lunedì 30 dicembre 2013

Lettera aperta a Caterina Simonsen

Cara Caterina,
sono rimasto molto colpito - come tutti - dalla vicenda che ti ha visto protagonista, e non posso che esprimerti tutta la mia personale solidarietà e l'indignazione per le brutte parole che ti sono state rivolte da soggetti che si auto-definiscono animalisti e si permettono di parlare a nome di noi tutti.
Di te so soltanto quello che scrivono i giornali, e cioé che sei contraria alla caccia e che sei vegetariana: questo fa di te un'animalista più coerente di tante persone che si sono permesse di insultarti.
Sulla sperimentazione animale, però, non mi trovo d'accordo con te. Con tutta l'umiltà che si deve avere quando si parla con una persona alla quale sono capitate sfortune di questo genere mi permetto di suggerirti una lettura diversa: è senz'altro vero che la ricerca che ti ha regalato un futuro e ti ha permesso di "non morire a 9 anni" (come tu stessa scrivi) si è avvalsa della sperimentazione animale, ma non trovo corretto sostenere che senza la sperimentazione animale la ricerca si sarebbe bloccata, o che senza l'uso di cavie le cure che hai ricevuto non sarebbero state possibili: semplicemente, non sono state provate altre strade.
Come sai in Europa la sperimentazione animale dei farmaci è obbligatoria: una strada unica, quasi un vicolo cieco, che permette ad alcuni farmaci di giungere all'uomo e impedisce ad altre sostanze di diventare farmaci, bloccandole prima. E' un meccanismo a senso unico, privo di alternative, privo di controprove, e non abbiamo idea di quali risultati avremmo conseguito se avessimo fatto ricerca senza animali. Non è vero che solo attraverso questa strada si è potuti giungere alle tue cure: è vero piuttosto che solo questa strada è stata provata.
Spero che sia possibile perseguire penalmente i balordi che ti hanno augurato del male: sono la parte peggiore dell'umanità, senza appello. Ma vorrei che non si gettasse il bambino con l'acqua sporca, e che gli insulti di questa gente non diventassero la scusa per chiudere il dibattito sulla ricerca scientifica, dibattito che io credo vada piuttosto approfondito oltre le ideologie di entrambe le parti.
Io spero sinceramente che la ricerca scientifica ti porti alla completa guarigione. Spero che tu possa avere una vita bella come meriti, e realizzare i tuoi sogni come dovrebbe poter fare ciascuno di noi.
Ma mi piacerebbe che, perché questo avvenga, si potessero inaugurare nuove forme di ricerca, si potessero seguire nuove strade. E chissà che queste non si rivelassero in grado di giungere ancora più lontano, permettendoci di salvare la vita agli uomini senza sacrificare gli animali, nostri fratelli minori su questa terra.
Non sono necessariamente posizioni contrapposte: possono essere complementari. Per questo, anche se contrario alla sperimentazione animale, anche #iostoconcaterina.

venerdì 22 novembre 2013

London School of Economics: “Non rimarrà nulla dell'Italia”

Nel giro di 10 anni del nostro Paese non rimarrà più nulla. O quasi. E' la conclusione catastrofica cui giunge nella sua analisi il professore Roberto Orsi della London School of Economics and Political Science (LSE). Che cosa ci sta portando alla dissoluzione e all'irrilevanza economica? Una classe politica miope che non sa fare altro che aumentare le tasse in nome della stabilità. Monti ha fatto così. E Letta sta seguendo l'esempio. Il tutto unito a una "terribile gestione finanziaria, infrastrutture inadeguate, corruzione onnipresente, burocrazia inefficiente, il sistema di giustizia più lento e inaffidabile d’Europa".

L'ANALISI DI ORSI
“Gli storici del futuro probabilmente guarderanno all’Italia come un caso perfetto di un Paese che è riuscito a passare da una condizione di nazione prospera e leader industriale in soli vent’anni in una condizione di desertificazione economica, di incapacità di gestione demografica, di rampate terzomondializzazione, di caduta verticale della produzione culturale e di un completo caos politico istituzionale. Lo scenario di un serio crollo delle finanze dello Stato italiano sta crescendo, con i ricavi dalla tassazione diretta diminuiti del 7% in luglio, un rapporto deficit/Pil maggiore del 3% e un debito pubblico ben al di sopra del 130%. Peggiorerà.
Il governo sa perfettamente che la situazione è insostenibile, ma per il momento è in grado soltanto di ricorrere ad un aumento estremamente miope dell’IVA (un incredibile 22%!), che deprime ulteriormente i consumi, e a vacui proclami circa la necessità di spostare il carico fiscale dal lavoro e dalle imprese alle rendite finanziarie. Le probabilità che questo accada sono essenzialmente trascurabili. Per tutta l’estate, i leader politici italiani e la stampa mainstream hanno martellato la popolazione con messaggi di una ripresa imminente. In effetti, non è impossibile per un’economia che ha perso circa l’8 % del suo PIL avere uno o più trimestri in territorio positivo. Chiamare un (forse) +0,3% di aumento annuo “ripresa” è una distorsione semantica, considerando il disastro economico degli ultimi cinque anni. Più corretto sarebbe parlare di una transizione da una grave recessione a una sorta di stagnazione.
Il 15% del settore manifatturiero in Italia, prima della crisi il più grande in Europa dopo la Germania, è stato distrutto e circa 32.000 aziende sono scomparse. Questo dato da solo dimostra l’immensa quantità di danni irreparabili che il Paese subisce. Questa situazione ha le sue radici nella cultura politica enormemente degradata dell’élite del Paese, che, negli ultimi decenni, ha negoziato e firmato numerosi accordi e trattati internazionali, senza mai considerare il reale interesse economico del Paese e senza alcuna pianificazione significativa del futuro della nazione. L’Italia non avrebbe potuto affrontare l’ultima ondata di globalizzazione in condizioni peggiori.
La leadership del Paese non ha mai riconosciuto che l’apertura indiscriminata di prodotti industriali a basso costo dell’Asia avrebbe distrutto industrie una volta leader in Italia negli stessi settori. Ha firmato i trattati sull’Euro promettendo ai partner europei riforme mai attuate, ma impegnandosi in politiche di austerità. Ha firmato il regolamento di Dublino sui confini dell’UE sapendo perfettamente che l’Italia non è neanche lontanamente in grado (come dimostra il continuo afflusso di immigrati clandestini a Lampedusa e gli inevitabili incidenti mortali) di pattugliare e proteggere i suoi confini. Di conseguenza , l’Italia si è rinchiusa in una rete di strutture giuridiche che rendono la scomparsa completa della nazione certa.
L’Italia ha attualmente il livello di tassazione sulle imprese più alto dell’UE e uno dei più alti al mondo. Questo insieme a un mix fatale di terribile gestione finanziaria, infrastrutture inadeguate, corruzione onnipresente, burocrazia inefficiente, il sistema di giustizia più lento e inaffidabile d’Europa, sta spingendo tutti gli imprenditori fuori dal Paese. Non solo verso destinazioni che offrono lavoratori a basso costo, come in Oriente o in Asia meridionale: un grande flusso di aziende italiane si riversa nella vicina Svizzera e in Austria dove, nonostante i costi relativamente elevati di lavoro, le aziende troveranno un vero e proprio Stato a collaborare con loro, anziché a sabotarli. A un recente evento organizzato dalla città svizzera di Chiasso per illustrare le opportunità di investimento nel Canton Ticino hanno partecipato ben 250 imprenditori italiani.
La scomparsa dell’Italia in quanto nazione industriale si riflette anche nel livello senza precedenti di fuga di cervelli con decine di migliaia di giovani ricercatori, scienziati, tecnici che emigrano in Germania, Francia, Gran Bretagna, Scandinavia, così come in Nord America e Asia orientale. Coloro che producono valore, insieme alla maggior parte delle persone istruite è in partenza, pensa di andar via, o vorrebbe emigrare. L’Italia è diventato un luogo di saccheggio demografico per gli altri Paesi più organizzati che hanno l’opportunità di attrarre facilmente lavoratori altamente, addestrati a spese dello Stato italiano, offrendo loro prospettive economiche ragionevoli che non potranno mai avere in Italia.
L’Italia è entrata in un periodo di anomalia costituzionale. Perché i politici di partito hanno portato il Paese ad un quasi – collasso nel 2011, un evento che avrebbe avuto gravi conseguenze a livello globale. Il Paese è stato essenzialmente governato da tecnocrati provenienti dall’ufficio del Presidente Repubblica, i burocrati di diversi ministeri chiave e la Banca d’Italia. Il loro compito è quello di garantire la stabilità in Italia nei confronti dell’UE e dei mercati finanziari a qualsiasi costo. Questo è stato finora raggiunto emarginando sia i partiti politici sia il Parlamento a livelli senza precedenti, e con un interventismo onnipresente e costituzionalmente discutibile del Presidente della Repubblica, che ha esteso i suoi poteri ben oltre i confini dell’ordine repubblicano. L’interventismo del Presidente è particolarmente evidente nella creazione del governo Monti e del governo Letta, che sono entrambi espressione diretta del Quirinale.
L’illusione ormai diffusa, che molti italiani coltivano, è credere che il Presidente, la Banca d’Italia e la burocrazia sappiano come salvare il Paese. Saranno amaramente delusi. L’attuale leadership non ha la capacità, e forse neppure l’intenzione, di salvare il Paese dalla rovina. Sarebbe facile sostenere che Monti ha aggravato la già grave recessione. Letta sta seguendo esattamente lo stesso percorso: tutto deve essere sacrificato in nome della stabilità. I tecnocrati condividono le stesse origini culturali dei partiti politici e, in simbiosi con loro, sono riusciti ad elevarsi alle loro posizioni attuali: è quindi inutile pensare che otterranno risultati migliori, dal momento che non sono neppure in grado di avere una visione a lungo termine per il Paese. Sono in realtà i garanti della scomparsa dell’Italia.
In conclusione, la rapidità del declino è davvero mozzafiato. Continuando su questa strada, in meno di una generazione non rimarrà nulla dell’Italia nazione industriale moderna. Entro un altro decennio, o giù di lì, intere regioni, come la Sardegna o Liguria, saranno così demograficamente compromesse che non potranno mai più recuperare.
I fondatori dello Stato italiano 152 anni fa avevano combattuto, addirittura fino alla morte, per portare l’Italia a quella posizione centrale di potenza culturale ed economica all’interno del mondo occidentale, che il Paese aveva occupato solo nel tardo Medio Evo e nel Rinascimento. Quel progetto ora è fallito, insieme con l’idea di avere una qualche ambizione politica significativa e il messianico (inutile) intento universalista di salvare il mondo, anche a spese della propria comunità. A meno di un miracolo, possono volerci secoli per ricostruire l’Italia.”


