giovedì 31 gennaio 2013

We see you. We care. We're sorry... We're trying.


È la foto di un vitello, il cucciolo di una delle razze animali più sfortunate della terra, rinchiuso nel minuscolo recinto di qualche allevamento nell'attesa di essere ucciso.
Ha lo sguardo ingenuo che accomuna i cuccioli di ogni specie: quello stesso sguardo che ci fa tenerezza nei bambini e nei cuccioli di cane o nei gattini appena nati.
Dicono che i bimbi, se messi a testa in giù, non hanno ancora l'istinto di allungare le mani per proteggersi da un'eventuale caduta, istinto che sorge in loro solo dopo una certa età: la mancanza di questo istinto è il segno della completa dipendenza di chi è indifeso, dell'affidamento totale del più piccolo nei confronti dei più grandi senza i quali non ha alcun modo di sopravvivere. In altre parole, è un bisogno, una richiesta ingenua e inerme di amore, come il pianto di un neonato. È questa fragilità che ci colpisce, nei cuccioli: la loro vita dipende da noi, e nel loro sguardo trasuda il bisogno di fidarsi, la domanda di protezione.
Il vitellino della foto si è accorto del fotografo, e lo guarda. Sembra dire, piangendo: "Mi vedete? Qualcuno vede che cosa mi stanno facendo? Perché nessuno mi aiuta?".
Nel suo c'è il pianto di ogni singolo animale rinchiuso in gabbia che attende di essere sgozzato, ingrassato, bollito vivo, trafitto, strangolato, soffocato... In lui piangono tutti i cuccioli di mucca, di capra, di pecora, di maiale, strappati appena nati dal petto di madri che gridano inermi, e poi rinchiusi in gabbie strette e fredde prima di essere sgozzati. Accade ogni giorno per il nostro pranzo, ed è accaduto anche a questo vitello.
"Sì, ti vediamo, e non siamo indifferenti. Ci stiamo provando in ogni modo".





martedì 29 gennaio 2013

No, non ora, non qui.

No, non ora, non qui in questa pingue immane frana
no non ora non qui, no non ora non qui
se l'obbedienza è dignità, fortezza
la libertà è una forma di disciplina
assomiglia all'ingenuità la saggezza
ma non ora non qui, no non ora non qui
io, in attesa, a piedi scalzi e ricoperto il capo
canterò il vespro, la sera

Ecco che muove e sgretola dilaga
uno si dichiara indipendente e se ne va
uno si raccoglie nella propria intimità
l'ultimo proclama una totale estraneità
tu, con lo sguardo eretto all'avvenire
fisso al sole nascente ed adirato all'imbrunire
tu non cantavi mai la sera, non cantavi mai

giovedì 17 gennaio 2013

Perché è lì

Era l'8 giugno 1924 quando la spedizione composta da George Mallory e Andrew Irvine lasciò per l'ultima volta il campo base e aggredì l'enorme gigante bianco, il Monte Everest.
I due esploratori furono avvistati l'ultima volta intorno alle 13, poi la montagna li strinse a sé in un terribile abbraccio e non li lasciò più andar via.
Pochi giorni prima Mallory era stato intervistato: era la prima volta che qualcuno provava una salita del genere, e il giornalista fece una domanda quasi ovvia: "Perché? Perché scalare l'Everest? Perché tentare un'impresa così rischiosa e inutile?". La risposta di Mallory fu semplice: "Perché è lì".
Forse senza rendersene conto l'esploratore racchiuse in tre parole quello che è l'aspetto più affascinante della natura umana: l'insopprimibile desiderio di andare oltre, di oltrepassare il muro, di gettare un occhio più in là a costo della propria stessa vita, contro ogni istinto di sopravvivenza. Dal fuoco di Prometeo alla scrittura, dall'arte alla guerra, dalla scoperta della velocità allo sbarco sulla luna: tutte le conquiste dell'uomo, nel bene e nel male, sono state raggiunte per questo motivo: perché erano lì.
In questo l'uomo è davvero un animale unico. Probabilmente il più infelice.

Il corpo di Mallory, ritrovato nel 1999 a meno di 300 metri dalla vetta.

giovedì 10 gennaio 2013

La Madonna e la zingarella

Stamattina mi sono svegliato e mia moglie cantava questa canzone, composta in Sicilia tanti secoli fa.
...è proprio vero: 'na donna dentro casa è n'antra cosa
LA MADONNA E LA ZINGARELLA

Zingarella
Dio ti salvi bella signora,
e ti dia buona ventura.
Benvenuto vecchierello
con questo bambino bello.

Madonna
Ben trovata, sorella mia.
La sua grazia Dio ti dia,
ti perdoni i tuoi peccati
l'infinita sua bontade.

Zingarella
Siete stanchi e meschini
credo, poveri pellegrini,
che cercate d'alloggiare
vuoi, Signora, scavalcare.

