l'Italia si troverà sola se non avrà costruito alleanze in Europa, ed è facile prevedere che alcuni rappresentanti del governo a quel punto cadranno nel tranello attaccando in maniera spasmodica e scomposta a destra e a manca, facendo così il gioco di chi li vuole mettere in difficoltà. Le sfiorate crisi diplomatiche con la Libia, la Tunisia e Malta ci hanno dato assaggio di cosa è capace il leghismo in politica estera.

Un altro aspetto da notare sul tema immigrazione riguarda una questione di carattere verbale, e quindi politico. Nella nuova forma di comunicazione inaugurata dagli strateghi social di Salvini - che si fonda sull'uso di concetti semplici(stici) e su un linguaggio volutamente da uomo qualunque, alchimia che incrocia perfettamente la destrutturazione della democrazia dell'era dell'"uno vale uno" - manca completamente l'elemento della compassione.
Ha ragione Fusaro: questa migrazione di massa in verità altro non è che uno strumento con cui il Capitalismo trasporta masse di disperati nei Paesi occidentali al fine di ridurre le tutele sociali e le garanzie riservate ai lavoratori. La nuova tratta degli schiavi, che si serve delle ONG e fa leva sull'umanitarismo di facciata dell'opinione pubblica, è a tutti gli effetti una forma di schiavismo in quanto porta centinaia di migliaia di persone a lasciare la propria terra con la promessa di un futuro migliore, e poi riserva loro un destino di gran lunga inferiore a un parametro minimo di dignità.
Lasciare che queste persone entrino in Italia e poi vengono abbandonate nei campi di pomodori in Calabria, preda di mafie e caporalato, costretti a lavori usuranti e privi di qualunque tutela sociale, non è solidarietà ma complicità con il nuovo schiavismo. Salvini ha fatto benissimo a denunciare questa verità richiamando l'Europa alla propria responsabilità.
Ciò che invece Salvini continua a sbagliare - e che denuncia una certa "cultura" politica cui appartiene - è il fatto che, se è vero che questa gente rappresenta le nuove vittime di una schiavitù orchestrata dal capitale, è anche vero che queste persone sono innanzitutto delle vittime. Dire questo non significa necessariamente lasciare che entrino in Italia senza limiti e che subiscano il trattamento loro previsto; significa però riconoscere loro la dignità di esseri umani, spendere qualche parola in loro difesa, non alimentare l'odio è il disprezzo nei loro confronti con frasi sciocche e becere come "prima gli Italiani", "è finita la pacchia", "non sta a loro decidere dove finisce la crociera", o abomini di questo genere.

Il capitalismo (perché questo è il suo nome) sta cercando di modificare la composizione sociale del popolo italiano per ottenerne il massimo vantaggio, e usa questi disperati come biechi mezzi: i migranti sono le vittime di tutto questo. Dovremmo pertanto far fronte comune assieme a loro, contro chi li tratta come merce costringendoli a lavorare in condizioni che noi giustamente non accetteremmo più.
In questo Salvini preferisce inseguire i mal di pancia dell'uomo qualunque piuttosto che proporre una lettura politica complessa che avrebbe gli stessi identici risultati ma con una forma radicalmente differente; e in politica, più che altrove, la forma è sostanza. Un linguaggio violento e sprezzante forse paga in termini elettorali, ma produce effetti deleterii sull'opinione pubblica: semina zizzania, inasprisce gli animi e fomenta l'odio fra cittadini e immigrati, cioé fra due categorie entrambe vittime dell'operazione di quel qualcuno che vuole reintrodurre lo schiavismo in Europa. E se quel qualcuno esiste, in questo modo si fa il suo gioco.
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