martedì 22 dicembre 2015

Tutto passa, e tutto lascia traccia




"Gente che fa buio avanti sera, gente da basto, da bastone, da galera.
Risuona la parola detona rimbomba in me cassa armonica: far fronte e in marcia tra timori sgomenti e baldanza festante.
Certo le circostanze non sono favorevoli, e quando mai?
Bisognerebbe...bisognerebbe niente! Bisogna quello che è, bisogna il presente.

Un contagio dell'anima come pestilenza decreta l'evidente: il tempo che corre, il tempo moderno scivola al piano s'ammassa, s'appiatta, livella l'odierno.
Certo le circostanze non sono favorevoli...

Questo è un buon rifugio in campo aspro, scosceso, eroso e addolcito d'acqua e vento: bastione naturale in prospettiva ariosa.
Terra di passo, di sella, di slitta, mal s'addice alla fretta.
Sa che tutto passa e tutto lascia traccia.

Certo le circostanze non sono favorevoli...

Nato tra i morti, sui monti, vivo sui monti tra i morti e non c'è lama che possa recidere la languida catena generazione su generazione.

Certo le circostanze non sono favorevoli, e quando mai?
Bisognerebbe...bisognerebbe niente! Bisogna quello che è, bisogna il presente."

venerdì 16 ottobre 2015

È colpa mia



È colpa mia se siamo diventati indifferenti, più poveri, più tristi e meno intelligenti.
È colpa mia che non mi curo delle tue speranze, forse perché delle idee non so più che farne.
È colpa mia, non ci avevo mai pensato.
È colpa mia, non presto mai troppa attenzione.
È colpa mia, perché non prendo posizione.
È colpa mia, mi crolla il mondo addosso,
e se ci penso non me ne frega niente.

È colpa mia. Ho aperto gli occhi all'improvviso e ho visto te,
e nessuna spiegazione.
Soltanto quando è troppo tardi ti ricordi ch'è tutto vero. È colpa mia. È colpa mia.
Ho aperto gli occhi all'improvviso e ho visto te, e nessuna spiegazione.
Figlio mio, ci pensi? Un giorno tutto questo sarà tuo.

Neppure se ti vedo piangere riesco ad essere felice.
Neppure se ti parlo veramente quando ti dico che per me non conti niente neppure tu.
È una vita spesa male, ma tanto ormai è finita e lo sai, perché è finita.
Era un autunno mentre l'inverno si avvicina.

È colpa mia, è colpa mia.
È colpa mia se siamo diventati indifferenti, più poveri, più tristi e meno intelligenti.
Perché non mi curo delle tue speranze. È colpa mia se siamo diventati indifferenti
Per piccoli egoismi e altrettante bugie e nessuna spiegazione.
È colpa mia che non mi curo delle tue speranze, per piccoli egoismi
e altrettante bugie e nessuna spiegazione.

Figlio mio, ci pensi? Un giorno tutto questo sarà tuo.

Giulio Favero, Pierpaolo Capovilla 


 

giovedì 8 ottobre 2015

Vuoi bene alle mosche?


Lessi un libro tanti anni fa nel quale l'autore si interrogava su quello strano meccanismo di rimozione che impedisce alla stragrande maggioranza delle persone di comprendere e accettare in maniera neutra che qualcuno possa compiere una scelta etica che preveda di non nutrirsi con i corpi di altri esseri viventi.
In effetti, per motivi a me ignoti, è praticamente impossibile incontrare un carnivoro il quale, dopo aver saputo che non mangi carne, riesca a trattenersi dall'irresistibile tentazione di motteggiare la fettina di fronte a sé con falsi muggiti, o di commentare con raffinate frasi standard tipo "ma neanche il prosciutto?" o ancora "anche io ne mangio pochissima, 2 o 3 volte a settimana al massimo".
Osservo queste persone come in un esperimento sociologico, del quale mi è impossibile capire il senso.
Fra quelli che si spingono poi a indagare le cause di questa "scelta" esistono diverse categorie, di cui si potrebbero scrivere libri interi. Una fra tutte, quelli che sinceramente stupiti domandano: "quindi vuoi bene anche alle mosche?", sottintendendo con questa frase un disprezzo che forse trae fondamento dalla presunzione che per "voler bene" agli animali se ne voglia di meno agli uomini.
Fra tutti i detrattori della scelta vegetariana, costoro sono i più buffi. Nel loro orizzonte non riesce ad affacciarsi l'ipotesi che per rifiutare di ingerire corpi di esseri senzienti non ci sia bisogno di provare per loro un sentimento di ingenua affezione.
Che poi se la vogliamo dire tutta, anche alle mosche si deve voler bene, visto che non mi risulta stia scritto: "E Dio guardò ciò che aveva creato e vide che tutto era buono, tranne le mosche. Egli stesso, infatti, si chiedeva come diamine Gli fossero venuti in mente degli esseri così orribili".


