martedì 30 aprile 2013

Ero un vivisezionista

Riuscivo a sentire il battito frenetico del cuore della cavia quando la presi in mano...Articolo pubblicato il 31 marzo 2007 dal quotidiano inglese "The Guardian".
Dalla voce di un ex-vivisettore, tutto l'orrore di questa pratica, e il perche' continua a esistere e a essere insegnata nelle universita' come fosse cosa dovuta e normale.
Iniziò tutto quando ero uno studente universitario di medicina. Venimmo abituati gentilmente; iniziammo guardando video di esperimenti su conigli anestetizzati e prendendo nota dei risultati. In seguito effettuammo esperimenti sulle zampe delle rane e poi sui cuori. Prendevamo la cosa seriamente e 15 anni dopo ricordo ancora i principi fisiologici che imparavamo in quegli esperimenti. Così sembrava ne valesse la pena. Quando iniziai il dottorato, dovetti frequentare un corso che insegnava a occuparsi degli animali sotto anestesia e ucciderli con umanità.
Gli esperimenti sugli animali sono rigidamente normati in Gran Bretagna; è necessaria una licenza dal Ministero degli Interni e si devono fare esami e test pratici per dimostrare la propria competenza. Il corso fu spaventoso. Guardavamo un video su come uccidere gli animali - gente con maschere e camici da laboratorio che sbattevano gli animali sul lato di un tavolo o gli spezzavano il collo - e poi discutevamo tranquillamente di etica, come se tutto avesse senso. Il problema è che non ce l'aveva - ma devo essermi perso il pezzo in cui ci incoraggiarono a metterlo in dubbio.
Quando iniziai a lavorare nel laboratorio di ricerca, venne il mio turno. Eravamo attentamente supervisionati e non ci veniva fatta fretta di uccidere animali prima che fossimo sicuri di poterlo fare in modo appropriato.
Ma non mi sembrava giusto fare gli esperimenti senza compiere anche l'uccisione. Riuscivo a sentire il battito frenetico del cuore della cavia quando la presi in mano; non era l'unica ad essere nervosa. E poi lo feci. Le sbattei la testa sul lato del tavolo per tramortirla, poi le tagliai la gola e morì dissanguata. Il rumore del cranio che sbatte contro il tavolo non mi lascerà mai; 10 anni dopo sobbalzo ancora quando sento un suono simile.
In alcuni laboratori, il danno psicologico che questa tecnica infligge sullo staff è ben noto e agli animali viene perciò iniettata una dose mortale di anestetico. Ma questo è molto più doloroso per l'animale e può danneggiare il tessuto sul quale si vuole sperimentare. Così li colpivamo sulla testa e vivevamo con il suono di crani rotti.
Presto divenne più facile. Ciò che all'inizio mi aveva scioccato fu all'improvviso molto normale e banale.
Sbattere la nuca delle cavie e poi tagliare loro la gola non mi faceva davvero più effetto. E sembrava non fare alcun effetto a nessun altro. I colleghi mi dissero che era una strategia del tutto naturale per farcela, che semplicemente non lo avresti potuto fare senza razionalizzarlo nella tua testa. Gli amici immaginavano che stavo facendo sicuramente della ricerca medica che valeva disperatamente la pena per giustificare un tale comportamento, che stavo per scoprire la cura per l'AIDS o per le malattie cardiache. La verità è che il lavoro di ricerca procede spesso per tentativi ed è solo il senno di poi che ci permette di giudicare quali erano le scoperte utili.
Nel frattempo il palazzo nel quale lavoravo era sotto assedio da parte degli antivivisezionisti. Un importante leader per i diritti degli animali stava facendo lo sciopero della fame in prigione. I suoi sostemitori avevano fatto circolare una lista di accademici che avrebbero ucciso per vendetta se il leader fosse morto.
Eravamo circondati da barriere di acciaio e da poliziotti a cavallo dalle facce severe. L'auto del dipartimento aveva uno specchietto su un'asta, così da poter controllare se sotto c'erano bombe. Ma a volte avere un nemico contro il quale unirsi rende più facile non mettere in dubbio ciò che si sta facendo. E una volta che ci sei dentro è difficile uscirne.
Quando ebbi terminato il mio dottorato triennale, me ne andai. Ero diventato un uomo che pensava fosse normale uccidere animali quotidianamente e non soffrirne, il che non era esattamente ciò che volevo essere.
Un anno dopo che avevo terminato presi in mano di nuovo una cavia. Era una di quelle molto pelose, la cui testa e coda erano difficilmente distinguibili. Non dissi al suo proprietario cosa facevo una volta. Avevo un irrazionale timore di andare fuori di testa all'improvviso e colpire il povero animale. Non lo feci, ma dovetti nascondermi le mani, che tremavano quando lo rimisi giù.
Ora mi considero riabilitato. Ho ucciso solo due animali da allora: un uccello selvatico senza una zampa e brulicante di vermi e un coniglio mezzo morto con una mixomatosi. Entrambe le volte poi ho vomitato di puro orrore. Ma questa è una reazione naturale e ne sono felice.

