giovedì 17 ottobre 2013

Dicesi reato di pensiero

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

Costituzione della Repubblica Italiana, Art. 21
La morte di Priebke, guarda caso nei giorni dell'anniversario del rastrellamento al ghetto di Roma, ha risollevato una volta ancora la questione relativa all'ormai pluridecennale dialogo su genocidio ebraico e sua negazione: stavolta sembra si voglia andare fino in fondo, e dotare la magistratura di uno strumento giuridico che permetta di perseguire quelli che Pacifici ha chiamato i "nipoti di Hitler", ma che in verità molto spesso sono ragazzi magari un po' ignoranti che seguono la moda della contrarietà a qualunque pensiero dominante. Così, in un periodo di crisi gravissima, dopo averci rifilato l'aumento dell'IVA distraendoci con una finta crisi di governo, il Parlamento trascorre le proprie giornate a costruire questo strumento giuridico ritenuto importantissimo. Il testo in questione modifica la legge 654 approvata il 13 ottobre 1975 (anche allora, sull'onda emotiva dell'anniversario del rastrellamento del ghetto di Roma), che prevede la punizione dei reati d'istigazione al terrorismo e di apologia di crimini di guerra.
Il testo in approvazione al Senato prevede ora una modifica sostanziale: "La stessa pena si applica a chi nega l’esistenza di crimini di genocidio o contro l'umanità".
Ora, se l'intento è quello - sacrosanto - di punire l'istigazione all'odio, l'apologia di crimini orrendi, la propaganda di idee di male, di superiorità della razza o di istigazione alla violenza, le leggi già esistono. Ma mi rendo anche conto che in alcuni momenti (come questo?) si debba stringere la vite della repressione, e ribadire con forza un principio condiviso da tutti: i genocidi non si difendono e non si rivendicano, gli uomini sono tutti ugualmente degni e la violenza è male. Siamo tutti d'accordo.
Ciò che non si comprende è con quale diritto uno Stato si permetta di punire chi osi "negare" l'esistenza di qualunque genocidio, o di un crimine contro l'umanità.
Questo significa, per assurdo, che domani si potrebbe essere condannati a 3 anni di prigione per aver pronunciato una frase tipo "Secondo me Milosevic era innocente", oppure "Io penso che Saddam Hussein non fosse così cattivo". Allo stesso modo si dovranno interrompere i contatti diplomatici con la Turchia, e chiudere l'Ambasciata: la conoscenza del genocidio del popolo armeno costringerebbe la magistratura ad arrestare i diplomatici turchi, che da sempre negano questo episodio.
Dirò di più: da presidente del Comitato 10 Febbraio dovrei forse gioire perché con questa legge non sarà più permesso a nessuno studioso negare o sminuire il dramma delle foibe istriane e del conseguente esodo dalla Venezia Giulia! Più che i presunti neonazisti dell'Illinois, a tremare di fronte a questa legge dovrebbero essere Alessandra Kersevan e Claudia Cernigoi, da sempre impegnate per dimostrare - con presunti documenti che sostengono di aver visto, ma che non producono - che i titini non hanno ucciso proprio nessuno nelle foibe, anzi erano praticamente chierichetti in divisa armati di fiori. Il giorno dopo questa legge qualcuno potrebbe denunciare le due storiche per negazionismo delle foibe, e metterle in galera.
Ma non c'è davvero niente di cui gioire. Non vorrei mai che nessuno finisse in galera per colpa delle proprie opinioni, e da storico mi preoccupa moltissimo che si voglia imbavagliare la ricerca con una legge che vieta di dubitare, come nei peggiori regimi (e d'altronde fu proprio il Nazismo, incredibile dictu, a bruciare in enormi roghi i libri proibiti).
Vorrei poter vivere in un mondo nel quale è lecito studiare, approfondire, dubitare, ascoltare, ricercare, discutere e solo così scoprire l'angolo polveroso e buio nel quale si annida la verità storica.
Non so se la conoscete: si chiama libertà.

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