giovedì 21 marzo 2013

La Trappola di Gabriele Lavia. E io ci sono cascato

Che poi a me va bene tutto, a teatro.
I monologhi, i dialoghi, il caos, i rumori, il silenzio, le introspezioni, le banalità... Tollero persino le risate, a volte. Mi incuriosisce il teatro sperimentale (fin ora mi ha quasi sempre deluso) e mi rapisce il teatro classico. A teatro, secondo me, si può provare davvero tutto (tranne il cabaret, ovviamente).

Purché si dia il giusto nome alle cose!

Scusatemi provo ad andare con ordine: sono così arrabbiato perché ieri ho avuto la malsana idea di attraversare mezza Roma sotto la pioggia (sì a piedi) per togliermi la curiosità di assistere a quella che ritenevo essere una vera chicca: Gabriele Lavia che recita Pirandello.
E non un'opera qualunque, ma "La Trappola", la splendida novella esistenziale nella quale l'autore siciliano si abbandona al nichilismo disperato e disperante, raccontato con una poesia e un coinvolgimento che fa di questa opera una delle più raffinate e dirompenti che mi sia capitato di leggere.
Lavia è un grandissimo attore, il Teatro Argentina è il principale teatro romano... Che manca? Piatto ricco mi ci ficco!

E invece più è ricco il piatto più è cocente è la delusione, come sempre più spesso accade ormai a teatro.
Io mi domando e dico: se Lavia si ritiene così bravo da scrivere interamente un'opera teatrale, perché non la firma? Perché deve mascherarsi dietro il nome di Pirandello?
Il testo recitato ieri sera non ha nulla - sottolineo nulla - a che vedere con la novella dell'autore siciliano. Ripeto: nulla.

Nell'insieme è uno spettacolo interessante, a mio gusto troppo condito di ironie grottesche da avanspettacolo (come la ripetizione ossessiva del parallelo fra bue e uomo cornuto, ideale per attirare il facile risolino della media borghesia romana) ma nell'insieme è un buono spettacolo.
Ma niente - ripeto: niente! - ha a che vedere con "La Trappola".
Eppure sui cartelli in giro per Roma campeggiano tre scritte grandi: "Luigi Pirandello" - "Gabriele Lavia" - "La Trappola". Il trucco è che se guardi da vicino vicino vicino vedrai, che prima del nome dell'autore siciliano compare piccola piccola la scritta

da

invece che

di


È questa semplice vocale che fa la differenza. Al giorno d'oggi chiunque può permettersi di stuprare, violentare e trucidare i testi più importanti della letteratura e restare impunito: basta scrivere "da Luigi Pirandello".
Una vera e propria trappola, mai nome fu più azzeccato.

La dicitura corretta sarebbe stata: "Testo di Gabriele Lavia, liberamente e vagamente ispirato dal medesimo soggetto che già ispirò la ben più nota novella 'La Trappola' di Luigi Pirandello".
E invece no. Basta un "da", e io perdo una serata a guardare uno spettacolo che trasforma il dirompente messaggio esistenziale di Pirandello in una prevedibile (e tremendamente banale!) difesa funzionalistica del diritto all'eutanasia.

Poi dice che tagliano i fondi ai registi. Io gli taglierei la testa, altro che fondi.


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