Leggi l'articolo originale

Fonte: The Guardian, I was a vivisectionist - Da AgireOra Network: www.agireora.org
http://www.mednat.org/vivisezione.htm

lunedì 29 aprile 2013

Abbattere il muro del silenzio

Eccezionale l'occupazione dello stabulario di Farmacologia di Milano!




Sabato 20 aprile il muro di silenzio eretto a difesa dei laboratori e degli stabulari italiani dove ogni anno trovano la morte circa 900.000 animali ha cominciato a scricchiolare. Tre attiviste e due attivisti del Coordinamento Fermare Green Hill, in pieno giorno, hanno occupato un intero piano, il quarto, della facoltà di Farmacologia dell’Università degli Studi di Milano.
In quei locali vengono detenuti, seviziati, infine decapitati, migliaia di individui. Siamo entrati in possesso dei documenti riguardanti anni e anni di esperimenti condotti utilizzando topi, conigli, ratti, gerbilli, pesci, criceti e cani. Abbiamo potuto portare fuori da quelle pareti le immagini degli animali reclusi, potendo raccontare la loro storia, la loro esperienza, ciò che subiscono sulla loro pelle in mesi o anni di manipolazioni, iniezioni, osservazioni morbose, torture. Abbiamo voluto farlo mostrando il nostro volto, affrontando a viso aperto i responsabili di quella situazione con la volontà e la consapevolezza di non sottrarci alle conseguenze che scaturiranno dalla nostra azione.
Negli stabulari abbiamo trovato 18 conigli terrorizzati: alla vista di una persona scattavano contro la parete posteriore della gabbia, nel vano tentativo di sottrarsi agli occhi di chi, secondo la loro esperienza, li avrebbe afferrati per trascinarli nei laboratori dei piani sottostanti. Negli angoli di quelle gabbie grumi di feci ammuffite erano l’unica compagnia di quegli sfortunati animali. Due di loro sono detenuti dal 2008, molti altri dal 2009 e dal 2010, alcuni dal 2011.

GUARDA IL VIDEO DI QUESTA STORICA GIORNATA:

In ciascuna delle altre stanze erano stipati diversi scaffali contenenti ognuno circa 30 gabbie in plexiglass ricolme di piccoli topi. Molti avevano le orecchie forate da buchi perfettamente circolari. Abbiamo capito, successivamente, che quel tipo di ferita era causata da una specie di graffetta identificativa, utile a distinguere i singoli animali di una gabbia, che abbiamo osservato pendere dalle orecchie di alcuni, coi bordi raggrumati di sangue. Molti presentano patologie del pelo, ferite cutanee e si grattano furiosamente.
Alcuni topi passano molto tempo appesi alle sbarre del soffitto della gabbietta, afferrandole con tutte e quattro le zampine, scappando al minimo segno di presenza umana, segno di un profondo stress e di un disagio inesprimibile. Diversi topi cercano costantemente di liberarsi, tentando di saltare addosso ai bordi del coperchio della gabbia, con violenza, arrivando a sbattere in continuazione la testa. Altri topi sono catatonici, immobili, insensibili a qualunque stimolo esterno.
I box dei cani erano vuoti, adibiti a magazzino temporaneo, anche se in due box c’erano segni di quella che poteva sembrare una detenzione recente (chiazze di urina rappresa). Dopo una lunga trattativa, resa possibile dal fatto che i nostri stessi corpi bloccavano ogni accesso possibile e forti del possesso di tutti i documenti presenti, abbiamo ottenuto di andarcene con quanti più animali possibili, ospitati ora dall’associazione Vita da Cani Onlus di Arese.
I responsabili dell’università si sono detti disponibili a cedere anche tutti gli altri animali presenti nello stabulario, resi ormai inservibili dalla “contaminazione” data dalla nostra presenza e dallo scompiglio dei cartellini identificativi (rendendo quindi impossibile identificare i singoli animali). Abbiamo così condotto verso una vita libera centinaia di topi e un coniglio, uno dei due detenuti dal 2008.
È notizia di ieri che il rettore si rifiuti di cedere gli animali restanti a chi direttamente è entrato negli stabulari. Ciò non ci preoccupa: la nostra unica volontà è vedere quegli animali fuori di lì, esistono molte realtà competenti che potranno aiutarli a trovare una vita diversa, lontano dalla grinfie di chi li considera oggetti.