Fonte: http://www.affaritaliani.it/economia/london-school-economics171013_pg_2.html

mercoledì 30 ottobre 2013

La vera prigione

Non è il tetto che perde
Non sono nemmeno le zanzare che ronzano
Nella umida, misera cella.
Non è il rumore metallico della chiave
Mentre il secondino ti chiude dentro.
Non sono le meschine razioni
Insufficienti per uomo o bestia
Neanche il nulla del giorno
Che sprofonda nel vuoto della notte
Non è
Non è
Non è.
Sono le bugie che ti hanno martellato
Le orecchie per un'intera generazione
È il poliziotto che corre all'impazzata in un raptus omicida
Mentre esegue a sangue freddo ordini sanguinari
In cambio di un misero pasto al giorno.
Il magistrato che scrive sul suo libro
La punizione, lei lo sa, è ingiusta
La decrepitezza morale
L'inettitudine mentale
Che concede alla dittatura una falsa legittimazione
La vigliaccheria travestita da obbedienza
In agguato nelle nostre anime denigrate
È la paura di calzoni inumiditi
Non osiamo eliminare la nostra urina
È questo
È questo
È questo
Amico mio, è questo che trasforma il nostro mondo libero
In una cupa prigione.


Ken Saro Wiwa

giovedì 17 ottobre 2013

Dicesi reato di pensiero

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

Costituzione della Repubblica Italiana, Art. 21
La morte di Priebke, guarda caso nei giorni dell'anniversario del rastrellamento al ghetto di Roma, ha risollevato una volta ancora la questione relativa all'ormai pluridecennale dialogo su genocidio ebraico e sua negazione: stavolta sembra si voglia andare fino in fondo, e dotare la magistratura di uno strumento giuridico che permetta di perseguire quelli che Pacifici ha chiamato i "nipoti di Hitler", ma che in verità molto spesso sono ragazzi magari un po' ignoranti che seguono la moda della contrarietà a qualunque pensiero dominante. Così, in un periodo di crisi gravissima, dopo averci rifilato l'aumento dell'IVA distraendoci con una finta crisi di governo, il Parlamento trascorre le proprie giornate a costruire questo strumento giuridico ritenuto importantissimo. Il testo in questione modifica la legge 654 approvata il 13 ottobre 1975 (anche allora, sull'onda emotiva dell'anniversario del rastrellamento del ghetto di Roma), che prevede la punizione dei reati d'istigazione al terrorismo e di apologia di crimini di guerra.
Il testo in approvazione al Senato prevede ora una modifica sostanziale: "La stessa pena si applica a chi nega l’esistenza di crimini di genocidio o contro l'umanità".
Ora, se l'intento è quello - sacrosanto - di punire l'istigazione all'odio, l'apologia di crimini orrendi, la propaganda di idee di male, di superiorità della razza o di istigazione alla violenza, le leggi già esistono. Ma mi rendo anche conto che in alcuni momenti (come questo?) si debba stringere la vite della repressione, e ribadire con forza un principio condiviso da tutti: i genocidi non si difendono e non si rivendicano, gli uomini sono tutti ugualmente degni e la violenza è male. Siamo tutti d'accordo.
Ciò che non si comprende è con quale diritto uno Stato si permetta di punire chi osi "negare" l'esistenza di qualunque genocidio, o di un crimine contro l'umanità.
Questo significa, per assurdo, che domani si potrebbe essere condannati a 3 anni di prigione per aver pronunciato una frase tipo "Secondo me Milosevic era innocente", oppure "Io penso che Saddam Hussein non fosse così cattivo". Allo stesso modo si dovranno interrompere i contatti diplomatici con la Turchia, e chiudere l'Ambasciata: la conoscenza del genocidio del popolo armeno costringerebbe la magistratura ad arrestare i diplomatici turchi, che da sempre negano questo episodio.
Dirò di più: da presidente del Comitato 10 Febbraio dovrei forse gioire perché con questa legge non sarà più permesso a nessuno studioso negare o sminuire il dramma delle foibe istriane e del conseguente esodo dalla Venezia Giulia! Più che i presunti neonazisti dell'Illinois, a tremare di fronte a questa legge dovrebbero essere Alessandra Kersevan e Claudia Cernigoi, da sempre impegnate per dimostrare - con presunti documenti che sostengono di aver visto, ma che non producono - che i titini non hanno ucciso proprio nessuno nelle foibe, anzi erano praticamente chierichetti in divisa armati di fiori. Il giorno dopo questa legge qualcuno potrebbe denunciare le due storiche per negazionismo delle foibe, e metterle in galera.
Ma non c'è davvero niente di cui gioire. Non vorrei mai che nessuno finisse in galera per colpa delle proprie opinioni, e da storico mi preoccupa moltissimo che si voglia imbavagliare la ricerca con una legge che vieta di dubitare, come nei peggiori regimi (e d'altronde fu proprio il Nazismo, incredibile dictu, a bruciare in enormi roghi i libri proibiti).
Vorrei poter vivere in un mondo nel quale è lecito studiare, approfondire, dubitare, ascoltare, ricercare, discutere e solo così scoprire l'angolo polveroso e buio nel quale si annida la verità storica.
Non so se la conoscete: si chiama libertà.

lunedì 14 ottobre 2013

Le bbestie der Paradiso terrestre


Prima d’Adamo, senza dubbio arcuno
Er ceto de le bbestie de llà ffori
Fascéveno una vita da siggnori
Senza dipenne un cazzo da ggnisuno.