Madonna
Tu che sei sorella mia,
tutta piena di cortesia,
Dio ti renda la carità
l'infinita sua bontà.

Zingarella
Oh scavalca, signora mia.
Hai una faccia di una dia.
Ch'io terrò la creature
che sto cuore m'innamora.

Madonna
Noi veniamo da Nazaretto,
semo senza alcun ricetto;
arrivati alla strania
stanchi e lassi della via.

Zingarella
Sonno donna zingarella;
benché sono poverella,
t'offerisco la casa mia
benché non è casa per tia.

Madonna
Or sia da me Dio lodato
e da tutti ringraziato.
Sorella le tue parole
mi consolano al cuore.

Zingarella Se non è come meritate
signoruccia perdonate;
come posso io meschina,
accettar una regina?

Aggio qua una stallicella,
buona per la somarella;
paglia e fieno se ne getto;
che per tutto lo ricetto.

E tu, vecchierello, siedi
sei venuto sempre a piedi.
Avete fatto, o bella figlia,
trecento e tante miglia

Oh che bello sto figliarello
che par fatto col pennello.
Non ci so dare assomiglio,
bella madre e bello figlio.

E sei sta a Bettelemme
signoruccia, ancor teme?
Non avere più paura
sei arrivata alla buon ora.

Se ti piace o gran signora
t'indovino la venture
Noi signora cosi fino
facciam sempre l'indovino

Ma quel che dirò a te,
tu lo sai meglio di me.
Alla tua bella presenza,
mostri assai di sapienza

Esco pazza d'allegrezza,
piena son di contentezza.
Che da quanto io discerno
fosti eletta tu ab eterno.

Fosti sempre da Dio amata,
pura, santa, immacolata;
tu sei quella di Dio madre,
che ha in cielo suo Padre.

Anna chiamavasi la tua madre
e Gioacchino il tuo padre.
Ti chiamerò, signora mia,
col bel nome di Maria.

E cresciuto ti presentaro
ed al tempio ti portaro.
Là mangiavi, là dormivi,
là insegnavi là leggevi.

Poi ti dettero questo sposo,
puro, santo e grazioso.
Per miracolo di Dio,
la sua verga li fiorio.

Concepisti sti bambino
per lo Spirito Divino.
Questo figlio è vero tuo,
ma sto sposo non è padre suo.

Tu sapesti il che, il come,
avea Dui da farsi uomo.
Ti dotò di tante dote,
nella tua concezione.

Dio mandò l'ambasciatore,
Gabrielle con splendore:
eri in camera serrata,
quando fece l'imbasciata.

E di grazia ti disse piena,
sei del ciel fatta regina.
Il Signore già è con tia
Dio ti salvi a te Maria

Nel vederti salutata,
nel interno eri turbata.
Maria levati ogni pianto;
ciò è per opera dello Spirito Santo.

Tu sarai vergine e madre,
per la tua grande umilitate.
Benedetto ne sia il frutto,
redentor del mondo tutto.

Allo subito umiliata,
acconsentisti all'imbasciata.
Son l'ancella del Signore:
venga, venga il Redentore.

Di là a tempo tu partisti,
collo sposo te ne gisti;
camminando a Bettelehemme
e passaste tante pene.

Non poteste allor trovar,
da potervi alloggiare,
che una grotta alla strania...
come facesti signora mia?

Oh che povero ricetto.
Senza fuoco, senza letto.
Credo ancora che la grotta
era bagnata e poco asciutta.

A mezzanotte partoristi;
senza dolore lo facisti,
questo figlio inzuccherato
tanto al mondo desiato.

Riverente l'adorasti,
ed in panni l'infasciasti.
Lo mettesti, signora, poi
in mezzo a l'asino e lo buoi.

Una sola magiatoia...
n'è lo ver, bello signora?
Oh che notte d'allegrezza;
tutto gaudio e contentezza.

Fu la notte risplendente
che stupi tutta la gente.
Nacque Cristo in sulla terra,
mise pace e levò guerra.

Li pastori l'adorarono
li presenti gli portarono;
e dicevan per la via,
è già nato il gran Messia.

Ora tu, signora mia,
che sei piena di cortesia,
mostramelo per favore,
lo tuo figlio, il Redentore.

Madonna
Datemi, oh caro sposo,
lo mio Figlio grazioso;
quando vide sta meschina
zingarelli ch'indovina.

Questo, sorella, è lo tuo Dio,
ch'è lo cuore e lo stato mio,
Guarda bene sto bel viso;
allegrezza di paradiso.

Figlio è dell'Eterno Padre
come Dio di maestade
e come uomo e figlio mio
per sua mera cortesia.

Ecco sorella il Redentore;
venne qua pel peccator.
Pate Lui, pato io,
e sto caro sposo mio.
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