GUARDA TUTTE LE FOTO DEGLI ANIMALI PRIGIONERI E IN LIBERTA’:

Il muro di silenzio comincia a cedere: siamo riusciti nell’intento di diffondere informazioni su ciò che avviene in quei luoghi, di portare la voce degli animali dove qualcuno potrà e vorrà udirla, di creare consapevolezza mostrando la realtà, in modo che tutti possano rendersi conto di quale incubo senza fine sia la sperimentazione animale. Stiamo studiando i protocolli dei quali ci siamo impossessati, presto sapremo dare dati precisi su quali esperimenti avvenivano e come erano condotti. Sapremo presto dirvi come morivano gli animali e cosa accedeva loro la dentro, mettendo in difficoltà, coi loro stessi documenti, quanti si prodigano in queste ore in dichiarazioni false.
I mattoni che compongono quel muro crolleranno uno ad uno: l’oscurantismo che vorrebbe vedere quegli individui come strumenti, le voci umane che soverchiano le voci animali, chi nega a topi, conigli, ratti, cani la vita e la libertà.
VUOI AIUTARCI IN QUESTO MOMENTO?
1) Adotta alcuni topi da laboratorio. Chi volesse proporsi per l’adozione ci contatti.
Mail: adozionicontrogreenhill@gmail.com Telefono: 339-2144345
2) Aiutaci a sostenere le spese. Abbiamo bisogno di contributi per l’acquisto di tantissime gabbiette in cui poter far viaggiare i topi verso le loro nuove case, in cui tenerli nei loro stalli temporanei e per andare a prelevare le altre migliaia ancora presenti nello stabulario. Inoltre l’azione di sabato ha avuto dei costi e avrà forti ritorsioni legali per le persone coinvolte. Aiutaci a continuare a salvare animali e portare avanti la lotta contro la vivisezione! Fai una donazione ora. Grazie!!!
Usa questa Postepay: numero 4023 6006 1715 8052 Intestata a D’angelo Sara Livia Vittoria
Insieme riusciremo a fermare la sperimentazione sugli animali!
Contro lo specismo – Per la liberazione animale
Coordinamento Fermare Green Hill (da http://www.fermaregreenhill.net/wp/abbiamo-abbattuto-il-muro-di-silenzio#more-3000)

giovedì 18 aprile 2013

Salvare la famiglia per salvare ciò che siamo

Che ci sia una regia mi sembra evidente: l'attacco è stato sferrato su scala mondiale, e non c'è verso di fermarlo. Mi riferisco all'attacco politico, mediatico e culturale al concetto di famiglia
.
"Famiglia", senza l'aggettivo "tradizionale" dietro a cui si cela una implicita condanna: la famiglia è una e non ha bisogno di aggettivi, basta guardare su un vocabolario di italiano o leggere la Costituzione per averne conferma.
L'attacco si è concretizzato nella sempre più povera Europa continentale, quella che ha saputo vergognarsi e dimenticarsi di aver dato origine alla civiltà occidentale e la sta rinnegando senza indugi. Che schifo questa Europa: mentre il mondo intero si rafforza nella propria identità e nel proprio pensiero e programma uno sviluppo culturale inseguendo il modello europeo, il vecchio continente si fa vecchissimo, rinnega se stesso e il proprio pensiero per approdare non a una meta migliore, ma a un non pensiero: al dominio del probabile sulla verità, e dell'esperienza pratica sul concetto.
L'Italia dal canto suo è ancora più povera perché rinuncia vergognosamente al proprio ruolo di avanguardia tradizionale, al proprio ruolo di argine concettuale alla marea meccanicistica anglosassone e finisce per inseguire il vecchio nella strada dell'autodissoluzione. E quindi le università italiane si piegano all'imposizione della metodologia britannica, fatta di un sapere più pratico e quindi più povero e dominata dall'economia come sostituto delle scienze "umane": l'uomo è un numero, e l'unico sapere per cui valga la pena studiare è dar di conto per far tornare i conti.

