lunedì 27 marzo 2017

Se Fratelli d'Italia decide di ascoltare Diego Fusaro


Da tempo il mondo della destra sembra aver divorziato da quello della cultura in nome di un salvinismo inteso come prassi borghese e reazionaria, fondata sull'estetica immorale di chi per raccogliere voti rinuncia alla sfida della complessità e indugia su rabbia e paura.
L'iniziativa organizzata da FdI sabato 25 marzo sembra segnare un passo in controtendenza.
Cogliendo l'occasione dell'anniversario dei trattati di Roma, il partito ha deciso di confrontarsi finalmente con alcuni tra i più interessanti intellettuali del panorama politico italiano, ai quali è stato chiesto di parlare della propria idea di Europa. Ne è nato un evento intellettualmente vivace, e le personalità coinvolte hanno portato elementi di confronto interessanti. Bene così, se la destra italiana smette di incarnare il malpancismo e si sforza di costruire un paradigma alternativo, credibile e ragionato, può davvero candidarsi a costruire e a guidare un fronte sovranista autorevole su scala europea, senza inseguire i cugini d'oltralpe. La sfida di oggi è però quella di fare tesoro di quanto ascoltato, trasformando il dibattito in stimoli concreti di azione politica, da applicare nella realtà. 
Tra gli interventi uno dei più interessanti è stato quello di Diego Fusaro, una delle personalità più vivaci e preparate di questo nuovo fronte veramente trasversale: nel suo intervento Fusaro ha sottolineato diverse volte come la cessione di sovranità nazionale a organismi tecnocratici e non democratici (BCE in primis) sia null'altro che uno strumento attraverso cui abbattere lo stato sociale, depredare i beni pubblici e soprattutto distruggere i diritti dei lavoratori. La rinuncia a questi diritti - conquistati nei decenni - è dunque nella sua idea un elemento imprescindibile della strategia di subalternità dei popoli ai meccanismi finanziari del nuovo potere tecnocratico (e ovviamente plutocratico). Illuminante.
Il pensiero allora non può non correre all'incomprensibile posizione politica di Fratelli d'Italia sulle tematiche sociali e del lavoro.

Il più infame provvedimento preso dal governo Renzi è stato senza dubbio il jobs act, la riforma del "mercato" del lavoro, che aveva lo scopo di riportare l'Italia nel campo della competitività modificando alcuni elementi ritenuti di ostacolo a questo rilancio.
Le norme principali del provvedimento sono 3:
- l'abolizione dell'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, e quindi l'introduzione del permesso di licenziamento senza giusta causa, anche nei contratti a tempo indeterminato, con una penale massima di due annualità di stipendio;
- l'introduzione del contratto a tutele crescenti e l'abolizione di alcune forme contrattuali;
- l'introduzione dei "buoni lavoro" (i famigerati voucher).
All'atto del voto parlamentare, Fratelli d'Italia si è coerentemente schierata contro questa misura, e a molti è parso che la motivazione di questa contrarietà andasse rintracciata nella tradizione sociale nazionale che distingue la destra italiana dalle altre destre mondiali, perché affonda le proprie radici nella sinistra fascista, nella Carta del lavoro, nell'esperienza corporativa e poi nella storia della Cisnal-UGL, insomma in quella tradizione culturale che voleva coniugare il pensiero tradizionale con tutele dei lavoratori sufficienti a garantire il rispetto della dignità umana. Perché il lavoro è veicolo di dignità, e difenderlo significa difendere l'uomo contro la macchina, la famiglia contro l'ideologia individualista, il sudore contro le macchinazioni del capitale, la produzione contro le speculazioni della finanza. Il fatto che una simile misura provenisse da sinistra faceva onore a una destra schierata in difesa di una visione spirituale dell'uomo.
Tuttavia, nelle ultime settimane i rappresentanti di Fdi sono tornati indietro sul tema in due occasioni, delineando una posizione molto differente.
La prima è stata quando la Corte Costituzionale ha bocciato il quesito referendario proposto dalla CGIL per la reintroduzione dell'articolo 18: in quell'occasione i dirigenti di FdI hanno festeggiato lo "scongiurato pericolo" (sic!) che nello statuto dei lavoratori tornasse questa assurda tutela, che qualcuno ha definito "giurassica": che brutto vivere in un'epoca in cui essere moderni significa ridurre i diritti, invece che estenderli.
La seconda occasione in cui FdI ha espresso la propria posizione sul jobs act è stata quando Gentiloni, accortosi tardivamente dell'assurdità di questo sistema che pur aveva votato, ha deciso di abolire i "voucher", biglietti di sola andata verso la precarietà, strumenti a disposizione anche di datori senza scrupoli e senza alcuna intenzione di riconoscere "giurassici" diritti. Con i voucher si è sdoganato definitivamente il precariato, che Fusaro ha definito "il nuovo proletariato", arricchendo le società di lavoro interinale in nome di una "flessibilità" che lascia morti e feriti, e che per conseguenza ci sta trasformando in un popolo sterile e vecchio.
Ebbene FdI è riuscita a difendere anche questo vergognoso provvedimento renziano, criticando il governo per averlo abolito.