Ggnente cucchieri, ggnente cacciatori,
Nò mmascelli, nò bbòtte, nò ddiggiuno...
E rriguardo ar parlà, pparlava oggnuno
Come parleno adesso li dottori.

Venuto però Adamo a ffà er padrone,
Ecchete l’archibbusci e la mazzola,
Le carrozze e ’r zughillo der bastone.

E cquello è stato er primo tempo in cui
L’omo levò a le bbestie la parola
Pe pparlà ssolo e avé rraggione lui.

Giuseppe Giachino Belli
19 dicembre 1834

venerdì 13 settembre 2013

La Ostpolitik adriatica

Una cosa buona questo governo la sta facendo davvero: ha dato vita a una seria ostpolitik adriatica, portando l'Italia a giocare un nuovo ruolo verso l'oriente più prossimo, una strategia semplice quanto intelligente.
In un paese da troppo tempo privo di prospettive di ampio respiro, gli incontri trilaterali con la Slovenia e con la Croazia rappresentano una boccata di aria fresca veramente utile alla nostra politica estera, a cui ci eravamo disabituati da troppi anni.
Il rapporto con la Slovenia è nato diversi mesi fa: la repubblica di Lubiana è in grave crisi economica, e ha scoperto, suo malgrado, quanto sia aspra la strada degli aiuti economici, in questa merkelcrazia chiamata Europa. Licenziamenti e tagli orizzontali verticali e diagonali alla spesa pubblica stanno rendendo la Slovenia un paese economicamente instabile, ciecamente abbandonato dalla grande madre austro-tedesca che le ha sempre fatto da chioccia e che oggi la inserisce impietosamente nella lista dei debitori da spremere con l'austerità. Alla premier Alenka Bratušek conviene cercare nuovi alleati, facendo fronte comune con quell'Italia che per motivi geografici deve necessariamente farsi andare simpatica.
Al duetto si è unita la Croazia, entrata a Luglio nell'Unione Europea. Anche la Croazia è stata per anni nelle braccia dell'asse Berlino-Vienna: sostenuta, incoraggiata e finanziata abbondantemente, ha rappresentato fino a ieri l'appendice meridionale del ricostituito impero germanico. Ma anche per Zagabria le cose sono cambiate a causa della miopia di frau Merkel, che ha scaricato lo storico alleato balcanico con la scusa di una legge croata che impedisce l'estradizione dei criminali politici jugoslavi e che Zagabria non vuole cancellare. La "scortesia" della Merkel è arrivata al punto da disertare la cerimonia ufficiale di ingresso della Croazia nell'Unione Europea per "altri impegni".
D'altronde è il grande difetto dei tedeschi: la stolz, la superbia che li porta a non considerare di poter avere alleati, ma a concepire l'Europa come un grande feudo pieno di paesi vassalli a cui si chiede il vincolo di fedeltà. In questo caso stolz è una parola pericolosamente simile a stoltezza.
L'Italia, intelligentemente, sta dimostrando di sapersi inserire in questo buco, proponendosi a Slovenia e Croazia come alleato credibile e umile, e soprattutto "meridionale", e in quanto tale meno esigente in quanto a parametri di austerità. A sloveni e croati conviene trovare amici di cui fidarsi per non restare soli in questo "gioco della sedia" che è l'Unione Europea. L'Italia può così riaffacciarsi al mare Adriatico, quel "lago interno europeo" che assume sempre maggiore importanza nell'Europa allargata a est e che attraverso il sistema portuale del NAPA potrebbe spostare il baricentro del continente a sud.
Il banco di prova sarà il rigassificatore di Zaule: quell'opera strategica importantissima per il futuro di Trieste, sul quale pesa il veto tattico degli ambientalisti sloveni e la concorrenza del progetto croato, ma sul cui progetto potrebbero magicamente convergere tutti in nome di una nuova alleanza adriatica. Una vera e propria magia, che dimostrerebbe alla Merkel di aver perduto definitivamente la sponda meridionale del proprio impero.
Dimostrazione che arriverà il 26 settembre, quando Trieste ospiterà il vertice italo-russo, dando l'ultimo salutare schiaffo all'Europa. Il rapporto con Putin non può limitarsi all'amicizia personale con Berlusconi: deve essere rafforzato e reso capace di sopravvivere ai governi, perché senza l'assenso russo l'Italia non potrà ambire a giocare la sua partita di recupero di influenza sull'area balcanica, e così facendo su tutto il sud-est europeo.

In questo quadro il grande assente è la politica locale: impegnati in beghe di basso profilo, i partiti triestini non si rendono conto di avere un ruolo chiave nella partita e, persi nell'oziosa diatriba fuoritempo sul TLT, si lasciano commissariare dalla tanto criticata politica romana.  
Dum Tergestae consulitur, Berolinum expugnatur.

mercoledì 7 agosto 2013

"Cecile Kyenge non ragiona da italiana" - da Il Piccolo, 7 agosto 2013

Arrivano barconi dall’Africa, sono in difficoltà, il mare grosso li sbatte su e giù, la massa umana che ci sta dentro dopo tre giorni e tre notti ha vomitato anche l’anima, nessuno si regge in piedi, stan sdraiati uno sull’altro, piangono e pregano. La nostra ricognizione li filma in piena notte con gli infrarossi, ce li mostra nei tg. All’alba le nostre vedette vanno a trovarli a colpo sicuro, si accostano, li tirano dentro uno alla volta, i disperati sanno solo tendere le braccia e farsi sollevare di peso. Ci sono anche donne. Due sono incinte. Partoriscono nel primo giorno che sono qui.
Nascono due bambini. Nati su suolo italiano, se applichiamo lo jus soli sono cittadini italiani. Come me, come voi. Non sappiamo ancora se i genitori sono somali o egiziani o senegalesi, ma comunque i figli sono italiani.
I padri restano extracomunitari, ma i figli sono italiani. Come due genitori maghrebini possano mettere al mondo un figlio italiano, è un mistero che non può essere spiegato. Se scatta lo jus soli, sic est. Essere cittadino di uno Stato, appartenere al popolo che vive e lavora in quello Stato, vuol dire ereditare il suo passato, accettare le sue leggi fondanti (Costituzione e codici), condividere il suo presente, lavorare per realizzare il suo progetto di futuro. Essere cittadino non è una condizione involontaria e passiva, non è un dato subíto e insopportato, è un atto, bisogna compierlo o meritarselo.
So bene che ci sono molti cittadini italiani, come voi e come me, anche di più, perché sono deputati o consiglieri o sindaci, che ci disonorano in faccia al mondo, attirando su di noi condanne e disprezzo da parte delle massime istituzioni europee e mondiali, diffondendo l’idea che in Italia regna la barbarie, non è arrivata la civiltà, è sconosciuto il Cristianesimo, non è stata scritta una Costituzione, non si ha idea di un Codice Penale, dirigenti e ministri fanno e dicono quel che vogliono, non sono sottoposti alle leggi. Perché se fossero sottoposti, commettendo atti o rilasciando dichiarazioni pubbliche oltraggiose per il comune senso dell’essere umano, dovrebbero automaticamente decadere da ogni carica, restituire gli stipendi presenti e passati, e finire sotto processo penale.
Bossi dichiarava ieri che la Kyenge è «diversamente bianca». Poteva dire che è «diversamente laureata», nel senso che non s’è laureata come suo figlio, comprando gli esami uno dopo l’altro, o come lui stesso, che l’ultima volta che ha dato notizia del suo status universitario era fuori corso da quarant’anni. Chi dice che la Kyenge è una scimmia, è un orango, bisogna buttarle le banane, non è umana perché non è bianca, non può fare il consigliere o il sindaco o l’insegnante, non può votare, svergogna la cittadinanza che ha in comune con noi e dovrebbe risarcirci tutti. I leghisti devono parecchi soldi a voi e a me.
Quando i compagni di partito sbagliano, se c’è uno che si scusa per tutti, quello mostra la necessaria dose di grandezza. E qui è Tosi. È l’unico.
Detto ciò, fermiamoci sullo jus soli. Lo jus soli è una proposta fatta dall’esterno della cittadinanza, per favorire chi non ce l’ha, senza tener conto dello sconquasso che introduce. Si dice: «Ma l’America fa così». Esatto, ma l’America è uno Stato occupato e conquistato dagli immigranti, sulla distruzione e l’annientamento dei nativi locali. I colonizzatori si sono eretti a cittadini aventi ogni diritto, compreso quello di stabilire chi è e chi non è americano. L’America ha avuto una identità e una Costituzione impiantate sulla mancanza di una identità e di una Costituzione. Siamo noi in questa condizione?
Attenzione a quello che ora dirò, me ne assumo la responsabilità. Per coloro che vogliono lo jus soli, o altre forme di enorme facilitazione alla cittadinanza, per cui uno viene qui e in un attimo è nostro concittadino, la risposta coerente è: sì, siamo in questa condizione. E cioè: Costituzione e codici non importano, non occorre conoscerli e farli propri, la cittadinanza ci cade addosso, nel nuovo popolo si possono accostare non solo civiltà e civiltà, diverse ma compatibili, ma anche civiltà ostili tra loro, sistema e anti sistema. Per questo dico: non ha senso fare ministro italiano un’ottima persona, ma che ragiona da extra-italiano. Magdi Allam dice che fare ministro italiano la Kyenge è «un atto di razzismo verso gli italiani».
Parole pesanti. Mail concetto è quello.