Comunque ho deciso che d'ora in poi inizierò a mangiare le mosche.
A loro non voglio bene.

martedì 29 settembre 2015

Una proposta: reintrodurre la leva obbligatoria sul modello svizzero

Fra tutte le decisioni prese dai governi italiani negli ultimi venti anni, ritengo che la più deleteria sia stata l'abolizione del servizio militare obbligatorio, per due ragioni.


La prima è di carattere antropologico: tutte le società umane prevedono da sempre un rito di passaggio, un momento nel quale i bambini diventano adulti: per alcuni popoli è la prima battuta di caccia, per altri è una particolare prova fisica, per altri ancora è un certo tipo di circoncisione... Sono momenti nei quali l'uomo si confronta con i propri limiti, affronta la paura e il dolore e diventa a tutti gli effetti uomo, riconosciuto dagli altri come adulto in grado di servire la società, accudire e difendere la famiglia, assumere responsabilità.

Il rito di passaggio della società moderna è il servizio militare. Durante questo anno i ragazzi dovevano imparare come possa essere dura la vita lontani dalle comodità di casa: affrontare l'arroganza dei superiori, magari più ignoranti, obbedire a regole che non sempre condividono, compiere sforzi fisici a cui non si è abituati, e soprattutto imparare l'etica del dolore, del dono, del sacrificio, del cameratismo, della fratellanza.
L'abolizione della leva ha rimandato il compito di trasmettere questi valori alla scuola, alla famiglia, alla società "civile" e il fallimento è sotto gli occhi di tutti: le generazioni che non hanno dovuto affrontare la leva sono mediamente più deboli, fisicamente e psicologicamente, più fragili, più insicure, e al tempo stesso indolenti, inerti, annoiate.

La seconda ragione è di carattere sociale: strappati dalle calde comodità della casa dei genitori, con la leva i ragazzi imparavano ad amare la bandiera.
Non si tratta di novecentesche reminiscenze di un nazionalismo oramai retaggio del passato: amare la Patria è un'esigenza quanto mai attuale. Amare la Patria significa amare il sistema di valori di cui siamo portatori, amare il livello di cultura e di civiltà che il popolo italiano ha raggiunto con il sacrificio nel corso secoli.
La leva è stata abolita in un'epoca nella quale il nostro livello di libertà sembrava non dovesse più essere messo in discussione, come se il "cammino della civiltà" non potesse conoscere bruschi strattoni all'indietro, come se l'amore per la libertà non potesse far altro che contagiare di sé i popoli intorno, in un virtuoso e utopico processo di contaminazione positiva.
Oggi la cronaca ci costringe ad aprire gli occhi: ciò che siamo, la nostra libertà, la nostra civiltà, i nostri diritti, è qualcosa che dobbiamo essere pronti a difendere, con tutti i mezzi possibili,
Un esempio: in paesi a noi vicini le donne sono costrette a coprirsi, non hanno accesso alla cultura e non è loro garantita l'autodeterminazione. In altri, dalla parte opposta, il corpo della donna è fatto merce, venduto ai trafficanti di bambini con la vergogna dell'utero in affitto, mortificato dalla prostituzione legalizzata... La nostra tradizione invece ci insegna a rispettare la donna e a riconoscere la perfetta parità tra i sessi, grazie al cristianesimo che per primo ha abolito il diritto al ripudio: "nessuno osi separare ciò che Dio ha unito".