Mi domando: perché schierarsi così apertamente in difesa di una legge fatta da Renzi, caso credo unico nella storia dell'opposizione? Forse per erodere il consenso dell'ultra liberista Salvini, superandolo al centro? Forse nella speranza di non spaventare i grandi imprenditori, di cui si cerca l'appoggio? Forse per attaccare Gentiloni e la CGIL, a costo di difendere Renzi?
E soprattutto, se oggi ci si spende tanto a difendere i due aspetti più infami del jobs act, per quale motivo tattico FdI in Parlamento ha votato contro?
L'impressione è che si navighi a vista, che su questi temi le posizioni vengano assunte per valutazioni tattiche contingenti, e non rispecchino una qualche elaborazione preventiva.
Ma se FdI vuole mantenere la rotta tracciata sabato, quella del confronto positivo e proficuo con la classe intellettuale, è necessario che sospenda la prassi emergenziale e faccia tesoro dei mille stimoli ricevuti, al fine di elaborare una posizione ragionata che sia sintesi non delle esigenze di posizionamento ma piuttosto di una visione del mondo che si inserisce in una lunga tradizione culturale di cui sarebbe colpevole non tenere conto.
Sarebbe bello che il partito si dotasse di una "commissione lavoro", nella quale coinvolgere politici e intellettuali per decidere come combattere la "cinesizzazione" del lavoro e, attraverso essa, i poteri tecnocratici che l'hanno voluta, pianificata e imposta attraverso strumenti vergognosi come il Jobs Act, che smantellano i diritti conquistati dal popolo sovrano sostituendoli con provvedimenti scritti nelle segrete stanze di Francoforte, in nome di una competitività debitocratica che strangola la nostra libertà.
Questo sì sarebbe un bel modo di proseguire il percorso iniziato sabato, e cominciare a parlare - su questo e sugli altri temi - della difesa di una vera sovranità.

mercoledì 8 febbraio 2017

Memento. Michele Pigliucci ricorda i combattimenti per riportare Trieste all'Italia

Tra foibe e insurrezioni per la Venezia Giulia la guerra continuò ben oltre il '45

 



Il 25 aprile fu il giorno delle liberazione. Un giorno felice in cui l’Italia si lasciava alle spalle l’oppressione nazifascista per iniziare una nuova era. Ma a Trieste si combatteva ancora. E si combatterà fino al ’53. La città infatti fu al centro delle mire espansionistiche della Jugoslavia di Tito e si trovò divisa con la divisione dell’Europa in due blocchi contraddistinti.
Se ne è parlato lunedì durante l’incontro, nell’ambito della rassegna Memento, con Michele Pigliucci, autore di “Gli ultimi martiri del risorgimento. Gli incidenti per Trieste italiana del novembre 1953”, interessante ricerca su un capitolo della storia italiana ancora poco approfondito.
Maggio ’45. Trieste è stata appena liberata dai tedeschi, grazie all’azione delle brigate partigiane jugoslave, degli alleati, in particolare inglesi, e dei partigiani italiani del CLN. In particolare a giungere prima nella città furono i titini che, grazie all’appoggio britannico diedero inizio all’occupazione jugoslava. Fino al ’47 quando, con il Trattato di Parigi, la città divenne un piccolo stato indipendente protetto dalle Nazioni Unite, sotto il nome di Territorio Libero di Trieste. Una parte era governata dagli alleati angloamericani, un’altra dall’esercito di Tito.
Per i successivi sette anni i combattimenti continuarono tra chi voleva riportare all’Italia quelle terre volute sin dal risorgimento e gli jugoslavi che miravano al controllo di un importante porto come Trieste. Questi ultimi furono appoggiati, come spiega l’autore dagli angloamericani che vollero così portare Tito dalla propria parte approfittando delle divergenze, all’interno del blocco comunista, tra Jugoslavia e Unione Sovietica.
L’autore, dialogando con il giornalista Marino Pagano, ha dunque ricordato alcuni degli insorti nel nome di Trieste italiana, alcuni degli “ultimi martiri del risorgimento” come li definisce il titolo della sua opera.
Le mire titine sulla regione furono anche la principale causa della tragedia delle foibe, che vide scomparire migliaia di italiani, vittime di un genocidio per decenni dimenticato.
«Fu una tragedia italiana, non solo giuliana. E la presenza di un cittadino di Bitonto, città lontanissima, tra le vittime lo conferma (il riferimento è ad Emanuele Pannone, ricordato da Fiorella Carbone, ndr)» ricorda Pigliucci, sottolineando come è vero che anche l'Italia, sotto il governo fascista, fu responsabile di gravi violenze verso la minoranza slava, ponendo in essere un’italianizzazione forzata, «ma mai ci fu l’intenzione di sterminarla fisicamente».
Nella sua analisi storica l'autore punta anche il dito contro le responsabilità di Palmiro Togliatti e del Pci dell'epoca nel nascondere quelle vicende: «Il Pci incito espressamente ad accogliere gli jugoslavi come liberatori. Quella propaganda fece in modo che quei profughi che fuggivano dalla persecuzione fossero visti come fascisti nel resto d'Italia. Nonostante molti di loro fossero stati anche partigiani antifascisti».
L'incontro, infine, ha visto la presenza anche del consigliere regionale Domenico Damascelli, che ha proposto l'intitolazione ai martiri delle foibe per una strada bitontina.

Articolo pubblicato su dabitonto.com
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