Ferdinando Camion, "Il Piccolo", 7 agosto 2013, pag. 4.

giovedì 11 luglio 2013

La libertà è uguale per tutti

Alfred, David, Xsara, Susi sono 4 dei 38 scimpanzé vissuti per trent'anni in un laboratorio di vivisezione. Hanno passato tutta la vita chiusi dentro gabbie molto piccole, cavie per esperimenti farmaceutici: ad alcuni è stato iniettato il virus dell'HIV, ad altri è stata indotta l'epatite, il tutto in strutture asettiche e igeniche, bianche, senza finestre e illuminate dalle luci al neon, senza venire mai in contatto tra di loro né vedere la luce del sole.
Dopo 30 anni sono stati finalmente liberati, accolti nel parco austriaco Gut Aiderbichl animal Sanctuary, vicino Salisburgo in Austria.
Queste sono le immagini di quando è stata loro aperta la porta: per la prima volta nella vita hanno visto la luce del sole.
Immaginate di rimanere rinchiusi per decenni dentro una gabbia, di vivere nella paura e nel dolore per i cruenti esperimenti a cui siete sottoposti. Immaginate di non avere alcuna prospettiva di vita.
Immaginate poi di venire condotti in un luogo diverso, una stanza più grande dove incontrerete altri reclusi come voi: d'un tratto, per la prima volta nella vostra vita, si apre la porta.
La vostra reazione, non ho dubbi, sarebbe proprio questa:


venerdì 5 luglio 2013

Svuota-carceri

L'altro giorno a Pinerolo alcune tigri hanno ucciso il carceriere: secondo i giornali le amava come figli, ma che io sappia i figli non si tengono chiusi in gabbia.
Sono ancora tantissime le prigioni in Italia e in tutto il mondo, dentro le quali milioni di animali nati liberi trascorrono i propri giorni per il nostro annoiato divertimento nel guardarli. Non serve essere animalisti per provarne compassione.

Oggi è la giornata mondiale contro la cattività dei mammiferi marini. Dedicate qualche minuto a guardare questo bel video e la prossima volta che i vostri figli vi chiederanno di visitare lo ZooMarine o l'Acquario di Genova, spiegate loro che anche gli animali amano la libertà.
Esattamente come noi.


lunedì 1 luglio 2013

Mario Adinolfi sui matrimoni gay

Mario Adinolfi, del Partito Democratico, ha scritto questa lucida e condivisibile analisi riguardo il tema dei matrimonii tra omosessuali:
PERCHE' SONO CONTRARIO AL MATRIMONIO GAY di Mario Adinolfi

Con la sentenza della Corte Suprema Usa (per carità, è solo un primo passo, ma la pallina ormai è su un piano inclinato) il matrimonio gay, già sdoganato in mezza Europa, si appresta a diventare tema di dibattito anche in Italia e prima o poi legge. Mi rendo conto dell'impopolari
tà della mia posizione, in particolare a sinistra dove comunque ricordo la linea del Pd è contrario al matrimonio omosessuale e a favore delle unioni civili "alla tedesca" (linea su cui concordo in pieno), ma io sono stato sempre e resto contrario alle nozze gay. Provo a riassumere il perché in cinque rapidi motivi.

1. Per me il matrimonio è l'unione tra un uomo e una donna, questo è stato per millenni. Dal matrimonio derivano diritti e doveri. La battaglia per il matrimonio omosessuale non è una battaglia per una parolina (chiamarla "matrimonio" o "pippo" cosa cambierebbe?) è la battaglia per i diritti che ne conseguono. I tre fondamentali temi di controversia sono il diritto "a formarsi una famiglia", il diritto di successione e il diritto alla reversibilità della pensione. Sono due diritti che io contesto possano essere riconosciuti fuori dal matrimonio tra un uomo e una donna.

2. Se il matrimonio è solo un timbro pubblico sul proprio amore e "davanti all'amore lo Stato non può imporre a nessuno come comportarsi", al momento dovessimo ammettere la rottura del principio sacro per millenni che il matrimonio è l'unione tra un uomo e una donna, perché limitarci a rendere legale e matrimoniale solo il rapporto tra due donne o due uomini? Perché non accettare che ci si possa amare in tre? O in quattro? Se un bambino riceve amore uguale a quello di una madre e di un padre da due papà, perché non da quattro? O da tre papà e una mamma? O dal papà che ama tanto il proprio cane e vuole che la sua famiglia sia composta dal papà, dal cane e dal bambino ottenuto da una madre surrogata? Il cane dimostra tanto affetto verso il bimbo, quasi gli somiglia. Se rompiamo la sacralità del vincolo matrimoniale tra uomo e donna, ogni rapporto "stabile" potrà alla lunga trasformarsi in matrimonio, sarà un diritto incontestabile. Con conseguenze inimmaginabili.

3. Su due uomini possono sposarsi ne deriva il pieno diritto a "formarsi una famiglia". Senza limitarsi al diritto all'adozione, no, quello è il meno. I precedenti ci dicono che il diritto a figliare forzando la natura sarà pienamente tutelato. Il caso più noto è quello di Elton John e di suo "marito" David. Sono decine di migliaia già i casi similari. Elton e David vogliono un figlio. La natura pone un limite a questo loro bisogno, come è noto. Ma Elton e David vogliono, fortissimamente vogliono. Sono sposati e ora come tutte le coppie vogliono un figlio. Allora affittano (Dio mio, faccio fatica persino a scriverlo) l'utero di una donna, mescolano il loro sperma e con quel mix la ingravidano, nasce il piccolo Zac che appena nato istintivamente viene posato sul ventre della madre e naturalmente cerca il suo seno. Zac viene però immediatamente staccato a forza da quel suo rifugio naturale e consegnato ai "genitori". Il bimbo per un anno intero non fa altro che piangere, Elton se ne lamenta graziosamente in qualche intervista e racconta che per placarlo faceva "tirare" il latte al seno della madre naturale per allattarlo poi con il biberon. Io l'ho trovata una storia agghiacciante, una violenza terribile fatta al più debole tra gli umani, il neonato. La moda imperante considera tutto questo invece molto glamour.

