martedì 15 settembre 2015

Un commento (non richiesto) alla Pirandelliana di Marcello Amici



Nella scarsa offerta culturale romana, esistono alcuni appuntamenti che vale la pena frequentare.
Fra questi, nella mia lista personale, si trova la rassegna teatrale Pirandelliana, che si tiene ogni anno a Luglio, ideata e animata da Marcello Amici.
Ci sono due elementi che rendono la Pirandelliana degna di attenzione: innanzitutto il sito scelto, il terrazzo affacciato alle spalle della Basilica dei Santi Bonifacio e Alessio all’Aventino da cui è possibile godere di una vista unica al mondo, aspettando che il sole scompaia e il chiaro buio dell’estate romana permetta alla finzione scenica di avvolgere languidamente il pubblico. Lo sguardo di Roma sembra accomodarsi fra le sedie a osservare fra le scene che prendono vita contro il muro esterno della chiesa.
La seconda ragione per frequentare la Pirandelliana sta nell’opportunità – oramai altrimenti rara – di assistere a una messa in scena rispettosa delle opere di quello che forse è il più grande drammaturgo italiano. Pirandello, che conosceva l’animo umano per esperienza, ha scritto alcune delle pagine più profonde della letteratura italiana: una sua opera, ben rappresentata, è in grado di scombussolare le viscere fragili dell’uomo contemporaneo in maniera più utile e sana di quanto sia in grado di fare qualunque psicologo, che l’animo umano lo conosce s
olo sui trattati.
In questo senso Amici ha sempre rappresentato una garanzia: pur nella povertà scenica giustificata dal luogo inconsueto e sostituita dalla naturale scenografia del paesaggio urbano, le scelte registiche di Amici si sono rivelate quasi sempre rispettose della lettera e della natura dello scritto, spesso altrimenti stuprato e umiliato.
Quest’anno, invece, anche Amici ha ceduto. Avendo deciso di mettere in scena i “Sei personaggi in cerca di autore”, il regista si è infilato forse inconsapevolmente nella trappola tesa dall’autore. L’opera racconta il surreale arrivo, sul palco di un teatro dove si prepara la messa in scena di una commedia, dei personaggi in carne e ossa di un’altra opera, condannati a vagare nella “trappola” di una vita di finzione dall’ostinata resistenza dell’autore, al quale si presentarono e che non volle fissarli in un testo.
Il gioco che si crea fra gli attori, che si cimentano come possono a interpretare le tragedie proposte dai personaggi, e i personaggi stessi, condannati a viverle in un’eternità angosciante, costringe lo spettatore a una violenta ridiscussione della propria condizione, che lo porta a domandarsi quale vita sia la più vera, se quella dietro le “maschere” degli attori professionisti o quella dei personaggi, che le maschere non possono toglierle. Nell’angosciosa ripetizione del dramma, i personaggi denunciano la condanna di ciascuno di noi, costretto dalle circostanze alla recita in ruoli vergognoso, e dai quali quasi nessuno riesce a liberarsi.
Al tempo stesso, su un piano più letterario, Pirandello condanna l’ingerenza dei registi, che si frappongono artificiosamente fra autore e spettatore con tutto il loro carico di ignoranza da autori mancati: incapaci di scrivere un’opera, stuprano e fanno propria quella di qualcun altro, cancellandone spesso ampie sfumature essenziali.
Non a caso Pirandello non lascia nulla al caso: nello scrivere i propri drammi indica con una precisione maniacale tutti i dettagli della scena da preparare, il colore delle pareti, la disposizione degli oggetti, l’orientamento delle stanze… Una precisione che non è virtuosismo letterario, ma al contrario l’essenziale contorno delle cose, fondamentale perché le stesse trasmettano il sapore che l’autore – unico monarca del teatro – ha voluto trasmettere, suggerito a sua volta dalla voce stessa dei personaggi. In questo senso una parete gialla piuttosto che bianca è in grado di cancellare o modificare radicalmente il contesto emozionale dell’opera, trasmettendo sentimenti e sensazioni ad essa alieni.
Questa volta Amici è caduto in questo tranello. Sopraffatto dal delirio di onnipotenza del regista – il cui sguardo è offuscato dai risultati di botteghino – ha così deciso di operare tali e tanti tagli alla scena e all’opera, che l’insieme ne è risultato impoverito, imbastardito, banalizzato da una non richiesta ingerenza.
Sia nelle scene iniziali, infatti, sia nella conclusione, sia nella generale resa scenica dei personaggi coperti da maschere bianche, o nell’apparente (e scontata) omosessualità del primo attore, la regia ha deciso stavolta di interpretare liberamente ciò che è espressamente non interpretabile, se non dal singolo rapporto fra autore e spettatore: rapporto che non prevede libertà, perché deve rendere conto soltanto alla verità delle cose.
Ad Amici, e attraverso lui a tutti i registi, consiglio una più umile fedeltà alla lettera del testo, finanche nelle virgole: il regista di un’opera di Pirandello non può fare scelta migliore che porsi, come il pubblico, a guardare e ad ascoltare, astenendosi dall’intervenire. O finirà per dare ragione a quell’autore che decise di resistere all’insistenza dei personaggi e di non mettere in scritto il loro dramma, per non lasciarlo finire preda dell’arbitrio del primo venuto.
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