lunedì 21 settembre 2015

Nel tempo dello sgretolamento i nuovi eroi sono i traditori


Di solito le Nazioni celebrano il ricordo dei propri eroi. È nel carattere costitutivo della stessa identità nazionale: ricordare il sacrificio di chi ha dato la vita per la Patria è un modo per ricordare ogni giorno quanto costi la propria libertà, e quanto sia importante difenderla ad ogni costo.


A cento anni dalla Grande Guerra ci si aspetterebbe che anche l'Italia facesse questa operazione: si trattò senza dubbio di un enorme massacro, inutile agli occhi di Benedetto XV ma fondamentale per la costruzione di una nazione indipendente e libera, in grado di liberarsi con le armi dal giogo straniero. Per questo sarebbe bello vedere eventi che puntino a rispolverare per i più giovani il ricordo di Cesare Battisti, Enrico Toti, Nazario Sauro, Damiano Chiesa, Fabio Filzi, e dei tantissimi altri ragazzi che, poco più che ventenni, amarono così tanto la Patria da donare ciò che di più caro avevano per la sua libertà. L'esempio di questi uomini normali, trasformati in eroi dalle circostanze nelle quali dimostrarono coraggio, deve indicare ai più giovani la strada da seguire: il sacrificio per difendere ciò che si ama.
In questa nostra epoca triste, invece, si fa il contrario. Non solo mancano completamente occasioni per celebrare i martiri dell'ultima guerra d'indipendenza, ma la Camera ha recentemente votato anche un disegno di legge a mio parere vergognosa. Intitolata “Disposizioni concernenti i militari italiani ai quali è stata irrogata la pena capitale durante la prima Guerra mondiale”, la proposta prevede la completa riabilitazione militare di tutti i soldati italiani fucilati, nel corso della Prima Guerra Mondiale, dai tribunali militari con l'accusa di diserzione, fuga di fronte al nemico, rivolta e ammutinamento. In caso di approvazione tutti i soldati italiani fucilati per aver disertato saranno equiparati agli eroi caduti per l'Italia.
L'articolo 2, in particolare, prevede l'affissione, in un'ala del Vittoriano in Roma, di una targa nella quale la Repubblica "rende evidente la sua volontà di chiedere il perdono di questi nostri caduti".

La proposta è stata approvata alla Camera dei Deputati con un incredibile voto unanime (un solo astenuto).


Ora, è oramai storicamente accertato che i comandi italiani (come quelli tedeschi, austriaci e francesi) si resero responsabili di alcune nefandezze vergognose. Ricordo ancora il racconto di quel generale italiano che, passando in rassegna le truppe, vide un ragazzo che non aveva gettato via il sigaro al suo passaggio, e continuava a fumarlo con una presunta aria di sfida. Il generale lo fece immediatamente fucilare.
Come questo, tanti altri episodi di questo tipo, come la pratica della decimazione, hanno rappresentanto una vera e propria vergogna nazionale, taciuta per troppo tempo.
Ma tutto questo meriterebbe una seria analisi storica, la riapertura dei fascicoli dei tribunali militari e uno studio volto a individuare e condannare a posteriori i responsabili di atrocità: una proposta di legge in questa direzione sarebbe sacrosanta. 
Quella votata dalla Camera invece non si perita di fare questo: intende soltanto riabilitare a livello militare tutti i condannati per fucilazione senza curarsi di comprendere quanti di questi fossero davvero responsabili di codardia, insubordinazione, tradimento. 
A livello culturale significa semplicemente equiparare eroi e fuggiaschi, coraggiosi e codardi, fedeli e traditori, stabilendo il principio che l'eroismo è una scelta inutile, perché tanto anche chi fugge per mettere in salvo la pelle avrà la propria targa al Vittoriano.
L'argomento è stato affrontato da Angelo Panebianco in maniera più autorevole del sottoscritto: vi invito a leggere il suo articolo che riporto qui sotto.

Intanto vi segnalo che, con l'associazione "Comitato 10 Febbraio", abbiamo lanciato una petizione online per chiedere al Senato il ritiro del Disegno di Legge.

Checché ne dica Bertolt Brecht, un popolo che non ha bisogno di eroi è destinato alla morte.


Per firmare la petizione bisogna visitare il sito: http://www.thepetitionsite.com/it-it/947/446/944/ritirare-la-legge-che-equipara-i-disertori-agli-eroi-della-prima-guerra-mondiale./



CENTO ANNI DOPO

La lezione (rimossa) delle guerre

di Angelo Panebianco

Le bandiere nere dello Stato Islamico non sventoleranno mai, o così si spera, a San Pietro e, quindi, non si realizzerà, per la parte che ci riguarda, la profezia attribuita a Maometto: Roma non seguirà Bisanzio, non diventerà islamica. A sua volta, la Libia verrà prima o poi messa sotto controllo senza combattimenti cruenti (ma qui le speranze sono decisamente inferiori), con il disarmo delle milizie armate, da una coalizione internazionale, magari a guida italiana, alleata ai governanti (quali?) locali.