4. Se il vincolo matrimoniale non è più quello tra un uomo e una donna, il diritto alla successione riguarderà prima di tutto il coniuge. Ho un amico ricco e anziano, che fin dai banchi del liceo ha come migliore amico un suo compagno sostanzialmente nullafacente che vive di espedienti. Gli ha dato rifugio in casa, una casa enorme e vivono sotto lo stesso tetto. Da più di cinque anni ormai. Mi racconta sempre il mio amico ricco che spera da tanto tempo la legge sul matrimonio omosessuale perché vuole lasciare l'eredità e soprattutto la sua pingue pensione all'amico, non a quella megera della ex moglie e alla di lei (e di lui) prole, da lui qualificata come avida e ingrata. Anche qui c'è un lato glamour, anche se il mio amico non è per niente gay, anzi. Io vedo però diritti negati e anche un'opportunità: alla dipartita del mio amico anziano, andrò io a convivere nell'enorme casa con il suo amico, che è più anziano di me di vent'anni e morirà presumibilmente prima di me, lasciandomi avendomi omosessualmente sposato il diritto alla pingue pensione reversibile. E così via.

5. L'impatto del matrimonio omosessuale sul tessuto sociale, su quel poco di stabilità che resta nelle nostre convinzioni ancestrali, persino sui conti pubblici in materia previdenziale, sarebbe devastante. Non ce rendiamo conto e pensiamo che sia solo una materia alla moda per sentirsi tanto moderni e progressisti. Sei contrario al matrimonio omosex? Sei medievale. Con buona pace dei liberal contrari ad ogni discriminazione, pronti però a discriminarti per un'opinione discordante.

Credo che ormai la mia sia una battaglia persa, la Corte Suprema Usa si è piegata allo "spirito dei tempi" ed ormai è solo questione di tempo. Resta, però, un fatale errore.

giovedì 27 giugno 2013

O Dio o la lotta armata

Non ho mai ben compreso le opinioni dei sostenitori dell'esistenza di una morale laica, che si suppone in grado di fondare la società su un sentire comune che non dipenda dal divino.
A mio modo di vedere non c'è nulla di "naturale" nell'imporre a se stessi un regolamento che vieti determinati condotte verso le quali ciascuno di noi sarebbe altrimenti portato.
E mi riferisco a diversi piani: se Dio non esiste per quale motivo dovrei astenermi dal rubare a chi ha più di me? Il mio istinto mi suggerisce che rubare ai poveri è sbagliato ma per non rubare ai ricchi, in un sistema colmo di diseguaglianze come il nostro, ho bisogno di una legge superiore che me lo imponga. Solo la morale religiosa può trattenermi, promettendomi una più grande giustizia nel mondo che verrà.
E ancora, se non c'è Dio chi dovrebbe vietarmi di sopraffare il mio prossimo, sottomettendolo alla mia volontà? O di limitare la libertà altrui in nome del mio interesse, o ancora di esercitare violenza per ottenere ciò che ritengo essere, per me, il bene?
Ma soprattutto: se Dio non esiste chi mi imporrà di restare a guardare quando si consumano ingiustizie, violenze, atrocità nei confronti dei più deboli? Chi potrà convincermi a non intervenire con ogni mezzo affinché cessino le sopraffazioni quotidiane, a non utilizzare la violenza per quello che so essere l'obiettivo più nobile, e cioé aprire ogni gabbia?
Il mondo è un luogo crudele e ingiusto. Se Dio non esiste viene meno la certezza di una superiore giustizia che darà senso a tutto, e l'unica soluzione rimane la lotta armata.



martedì 25 giugno 2013

C'è qualcosa da capire

L'ultimo prete inca, avvicinando la morte
Radunò attorno a sé pochi superstiti
Le mani quasi giunte
Su un arbusto mai visto sedeva accovacciato sulla terra
"imparerete ad amarla in pace e in guerra"
Grigie pietre le strade lastricate
Grigie pietre le case inutilmente fortificate
Fessure i volti bruni di sole, sole,
Tra tessuti sgargianti di colore
"è vostra questa pianta dono del creatore
A lui salga la lode, voi che pagate crudele salvatore"
E gli occhi suoi già stanchi prendevano commiato
Velando con lo sguardo
Le mille meraviglie del creato,
"in alto trasparente denso il cielo immobile vicino
In basso umide nuvole rumore
Di foresta lontano, lontano, lontano
Renderà sopportate fame fatica orrore
Le vostre sofferenze allevierà amate creature
Vi terrà compagnia quando sarete soli di necessità
Per ultimo non ultimo li polverizzerà"
Se ne presero cura devota silenziosa
Impotente difesa masticata preghiera
Nei secoli fedeli senza speranza qualche parola stanca
Un prete, un dono, una divinazione...
Qualcuno, senza merito, ne canta la canzone
Non si sa mai, c'è qualcosa da capire
Per quanto il senso sia difficile da dire
Difficile da dire per quanto il senso sia
C'è qualcosa da capire, non si sa mai
Impotente difesa masticata preghiera
Rende sopportate fame fatica orrore
Le sofferenze allevia amate creature
Tiene al caldo chi è solo di necessità
Per ultimo non ultimo li polverizzerà.

Giovanni Lindo Ferretti, “Polvere”

lunedì 17 giugno 2013

La mucca che piange

“Per un mattatoio di Hong Kong, era una giornata abbastanza normale, finché una mucca che stava per essere macellata cadde in ginocchio e cominciò a piangere!” La gente pensa che gli animali non piangano, ma questo animale stava piangendo come un bambino “- ha detto Billy Fong ai giornalisti di Hong Kong. “Attorno c’erano dieci uomini che traggono il proprio sostentamento attraverso la macellazione degli animali. E dai loro occhi, le lacrime cominciarono a fluire. La gente era talmente toccata da decidere di acquistare la mucca. Successivamente tale mucca fu donata ad un tempio buddista, dove poté il vivere il resto della sua vita in pace “.
Questa storia della mucca che piange ebbe inizio quando questo grosso animale veniva trasportato verso il macello. Quando si avvicinarono al macello, improvvisamente l’animale cadde a terra, sulle sue zampe anteriori. Poi, le sue lacrime iniziarono a fluire. “Quando vidi l’animale cominciare a piangere con tristezza e paura nei suoi occhi, ho iniziato a tremare,” – ha detto il macellaio. “Chiamai gli altri che divennero tanto stupiti quanto me. Cominciammo a tirare e spingere l’animale, ma non volle saperne di spostarsi. Sedeva a terra e piangeva. Mi si rizzarono i peli, perché l’animale reagiva come un essere umano. Ci guardammo in faccia e sapendo che nessuno di noi sarebbe stato in grado di ucciderlo, avremmo dovuto decidere cosa fare con lui “.
Infine, dopo lunghe discussioni, decisero di raccogliere i soldi per mandare l’animale a riposarsi, per tutta la vita, con dei sacerdoti buddisti, che non hanno nulla contro le mucche. “Non fummo in grado di smuoverlo da lì finché non gli promettemmo che non sarebbe morto. Poi si alzò e venne con noi. Potete crederci oppure no, ma questa è la verità, anche se sembra strano. Sembrava che questo grande animale avesse capito ogni parola da noi pronunciata, “- disse il Sig. Tat Nin. Per alcuni impiegati del macello, questo incidente fu decisamente troppo.
Il Sig. Fong ha detto: “Tre operai, subito dopo aver assistito a questa scena, si licenziarono. Dissero che non sarebbero stati mai più in grado di uccidere un animale, perché avrebbero sempre ricordato quella mucca e come le sue lacrime scorrevano lungo il suo muso dai grandi occhi tristi.”

http://blog.pagine-verdi.com/la-storia-della-mucca-che-pianse-al-mattatoio/

lunedì 3 giugno 2013

Lettera da Istanbul: dalla Turchia al mondo

Si protesta per fermare la demolizione di qualcosa di più grande di un parco: il diritto a vivere in democrazia. La città si stringe solidale contro il governo.



Istanbul, 3 giugno 2013, Nena News - Ai miei amici che vivono fuori dalla Turchia: scrivo per farvi sapere cosa sta succedendo a Istanbul da cinque giorni. Personalmente sento di dover scrivere perché la maggior parte della stampa è stata messa sotto silenzio dal governo e il passaparola

e internet sono i soli mezzi che ci restano per raccontare e chiedere sostegno. Quattro giorni fa un gruppo di persone non appartenenti a nessuna specifica organizzazione o ideologia si sono ritrovate nel parco Gezi di Istanbul. Tra loro c'erano molti miei amici e miei studenti. Il loro obiettivo era semplice: evitare la demolizione del parco per la costruzione di un altro centro commerciale nel centro della città. Ci sono tantissimi centri commerciali a Istanbul, almeno uno in ogni quartiere. Il taglio degli alberi sarebbe dovuto cominciare giovedì mattina. La gente è andata al parco con le coperte, i libri e i bambini. Hanno messo su delle tende e passato la notte sotto gli alberi. La mattina presto quando i bulldozer hanno iniziato a radere al suolo alberi secolari, la gente si e' messa di mezzo per fermare l'operazione.