E così la sacralità della vita, la libertà di pensiero, la tutela dell'ambiente, la sussidiarietà, la libertà di culto, l'uguaglianza di fronte alla legge e tutti i valori che abbiamo conquistato con millenni di evoluzione.
Sta a noi difendere questi valori, non permettere a nessuno di metterli in discussione, anzi contagiare il mondo con essi perché rappresentano il massimo livello fin ora raggiunto dalla nostra civiltà umana.

I padri costituenti lo sapevano bene, e introdussero nella Costituzione la difesa della Patria come "sacro dovere del cittadino", perché non si può pensare che sia tutto dovuto, affermato, conquistato e inviolabile, delegando a qualche "professionista" il mestiere di rischiare la propria vita per difendere la nostra libertà.
Parafrasando l'adagio evangelico: "chi non vuole lavorare, nemmeno mangi", bisognerebbe introdurre il principio "chi non vuole difendere la propria libertà nemmeno la eserciti".

Difendere ciò che siamo è quindi dovere morale di ciascuno di noi. Per farlo, si può senz'altro immaginare di reintrodurre la leva con modalità nuove: sarebbe impopolare e forse anacronistico un anno sotto le armi, ma io credo che su questo dovremmo prendere esempio dalla Svizzera.

Secondo l’articolo 59 della Costituzione svizzera il servizio militare è obbligatorio per tutti gli uomini, e volontario per le donne. I riformati sono costretti al pagamento di una tassa d'esenzione, mentre gli abili devono svolgere un addestramento della durata di 5 mesi. Terminati questi, vengono richiamati ogni anno per 3 settimane fino al raggiungimento dell'età prevista (30 o 34 a seconda dei casi).

Si tratta di una modalità molto rispettosa, in quanto non impone lunghi periodi lontani dalle proprie attività ma al tempo stesso costringe tutti i giovani a ricordare, ogni anno, che ciò che hanno è frutto dell'impegno e del sacrificio di chi li ha preceduti, e che sono chiamati allo stesso impegno e allo stesso sacrificio affinché i loro figli ricevano in eredità un mondo libero e bello.


Si tratta di una proposta realizzabile, semplice e molto concreta. Sarebbe bello se un partito la raccogliesse, magari prevedendo l'impiego civile dei soldati di leva, da utilizzare per compiti di pubblica utilità, in maniera da permettere a loro di uscire dalle caserme, e al popolo italiano di ricostruire il legame reciso con il proprio esercito.


lunedì 21 settembre 2015

Nel tempo dello sgretolamento i nuovi eroi sono i traditori


Di solito le Nazioni celebrano il ricordo dei propri eroi. È nel carattere costitutivo della stessa identità nazionale: ricordare il sacrificio di chi ha dato la vita per la Patria è un modo per ricordare ogni giorno quanto costi la propria libertà, e quanto sia importante difenderla ad ogni costo.


A cento anni dalla Grande Guerra ci si aspetterebbe che anche l'Italia facesse questa operazione: si trattò senza dubbio di un enorme massacro, inutile agli occhi di Benedetto XV ma fondamentale per la costruzione di una nazione indipendente e libera, in grado di liberarsi con le armi dal giogo straniero. Per questo sarebbe bello vedere eventi che puntino a rispolverare per i più giovani il ricordo di Cesare Battisti, Enrico Toti, Nazario Sauro, Damiano Chiesa, Fabio Filzi, e dei tantissimi altri ragazzi che, poco più che ventenni, amarono così tanto la Patria da donare ciò che di più caro avevano per la sua libertà. L'esempio di questi uomini normali, trasformati in eroi dalle circostanze nelle quali dimostrarono coraggio, deve indicare ai più giovani la strada da seguire: il sacrificio per difendere ciò che si ama.
In questa nostra epoca triste, invece, si fa il contrario. Non solo mancano completamente occasioni per celebrare i martiri dell'ultima guerra d'indipendenza, ma la Camera ha recentemente votato anche un disegno di legge a mio parere vergognosa. Intitolata “Disposizioni concernenti i militari italiani ai quali è stata irrogata la pena capitale durante la prima Guerra mondiale”, la proposta prevede la completa riabilitazione militare di tutti i soldati italiani fucilati, nel corso della Prima Guerra Mondiale, dai tribunali militari con l'accusa di diserzione, fuga di fronte al nemico, rivolta e ammutinamento. In caso di approvazione tutti i soldati italiani fucilati per aver disertato saranno equiparati agli eroi caduti per l'Italia.
L'articolo 2, in particolare, prevede l'affissione, in un'ala del Vittoriano in Roma, di una targa nella quale la Repubblica "rende evidente la sua volontà di chiedere il perdono di questi nostri caduti".

