mercoledì 30 ottobre 2013

La vera prigione

Non è il tetto che perde
Non sono nemmeno le zanzare che ronzano
Nella umida, misera cella.
Non è il rumore metallico della chiave
Mentre il secondino ti chiude dentro.
Non sono le meschine razioni
Insufficienti per uomo o bestia
Neanche il nulla del giorno
Che sprofonda nel vuoto della notte
Non è
Non è
Non è.
Sono le bugie che ti hanno martellato
Le orecchie per un'intera generazione
È il poliziotto che corre all'impazzata in un raptus omicida
Mentre esegue a sangue freddo ordini sanguinari
In cambio di un misero pasto al giorno.
Il magistrato che scrive sul suo libro
La punizione, lei lo sa, è ingiusta
La decrepitezza morale
L'inettitudine mentale
Che concede alla dittatura una falsa legittimazione
La vigliaccheria travestita da obbedienza
In agguato nelle nostre anime denigrate
È la paura di calzoni inumiditi
Non osiamo eliminare la nostra urina
È questo
È questo
È questo
Amico mio, è questo che trasforma il nostro mondo libero
In una cupa prigione.


Ken Saro Wiwa

giovedì 17 ottobre 2013

Dicesi reato di pensiero

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

Costituzione della Repubblica Italiana, Art. 21
La morte di Priebke, guarda caso nei giorni dell'anniversario del rastrellamento al ghetto di Roma, ha risollevato una volta ancora la questione relativa all'ormai pluridecennale dialogo su genocidio ebraico e sua negazione: stavolta sembra si voglia andare fino in fondo, e dotare la magistratura di uno strumento giuridico che permetta di perseguire quelli che Pacifici ha chiamato i "nipoti di Hitler", ma che in verità molto spesso sono ragazzi magari un po' ignoranti che seguono la moda della contrarietà a qualunque pensiero dominante. Così, in un periodo di crisi gravissima, dopo averci rifilato l'aumento dell'IVA distraendoci con una finta crisi di governo, il Parlamento trascorre le proprie giornate a costruire questo strumento giuridico ritenuto importantissimo. Il testo in questione modifica la legge 654 approvata il 13 ottobre 1975 (anche allora, sull'onda emotiva dell'anniversario del rastrellamento del ghetto di Roma), che prevede la punizione dei reati d'istigazione al terrorismo e di apologia di crimini di guerra.
Il testo in approvazione al Senato prevede ora una modifica sostanziale: "La stessa pena si applica a chi nega l’esistenza di crimini di genocidio o contro l'umanità".
Ora, se l'intento è quello - sacrosanto - di punire l'istigazione all'odio, l'apologia di crimini orrendi, la propaganda di idee di male, di superiorità della razza o di istigazione alla violenza, le leggi già esistono. Ma mi rendo anche conto che in alcuni momenti (come questo?) si debba stringere la vite della repressione, e ribadire con forza un principio condiviso da tutti: i genocidi non si difendono e non si rivendicano, gli uomini sono tutti ugualmente degni e la violenza è male. Siamo tutti d'accordo.
Ciò che non si comprende è con quale diritto uno Stato si permetta di punire chi osi "negare" l'esistenza di qualunque genocidio, o di un crimine contro l'umanità.
Questo significa, per assurdo, che domani si potrebbe essere condannati a 3 anni di prigione per aver pronunciato una frase tipo "Secondo me Milosevic era innocente", oppure "Io penso che Saddam Hussein non fosse così cattivo". Allo stesso modo si dovranno interrompere i contatti diplomatici con la Turchia, e chiudere l'Ambasciata: la conoscenza del genocidio del popolo armeno costringerebbe la magistratura ad arrestare i diplomatici turchi, che da sempre negano questo episodio.
Dirò di più: da presidente del Comitato 10 Febbraio dovrei forse gioire perché con questa legge non sarà più permesso a nessuno studioso negare o sminuire il dramma delle foibe istriane e del conseguente esodo dalla Venezia Giulia! Più che i presunti neonazisti dell'Illinois, a tremare di fronte a questa legge dovrebbero essere Alessandra Kersevan e Claudia Cernigoi, da sempre impegnate per dimostrare - con presunti documenti che sostengono di aver visto, ma che non producono - che i titini non hanno ucciso proprio nessuno nelle foibe, anzi erano praticamente chierichetti in divisa armati di fiori. Il giorno dopo questa legge qualcuno potrebbe denunciare le due storiche per negazionismo delle foibe, e metterle in galera.
Ma non c'è davvero niente di cui gioire. Non vorrei mai che nessuno finisse in galera per colpa delle proprie opinioni, e da storico mi preoccupa moltissimo che si voglia imbavagliare la ricerca con una legge che vieta di dubitare, come nei peggiori regimi (e d'altronde fu proprio il Nazismo, incredibile dictu, a bruciare in enormi roghi i libri proibiti).
Vorrei poter vivere in un mondo nel quale è lecito studiare, approfondire, dubitare, ascoltare, ricercare, discutere e solo così scoprire l'angolo polveroso e buio nel quale si annida la verità storica.
Non so se la conoscete: si chiama libertà.

lunedì 14 ottobre 2013

Le bbestie der Paradiso terrestre


Prima d’Adamo, senza dubbio arcuno
Er ceto de le bbestie de llà ffori
Fascéveno una vita da siggnori
Senza dipenne un cazzo da ggnisuno.

Ggnente cucchieri, ggnente cacciatori,
Nò mmascelli, nò bbòtte, nò ddiggiuno...
E rriguardo ar parlà, pparlava oggnuno
Come parleno adesso li dottori.

Venuto però Adamo a ffà er padrone,
Ecchete l’archibbusci e la mazzola,
Le carrozze e ’r zughillo der bastone.

E cquello è stato er primo tempo in cui
L’omo levò a le bbestie la parola
Pe pparlà ssolo e avé rraggione lui.

Giuseppe Giachino Belli
19 dicembre 1834
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