Non hanno fatto altro che restare in piedi di fronte alle macchine. Nessun giornale né emittente televisiva era lì per raccontare la protesta. Un blackout informativo totale. Ma la polizia è attivata con i cannoni d'acqua e lo spray al peperoncino. Hanno spinto la folla fuori dal parco.

Nel pomeriggio il numero di manifestanti si è moltiplicato. Così anche il numero di poliziotti, mentre il governo locale di Istanbul chiudeva tutte le vie d'accesso a piazza Taksim, dove si trova il parco Gezi. La metro è stata chiusa, i treni cancellati, le strade bloccate. Ma sempre più gente ha raggiunto a piedi il centro della città. Sono arrivati da tutta Istanbul. Sono giunti da diversi background, da diverse ideologie, da diverse religioni. Si sono ritrovati per fermare la demolizione di qualcosa di più grande di un parco: il diritto a vivere dignitosamente come cittadini di questo Paese.

Hanno marciato. La polizia li ha respinti con spray al peperoncino e gas lacrimogeni e ha guidato i tank contro la folla che offriva ai poliziotti cibo. Due giovani sono stati colpiti dai tank e sono stati uccisi. Un'altra giovane donna, una mia amica, è stata colpita alla testa da uno dei candelotti lacrimogeni. La polizia li lanciava in mezzo alla folla. Dopo tre ore di operazione chirurgica, è ancora in terapia intensiva in condizioni critiche. Mentre scrivo, non so ancora se ce la farà. Questo post è per lei.

Nessun agenda nascosta
Queste persone sono miei amici. Sono i miei studenti, i miei familiari. Non hanno "un'agenda nascosta", come dice lo Stato. La loro agenda è là fuori, è chiara. L'intero Paese viene venduto alle corporazioni dal governo, per la costruzione di centri commerciali, condominii di lusso, autostrade, dighe e impianti nucleari. Il governo cerca (e quando è necessario, crea) ogni scusa per attaccare la Siria contro la volontà del suo popolo.

E, ancora più importante, il controllo del governo sulle vite personali della sua gente è diventato insopportabile. Lo Stato, dietro la sua agenda conservatrice, ha approvato molte leggi e regolamenti sull'aborto, il parto cesareo, la vendita e l'utilizzo di alcol e anche il colore del rossetto delle hostess delle compagnie aeree.

La gente che sta marciando verso il centro di Istanbul chiede il diritto a vivere liberamente e a ottenere giustizia, protezione e rispetto dallo Stato. Chiede di essere coinvolta nel processo decisionale della città in cui vive. Quello che invece ha ricevuto è violenza e un enorme numero di gas lacrimogeni lanciati dritti in faccia. Tre persone hanno perso la vista.

Eppure continuano a marciare. Centinaia di migliaia si stanno unendo. Duemila persone sono passate sul ponte del Bosforo a piedi per sostenere la gente di Taksim. Nessun giornale né tv era lì a raccontare cosa accadeva. Erano occupati con le notizie su Miss Turchia e "il gatto più strano del mondo". La polizia ha continuato con la repressione, spruzzando spray al peperoncino tanto da uccidere cani e gatti randagi.

Scuole, ospedali e anche hotel a cinque stelle intorno a piazza Taksim hanno aperto le porte ai feriti. I dottori hanno riempito le classi e le camere di albergo per dare primo soccorso. Alcuni poliziotti si sono rifiutati di spruzzare lo spray e lanciare lacrimogeni contro persone innocenti e hanno smesso di lavorare. Intorno alla piazza hanno posto dei disturbatori per impedire la connessione internet e i network 3G sono stati bloccati. I residenti e i negozi della zona hanno dato alla gente in strada accesso alle loro reti wireless, i ristoranti hanno offerto cibo e bevande gratis.

La gente di Ankara e Izmir si è ritrovata nelle strade per sostenere la resistenza di Istanbul. I media mainstream continuano a raccontare di Miss Turchia e del "gatto più strano del mondo".

***

Scrivo questa lettera così che possiate sapere cosa succede a Istanbul. I mass media non ve lo diranno. Almeno non nel mio Paese. Per favore postate più articoli possibile su internet e fatelo sapere al mondo.

Mentre pubblicavo articoli che spiegavano quanto sta avvenendo ad Istanbul sulla mia pagina Facebook la scorsa notte, qualcuno mi ha chiesto: "Cosa speri di ottenere lamentandoti del tuo Paese con gli stranieri?". Questa lettera è la mia risposta.

Con il cosiddetto "lamentarmi" del mio Paese, io spero di ottenere:

Libertà di parola e espressione,

Rispetto per i diritti umani,

Controllo sulle decisione che riguardano il mio corpo,

Diritto a radunarsi legalmente in qualsiasi parte della città senza essere considerato un terrorista.

Ma soprattutto dicendolo al mondo, ai miei amici che vivono nel resto del globo, spero di aprire i loro occhi, di aver sostegno e aiuto.

*Originariamente pubblicato sul blog defnesumanblogs.com

mercoledì 29 maggio 2013

Scontro tra civiltà

Signor Presidente della Repubblica,
giovane ufficiale nelle Riserva Operazionale dell’Armata di Terra, arrestato arbitrariamente in occasione del Rastrellamento ai Champs-Élysées il 25 maggio 2013 e detenuto per 24 ore, vi prego gentilmente di ritirare le mie decorazioni militari. Il disonore che mi avete fatto subire non mi permette più di portare degnamente il simbolo del rispetto che mi era stato concesso dalla Nazione.
Giurista nel civile, diplomato alla Scuola Speciale Militare di Saint-Cyr e master 2 di relazioni internazionali Sicurezza Difesa, pensavo di essere degno della Repubblica avendo saputo assimilare i valori e le virtù apprese lungo il corso della mia educazione.
Non abitando nella nostra Capitale, ma essendo semplice provinciale, mi dirigevo verso la tomba del Milite Ignoto per un momento di raccoglimento presso i nostri antenati morti per la nostra Libertà.
Risalivo l’Avenue des Champs-Élysées quando dei movimenti di folla hanno attirato la mia attenzione. Mi sono naturalmente avvicinato a ciò che mi sembrava essere il centro di un’azione di protesta. Ho riconosciuto delle bandiere della “Manif pour Tous”. Non ho visto altro che dei giovani ostinati ma pacifici.
Addestrato per delle missioni di protezione del territorio come Vigipirate, avevo appena appreso che un mio camerata era stato ferito sul piazzale della Défense effettuando la sua missione qualche ora prima. Turbato da tanta agitazione parigina, restavo spettatore e stupefatto della violenza con la quale le nostre forze dell’ordine agivano contro questi giovani. Le immagini parlano da sole. Conosco la difficoltà di gestire una folla e non discuto le azioni individuali della nostra polizia che esegue gli ordini gerarchici.
Tuttavia, sono indignato dagli arresti completamente arbitrari organizzati alla vigilia di una manifestazione autorizzata dalla Prefettura.
Sono stato arrestato, pur essendo solamente un passante curioso e spettatore silenzioso! Un comandante puntandomi il dito ordina ai suoi subordinati di “imbarcarmi” dopo uno scambio di sguardi… È troppo chiaro per sembrare innocente? La mia pettinatura di ufficiale gli sembrava troppo corta per incarnare il semplice passante, tuttavia ero capo di Picchetto d’Onore di una commemorazione qualche giorno prima per il 68° anniversario della Vittoria dell’8 maggio 1945… Le parole pronunciate dal Prefetto mi risuonano ancora durante la lettura del messaggio del Sig. Kader Arif, ministro delegato presso il Ministro della Difesa, incaricato dei veterani, che ha denunciato le azioni politiche dei nazisti sugli individui giudicati indegni.
La gioventù francese educata ed istruita vi sembra indegna, Signor Presidente?
Sì, possiamo parlare di un RASTRELLAMENTO. Organizzato dai vostri servizi quella sera. Nessuna delle mie (nostre) libertà sono state rispettate. Arrestato senza nessuna ragione, non avevo né nessun segno ostentato di una parte, né comportamento aggressivo. Sono stato arrestato con veemenza come un volgare delinquente, senza alcun preavviso, senza nessuna spiegazione, senza alcuna considerazione.
Ventiquattro ore in custodia, Signor Presidente; mi permetta di ricordarle che “la forza senza il diritto rende la verità abietta”.
Non mi permetterei di criticare la vostra operazione di rastrellamento se degli arresti di massa e improvvisati non fossero stati constatati. Queste ventiquattro ore di detenzione hanno avuto almeno il merito di permettere uno scambio con i miei codetenuti… i numerosi quadri dirigenti e studenti universitari che mi circondavano mi facevanopensare a quelle élites che si mettono in carcere per paura che diventino vettori di coscienza.
Disonorato da questi metodi, sono profondamente offeso e vi prego di voler, gentilmente, ritirare le mie decorazioni che mi rendevano fiero d’incarnare l’Amore profondo della Nostra Patria e i doveri che esse implicano.
“Si muore per una Cattedrale non per delle pietre, per un popolo non per una folla. Si muore per amore dell’uomo se è chiave di volta di una comunità, si muore solo per ciò di cui si può vivere” (Antoine de Saint-Exupéry)
Al fine di facilitarvi le pratiche amministrative, dato che ho subito dei ritardi ripetitivi riguardanti il mio salario, prendo naturalmente delle precauzioni d’uso trasmettendovi il mio identificativo difesa, comunemente chiamato, matricola: 0739020120.
Vi ringrazio in anticipo per la vostra attenzione. Vi prego di gradire, Signor Presidente della Repubblica, l’espressione del mio profondo rispetto.
JM