La proposta è stata approvata alla Camera dei Deputati con un incredibile voto unanime (un solo astenuto).


Ora, è oramai storicamente accertato che i comandi italiani (come quelli tedeschi, austriaci e francesi) si resero responsabili di alcune nefandezze vergognose. Ricordo ancora il racconto di quel generale italiano che, passando in rassegna le truppe, vide un ragazzo che non aveva gettato via il sigaro al suo passaggio, e continuava a fumarlo con una presunta aria di sfida. Il generale lo fece immediatamente fucilare.
Come questo, tanti altri episodi di questo tipo, come la pratica della decimazione, hanno rappresentanto una vera e propria vergogna nazionale, taciuta per troppo tempo.
Ma tutto questo meriterebbe una seria analisi storica, la riapertura dei fascicoli dei tribunali militari e uno studio volto a individuare e condannare a posteriori i responsabili di atrocità: una proposta di legge in questa direzione sarebbe sacrosanta. 
Quella votata dalla Camera invece non si perita di fare questo: intende soltanto riabilitare a livello militare tutti i condannati per fucilazione senza curarsi di comprendere quanti di questi fossero davvero responsabili di codardia, insubordinazione, tradimento. 
A livello culturale significa semplicemente equiparare eroi e fuggiaschi, coraggiosi e codardi, fedeli e traditori, stabilendo il principio che l'eroismo è una scelta inutile, perché tanto anche chi fugge per mettere in salvo la pelle avrà la propria targa al Vittoriano.
L'argomento è stato affrontato da Angelo Panebianco in maniera più autorevole del sottoscritto: vi invito a leggere il suo articolo che riporto qui sotto.

Intanto vi segnalo che, con l'associazione "Comitato 10 Febbraio", abbiamo lanciato una petizione online per chiedere al Senato il ritiro del Disegno di Legge.

Checché ne dica Bertolt Brecht, un popolo che non ha bisogno di eroi è destinato alla morte.


Per firmare la petizione bisogna visitare il sito: http://www.thepetitionsite.com/it-it/947/446/944/ritirare-la-legge-che-equipara-i-disertori-agli-eroi-della-prima-guerra-mondiale./



CENTO ANNI DOPO

La lezione (rimossa) delle guerre

di Angelo Panebianco

Le bandiere nere dello Stato Islamico non sventoleranno mai, o così si spera, a San Pietro e, quindi, non si realizzerà, per la parte che ci riguarda, la profezia attribuita a Maometto: Roma non seguirà Bisanzio, non diventerà islamica. A sua volta, la Libia verrà prima o poi messa sotto controllo senza combattimenti cruenti (ma qui le speranze sono decisamente inferiori), con il disarmo delle milizie armate, da una coalizione internazionale, magari a guida italiana, alleata ai governanti (quali?) locali.