E forse l’Italia continuerà ad avere fortuna: il terrorismo jihadista non ci colpirà. Forse. Nel frattempo, i rumori di guerra restano forti e vicinissimi a noi. Occorrerà restare pronti a tutto per chissà quanto tempo.
In queste condizioni diventa lecita una domanda: che succede quando uno Stato che deve fronteggiare tempi assai turbolenti decide, con atto solenne, di equiparare, civilmente e moralmente, i disertori condannati a morte di una guerra di cento anni prima ai soldati che in quella guerra combatterono e morirono rispettando gli ordini ricevuti? Tale atto solenne significa solo chiudere in un certo modo (discutibile o meno che esso sia) una pagina di storia passata?
O significa anche condizionare e prefigurare il futuro? Se viene stabilito per legge che non c’è differenza, morale e civile, fra colui che si ribellò agli ordini rifiutandosi di combattere e colui che morì combattendo, non si finisce per svalutare l’azione di quest’ultimo?
E non si finisce anche, se non proprio per legittimare la ribellione agli ordini in eventuali future situazioni di conflitto armato, di rendere comunque tale comportamento meno grave, quanto meno sul piano morale? Con una votazione sorprendente (331 sì, nessun contrario, un astenuto), la Camera ha licenziato un testo che ora passerà al Senato per l’approvazione definitiva. Se diventerà legge dello Stato consentirà la riabilitazione dei circa mille soldati italiani che, durante la Prima guerra mondiale, vennero giustiziati dopo un regolare processo oppure passati per le armi per ordine dei loro diretti superiori (in certi casi anche usando l’odioso metodo della decimazione) secondo le regole di guerra vigenti, perché accusati di diserzione, fuga di fronte al nemico o disobbedienza, anche collettiva, ai superiori. Il testo prevede che a quei mille venga restituito l’onore militare equiparandoli ai circa seicentomilacinquecento militari italiani caduti (direttamente in azione, o a causa di malattie contratte al fronte o a guerra finita per le ferite riportate). Il testo prevede anche che venga posta una targa nel Vittoriano nella quale lo Stato, al fine di chiedere perdono, ne ricordi il sacrificio. Non c’è dubbio che, come ha dichiarato il Capo di Stato Maggiore della Difesa, il generale Claudio Graziano, anche i mille furono vittime della guerra. Di fronte a quei soldati, spesso poveri contadini, gente che si ribellava all’idea di partecipare a un conflitto di cui forse non comprendeva scopi e ragioni, non si può evitare di provare umana pietà. Ma il punto è che esprimere comprensione e umana pietà per quei poveri morti è una cosa, tutt’altra cosa è equipararli a coloro che non scapparono, che restarono a combattere e che morirono proprio per questo.
Probabilmente, fra i tanti che alla Camera hanno votato sì a quel testo, solo una piccola parte ne ha compreso implicazioni e risvolti. Un’altra parte, quasi certamente, nemmeno ci ha riflettuto sopra: ha pensato che fosse solo un bel gesto, senza conseguenze pratiche. E forse una terza parte, più cinica, infine, pur capendo benissimo dove si andasse a parare, non aveva interesse a sollevare obiezioni. Dunque, quello stesso Stato che nel centenario dell’entrata in guerra dell’Italia organizza manifestazioni per onorare i propri morti in battaglia e i sacrifici del Paese, ne svuota il significato decretando che coloro che si rifiutarono di combattere sono degni di essere onorati al pari di quelli che morirono armi in pugno. I parlamentari che hanno voluto questo provvedimento intendevano raggiungere, presumibilmente, due obiettivi. Il primo era depotenziare simbolicamente la partecipazione italiana alla Grande Guerra, in nome e per conto di un generico pacifismo cristiano (se si leggono alcuni degli interventi parlamentari a sostegno del provvedimento ciò appare evidente). Non si trattava solo di esprimere un giudizio negativo su quel conflitto ma anche sul ruolo svolto dall’Italia. Altro che celebrare, sia pure con la sobrietà giustamente richiesta da Gian Enrico Rusconi su La Stampa (24 maggio), la vittoria italiana che i nostri soldati di allora, quelli che caddero e quelli che tornarono, fortissimamente vollero. Il secondo obiettivo era più subdolo. Forzando ideologicamente l’interpretazione della Costituzione, attribuendo alla Repubblica un rifiuto della guerra in quanto tale anziché di quelle guerre d’aggressione a cui pensavano i costituenti quando scrissero l’articolo 11, lo scopo, plausibilmente, era di porre un’ipoteca sull’uso, presente e futuro, dello strumento militare, rendendolo più difficoltoso. Se chi diserta ha la stessa dignità di chi combatte, cosa diventa lecito pensare di quelli che, nonostante tutto, scelgono di obbedire agli ordini? E che cosa pensare, poi, di quelli che, rispettando gli ordini, addirittura muoiono in combattimento? Forse il Parlamento farebbe meglio a dedicare un supplemento di attenzione alle implicazioni, simboliche e pratiche, di certe sue scelte.
 
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