martedì 30 aprile 2013

Ero un vivisezionista

Riuscivo a sentire il battito frenetico del cuore della cavia quando la presi in mano...Articolo pubblicato il 31 marzo 2007 dal quotidiano inglese "The Guardian".
Dalla voce di un ex-vivisettore, tutto l'orrore di questa pratica, e il perche' continua a esistere e a essere insegnata nelle universita' come fosse cosa dovuta e normale.
Iniziò tutto quando ero uno studente universitario di medicina. Venimmo abituati gentilmente; iniziammo guardando video di esperimenti su conigli anestetizzati e prendendo nota dei risultati. In seguito effettuammo esperimenti sulle zampe delle rane e poi sui cuori. Prendevamo la cosa seriamente e 15 anni dopo ricordo ancora i principi fisiologici che imparavamo in quegli esperimenti. Così sembrava ne valesse la pena. Quando iniziai il dottorato, dovetti frequentare un corso che insegnava a occuparsi degli animali sotto anestesia e ucciderli con umanità.
Gli esperimenti sugli animali sono rigidamente normati in Gran Bretagna; è necessaria una licenza dal Ministero degli Interni e si devono fare esami e test pratici per dimostrare la propria competenza. Il corso fu spaventoso. Guardavamo un video su come uccidere gli animali - gente con maschere e camici da laboratorio che sbattevano gli animali sul lato di un tavolo o gli spezzavano il collo - e poi discutevamo tranquillamente di etica, come se tutto avesse senso. Il problema è che non ce l'aveva - ma devo essermi perso il pezzo in cui ci incoraggiarono a metterlo in dubbio.
Quando iniziai a lavorare nel laboratorio di ricerca, venne il mio turno. Eravamo attentamente supervisionati e non ci veniva fatta fretta di uccidere animali prima che fossimo sicuri di poterlo fare in modo appropriato.
Ma non mi sembrava giusto fare gli esperimenti senza compiere anche l'uccisione. Riuscivo a sentire il battito frenetico del cuore della cavia quando la presi in mano; non era l'unica ad essere nervosa. E poi lo feci. Le sbattei la testa sul lato del tavolo per tramortirla, poi le tagliai la gola e morì dissanguata. Il rumore del cranio che sbatte contro il tavolo non mi lascerà mai; 10 anni dopo sobbalzo ancora quando sento un suono simile.
In alcuni laboratori, il danno psicologico che questa tecnica infligge sullo staff è ben noto e agli animali viene perciò iniettata una dose mortale di anestetico. Ma questo è molto più doloroso per l'animale e può danneggiare il tessuto sul quale si vuole sperimentare. Così li colpivamo sulla testa e vivevamo con il suono di crani rotti.
Presto divenne più facile. Ciò che all'inizio mi aveva scioccato fu all'improvviso molto normale e banale.
Sbattere la nuca delle cavie e poi tagliare loro la gola non mi faceva davvero più effetto. E sembrava non fare alcun effetto a nessun altro. I colleghi mi dissero che era una strategia del tutto naturale per farcela, che semplicemente non lo avresti potuto fare senza razionalizzarlo nella tua testa. Gli amici immaginavano che stavo facendo sicuramente della ricerca medica che valeva disperatamente la pena per giustificare un tale comportamento, che stavo per scoprire la cura per l'AIDS o per le malattie cardiache. La verità è che il lavoro di ricerca procede spesso per tentativi ed è solo il senno di poi che ci permette di giudicare quali erano le scoperte utili.
Nel frattempo il palazzo nel quale lavoravo era sotto assedio da parte degli antivivisezionisti. Un importante leader per i diritti degli animali stava facendo lo sciopero della fame in prigione. I suoi sostemitori avevano fatto circolare una lista di accademici che avrebbero ucciso per vendetta se il leader fosse morto.
Eravamo circondati da barriere di acciaio e da poliziotti a cavallo dalle facce severe. L'auto del dipartimento aveva uno specchietto su un'asta, così da poter controllare se sotto c'erano bombe. Ma a volte avere un nemico contro il quale unirsi rende più facile non mettere in dubbio ciò che si sta facendo. E una volta che ci sei dentro è difficile uscirne.
Quando ebbi terminato il mio dottorato triennale, me ne andai. Ero diventato un uomo che pensava fosse normale uccidere animali quotidianamente e non soffrirne, il che non era esattamente ciò che volevo essere.
Un anno dopo che avevo terminato presi in mano di nuovo una cavia. Era una di quelle molto pelose, la cui testa e coda erano difficilmente distinguibili. Non dissi al suo proprietario cosa facevo una volta. Avevo un irrazionale timore di andare fuori di testa all'improvviso e colpire il povero animale. Non lo feci, ma dovetti nascondermi le mani, che tremavano quando lo rimisi giù.
Ora mi considero riabilitato. Ho ucciso solo due animali da allora: un uccello selvatico senza una zampa e brulicante di vermi e un coniglio mezzo morto con una mixomatosi. Entrambe le volte poi ho vomitato di puro orrore. Ma questa è una reazione naturale e ne sono felice.

Leggi l'articolo originale

Fonte: The Guardian, I was a vivisectionist - Da AgireOra Network: www.agireora.org
http://www.mednat.org/vivisezione.htm

lunedì 29 aprile 2013

Abbattere il muro del silenzio

Eccezionale l'occupazione dello stabulario di Farmacologia di Milano!