Per questo la battaglia in difesa della famiglia è una battaglia persa: perché la cultura è completamente controllata dal pensiero debole e il pensiero forte ha rinunciato a ogni difesa, complice la democrazia e l'ideologia della ricerca del consenso. Con lo spauracchio dell'omofobia oramai è individuato un nemico: in Francia lo abbiamo già visto, chi concepisce la famiglia come ci insegna la nostra Costituzione è o sarà passibile di denuncia per discriminazione. È un ragionamento talmente banale e povero che funziona.
D'altronde la demonizzazione ha i suoi ritultati: la semplice opinione, se fuori dal coro, è bollata come ingerenza e relegata nel ghetto della condanna della storia, quando non della magistratura.
Perciò sostenere che l'aborto è sbagliato non è più un'opinione politica, ma è "ingerenza" discriminatoria. E coerentemente Amnesty International ha inserito l'aborto nella propria lista di diritti fondamentale dell'uomo, per cui sostenere che sia male equivale a esercitare una violenza o ledere un diritto inviolabile.
A una a una tutte le opinioni vengono esiliate dalla polis e lapidate: non è neanche più lecito esprimerle. Qualcuno mi spieghi la differenza con il fascismo.

La famiglia è necessaria. E' quasi inutile chiedersi se è giusta o sbagliata, se il nostro carattere sessuale sia frutto del caso e intercambiabile o non piuttosto ciò che realmente siamo. La famiglia è semplicemente indispensabile: non può esistere uno Stato senza il suo carattere costitutivo principale che è la famiglia. Gli stessi sostenitori del matrimonio omosessuale di fatto intendono miopemente allargare il concetto di famiglia, ma continuano a ritenere la "coppia" elemento fondamentale di una società.
Ma se decidiamo di relativizzare la famiglia, di includere nel concetto ogni tipo di coppia, quale sarà il limite? Intendo dire: chi potrà vietare a tre o più persone conviventi di rivendicare il proprio status di "famiglia"? Chi potrà sostenere che la famiglia si fonda soltanto su una coppia, e non piuttosto su un aggregazione di persone dal numero variabile?
Mi spiego meglio: la famiglia composta da uomo e donna e quindi da prole è un concetto radicato in ogni cultura, che rappresenta davvero un punto di riferimento, un elemento costitutivo della società che ha radici concettuali molto forti. Se abbattiamo questo concetto, dove porremo il prossimo limite? Come motiveremo la necessaria prossima esclusione dai "diritti di famiglia"? Come faremo a sostenere che la poligamia non è famiglia? Come faremo a discriminare dal concetto di "famiglia" una donna convivente con più uomini, o con più donne?
Per questo la famiglia è fondamentale.
Per difenderla bisogna attuare due strategie: toglierne il monopolio alla Chiesa Cattolica e riconoscere immediatamente i diritti delle "coppie di fatto".

Il primo punto è evidente: la difesa della famiglia è affare di tutti e non solo della Chiesa (che, come sappiamo, nel nostro tempo non ha diritto ad alcuna opinione ma soltanto a "ingerenze"). Nell'anticlericalismo di moda nel quale viviamo, bisogna riportare la difesa della famiglia al centro dell'agenda politica laica: si tratta di un argomento che riguarda il futuro dello Stato, la distribuzione delle risorse, la proprietà privata, le pari opportunità... Riguarda tutti e ci riguarda tutti, non solo i cattolici.

Il secondo punto è necessario: i sostenitori del "matrimonio omosessuale" fondano il proprio consenso sulla reale esistenza delle coppie di fatto, conviventi senza il vincolo matrimoniale. Ciascuno di noi ne conosce a dozzine, e sarebbe realmente ingiusto e miope fingere che non esistano. Riconoscere a queste coppie alcuni diritti fondamentali è un fatto di giustizia: il diritto all'assistenza dell'altro in ospedale, il diritto all'accesso a una quota di eredità...
E' assolutamente necessario colmare immediatamente questo vulnus grave, che come una ferita aperta è il luogo dove si vanno a nutrire e rafforzare le infezioni del pensiero. Si tratta di un passaggio inevitabile: farlo subito e farlo bene significa costruire un argine contro la marea dilagante che ha come scopo la distruzione della società umana, e che usa i diritti come detonatore d'accesso per abbattere tutto ciò che siamo.
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