E forse l’Italia continuerà ad avere fortuna: il terrorismo jihadista non ci colpirà. Forse. Nel frattempo, i rumori di guerra restano forti e vicinissimi a noi. Occorrerà restare pronti a tutto per chissà quanto tempo.
In queste condizioni diventa lecita una domanda: che succede quando uno Stato che deve fronteggiare tempi assai turbolenti decide, con atto solenne, di equiparare, civilmente e moralmente, i disertori condannati a morte di una guerra di cento anni prima ai soldati che in quella guerra combatterono e morirono rispettando gli ordini ricevuti? Tale atto solenne significa solo chiudere in un certo modo (discutibile o meno che esso sia) una pagina di storia passata?
O significa anche condizionare e prefigurare il futuro? Se viene stabilito per legge che non c’è differenza, morale e civile, fra colui che si ribellò agli ordini rifiutandosi di combattere e colui che morì combattendo, non si finisce per svalutare l’azione di quest’ultimo?
E non si finisce anche, se non proprio per legittimare la ribellione agli ordini in eventuali future situazioni di conflitto armato, di rendere comunque tale comportamento meno grave, quanto meno sul piano morale? Con una votazione sorprendente (331 sì, nessun contrario, un astenuto), la Camera ha licenziato un testo che ora passerà al Senato per l’approvazione definitiva. Se diventerà legge dello Stato consentirà la riabilitazione dei circa mille soldati italiani che, durante la Prima guerra mondiale, vennero giustiziati dopo un regolare processo oppure passati per le armi per ordine dei loro diretti superiori (in certi casi anche usando l’odioso metodo della decimazione) secondo le regole di guerra vigenti, perché accusati di diserzione, fuga di fronte al nemico o disobbedienza, anche collettiva, ai superiori. Il testo prevede che a quei mille venga restituito l’onore militare equiparandoli ai circa seicentomilacinquecento militari italiani caduti (direttamente in azione, o a causa di malattie contratte al fronte o a guerra finita per le ferite riportate). Il testo prevede anche che venga posta una targa nel Vittoriano nella quale lo Stato, al fine di chiedere perdono, ne ricordi il sacrificio. Non c’è dubbio che, come ha dichiarato il Capo di Stato Maggiore della Difesa, il generale Claudio Graziano, anche i mille furono vittime della guerra. Di fronte a quei soldati, spesso poveri contadini, gente che si ribellava all’idea di partecipare a un conflitto di cui forse non comprendeva scopi e ragioni, non si può evitare di provare umana pietà. Ma il punto è che esprimere comprensione e umana pietà per quei poveri morti è una cosa, tutt’altra cosa è equipararli a coloro che non scapparono, che restarono a combattere e che morirono proprio per questo.
Probabilmente, fra i tanti che alla Camera hanno votato sì a quel testo, solo una piccola parte ne ha compreso implicazioni e risvolti. Un’altra parte, quasi certamente, nemmeno ci ha riflettuto sopra: ha pensato che fosse solo un bel gesto, senza conseguenze pratiche. E forse una terza parte, più cinica, infine, pur capendo benissimo dove si andasse a parare, non aveva interesse a sollevare obiezioni. Dunque, quello stesso Stato che nel centenario dell’entrata in guerra dell’Italia organizza manifestazioni per onorare i propri morti in battaglia e i sacrifici del Paese, ne svuota il significato decretando che coloro che si rifiutarono di combattere sono degni di essere onorati al pari di quelli che morirono armi in pugno. I parlamentari che hanno voluto questo provvedimento intendevano raggiungere, presumibilmente, due obiettivi. Il primo era depotenziare simbolicamente la partecipazione italiana alla Grande Guerra, in nome e per conto di un generico pacifismo cristiano (se si leggono alcuni degli interventi parlamentari a sostegno del provvedimento ciò appare evidente). Non si trattava solo di esprimere un giudizio negativo su quel conflitto ma anche sul ruolo svolto dall’Italia. Altro che celebrare, sia pure con la sobrietà giustamente richiesta da Gian Enrico Rusconi su La Stampa (24 maggio), la vittoria italiana che i nostri soldati di allora, quelli che caddero e quelli che tornarono, fortissimamente vollero. Il secondo obiettivo era più subdolo. Forzando ideologicamente l’interpretazione della Costituzione, attribuendo alla Repubblica un rifiuto della guerra in quanto tale anziché di quelle guerre d’aggressione a cui pensavano i costituenti quando scrissero l’articolo 11, lo scopo, plausibilmente, era di porre un’ipoteca sull’uso, presente e futuro, dello strumento militare, rendendolo più difficoltoso. Se chi diserta ha la stessa dignità di chi combatte, cosa diventa lecito pensare di quelli che, nonostante tutto, scelgono di obbedire agli ordini? E che cosa pensare, poi, di quelli che, rispettando gli ordini, addirittura muoiono in combattimento? Forse il Parlamento farebbe meglio a dedicare un supplemento di attenzione alle implicazioni, simboliche e pratiche, di certe sue scelte.
 
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