Sabato 20 aprile il muro di silenzio eretto a difesa dei laboratori e degli stabulari italiani dove ogni anno trovano la morte circa 900.000 animali ha cominciato a scricchiolare. Tre attiviste e due attivisti del Coordinamento Fermare Green Hill, in pieno giorno, hanno occupato un intero piano, il quarto, della facoltà di Farmacologia dell’Università degli Studi di Milano.
In quei locali vengono detenuti, seviziati, infine decapitati, migliaia di individui. Siamo entrati in possesso dei documenti riguardanti anni e anni di esperimenti condotti utilizzando topi, conigli, ratti, gerbilli, pesci, criceti e cani. Abbiamo potuto portare fuori da quelle pareti le immagini degli animali reclusi, potendo raccontare la loro storia, la loro esperienza, ciò che subiscono sulla loro pelle in mesi o anni di manipolazioni, iniezioni, osservazioni morbose, torture. Abbiamo voluto farlo mostrando il nostro volto, affrontando a viso aperto i responsabili di quella situazione con la volontà e la consapevolezza di non sottrarci alle conseguenze che scaturiranno dalla nostra azione.
Negli stabulari abbiamo trovato 18 conigli terrorizzati: alla vista di una persona scattavano contro la parete posteriore della gabbia, nel vano tentativo di sottrarsi agli occhi di chi, secondo la loro esperienza, li avrebbe afferrati per trascinarli nei laboratori dei piani sottostanti. Negli angoli di quelle gabbie grumi di feci ammuffite erano l’unica compagnia di quegli sfortunati animali. Due di loro sono detenuti dal 2008, molti altri dal 2009 e dal 2010, alcuni dal 2011.

GUARDA IL VIDEO DI QUESTA STORICA GIORNATA:

In ciascuna delle altre stanze erano stipati diversi scaffali contenenti ognuno circa 30 gabbie in plexiglass ricolme di piccoli topi. Molti avevano le orecchie forate da buchi perfettamente circolari. Abbiamo capito, successivamente, che quel tipo di ferita era causata da una specie di graffetta identificativa, utile a distinguere i singoli animali di una gabbia, che abbiamo osservato pendere dalle orecchie di alcuni, coi bordi raggrumati di sangue. Molti presentano patologie del pelo, ferite cutanee e si grattano furiosamente.
Alcuni topi passano molto tempo appesi alle sbarre del soffitto della gabbietta, afferrandole con tutte e quattro le zampine, scappando al minimo segno di presenza umana, segno di un profondo stress e di un disagio inesprimibile. Diversi topi cercano costantemente di liberarsi, tentando di saltare addosso ai bordi del coperchio della gabbia, con violenza, arrivando a sbattere in continuazione la testa. Altri topi sono catatonici, immobili, insensibili a qualunque stimolo esterno.
I box dei cani erano vuoti, adibiti a magazzino temporaneo, anche se in due box c’erano segni di quella che poteva sembrare una detenzione recente (chiazze di urina rappresa). Dopo una lunga trattativa, resa possibile dal fatto che i nostri stessi corpi bloccavano ogni accesso possibile e forti del possesso di tutti i documenti presenti, abbiamo ottenuto di andarcene con quanti più animali possibili, ospitati ora dall’associazione Vita da Cani Onlus di Arese.
I responsabili dell’università si sono detti disponibili a cedere anche tutti gli altri animali presenti nello stabulario, resi ormai inservibili dalla “contaminazione” data dalla nostra presenza e dallo scompiglio dei cartellini identificativi (rendendo quindi impossibile identificare i singoli animali). Abbiamo così condotto verso una vita libera centinaia di topi e un coniglio, uno dei due detenuti dal 2008.
È notizia di ieri che il rettore si rifiuti di cedere gli animali restanti a chi direttamente è entrato negli stabulari. Ciò non ci preoccupa: la nostra unica volontà è vedere quegli animali fuori di lì, esistono molte realtà competenti che potranno aiutarli a trovare una vita diversa, lontano dalla grinfie di chi li considera oggetti.

GUARDA TUTTE LE FOTO DEGLI ANIMALI PRIGIONERI E IN LIBERTA’:

Il muro di silenzio comincia a cedere: siamo riusciti nell’intento di diffondere informazioni su ciò che avviene in quei luoghi, di portare la voce degli animali dove qualcuno potrà e vorrà udirla, di creare consapevolezza mostrando la realtà, in modo che tutti possano rendersi conto di quale incubo senza fine sia la sperimentazione animale. Stiamo studiando i protocolli dei quali ci siamo impossessati, presto sapremo dare dati precisi su quali esperimenti avvenivano e come erano condotti. Sapremo presto dirvi come morivano gli animali e cosa accedeva loro la dentro, mettendo in difficoltà, coi loro stessi documenti, quanti si prodigano in queste ore in dichiarazioni false.
I mattoni che compongono quel muro crolleranno uno ad uno: l’oscurantismo che vorrebbe vedere quegli individui come strumenti, le voci umane che soverchiano le voci animali, chi nega a topi, conigli, ratti, cani la vita e la libertà.
VUOI AIUTARCI IN QUESTO MOMENTO?
1) Adotta alcuni topi da laboratorio. Chi volesse proporsi per l’adozione ci contatti.
Mail: adozionicontrogreenhill@gmail.com Telefono: 339-2144345
2) Aiutaci a sostenere le spese. Abbiamo bisogno di contributi per l’acquisto di tantissime gabbiette in cui poter far viaggiare i topi verso le loro nuove case, in cui tenerli nei loro stalli temporanei e per andare a prelevare le altre migliaia ancora presenti nello stabulario. Inoltre l’azione di sabato ha avuto dei costi e avrà forti ritorsioni legali per le persone coinvolte. Aiutaci a continuare a salvare animali e portare avanti la lotta contro la vivisezione! Fai una donazione ora. Grazie!!!
Usa questa Postepay: numero 4023 6006 1715 8052 Intestata a D’angelo Sara Livia Vittoria
Insieme riusciremo a fermare la sperimentazione sugli animali!
Contro lo specismo – Per la liberazione animale
Coordinamento Fermare Green Hill (da http://www.fermaregreenhill.net/wp/abbiamo-abbattuto-il-muro-di-silenzio#more-3000)

giovedì 18 aprile 2013

Salvare la famiglia per salvare ciò che siamo

Che ci sia una regia mi sembra evidente: l'attacco è stato sferrato su scala mondiale, e non c'è verso di fermarlo. Mi riferisco all'attacco politico, mediatico e culturale al concetto di famiglia
.
"Famiglia", senza l'aggettivo "tradizionale" dietro a cui si cela una implicita condanna: la famiglia è una e non ha bisogno di aggettivi, basta guardare su un vocabolario di italiano o leggere la Costituzione per averne conferma.
L'attacco si è concretizzato nella sempre più povera Europa continentale, quella che ha saputo vergognarsi e dimenticarsi di aver dato origine alla civiltà occidentale e la sta rinnegando senza indugi. Che schifo questa Europa: mentre il mondo intero si rafforza nella propria identità e nel proprio pensiero e programma uno sviluppo culturale inseguendo il modello europeo, il vecchio continente si fa vecchissimo, rinnega se stesso e il proprio pensiero per approdare non a una meta migliore, ma a un non pensiero: al dominio del probabile sulla verità, e dell'esperienza pratica sul concetto.
L'Italia dal canto suo è ancora più povera perché rinuncia vergognosamente al proprio ruolo di avanguardia tradizionale, al proprio ruolo di argine concettuale alla marea meccanicistica anglosassone e finisce per inseguire il vecchio nella strada dell'autodissoluzione. E quindi le università italiane si piegano all'imposizione della metodologia britannica, fatta di un sapere più pratico e quindi più povero e dominata dall'economia come sostituto delle scienze "umane": l'uomo è un numero, e l'unico sapere per cui valga la pena studiare è dar di conto per far tornare i conti.

Per questo la battaglia in difesa della famiglia è una battaglia persa: perché la cultura è completamente controllata dal pensiero debole e il pensiero forte ha rinunciato a ogni difesa, complice la democrazia e l'ideologia della ricerca del consenso. Con lo spauracchio dell'omofobia oramai è individuato un nemico: in Francia lo abbiamo già visto, chi concepisce la famiglia come ci insegna la nostra Costituzione è o sarà passibile di denuncia per discriminazione. È un ragionamento talmente banale e povero che funziona.
D'altronde la demonizzazione ha i suoi ritultati: la semplice opinione, se fuori dal coro, è bollata come ingerenza e relegata nel ghetto della condanna della storia, quando non della magistratura.
Perciò sostenere che l'aborto è sbagliato non è più un'opinione politica, ma è "ingerenza" discriminatoria. E coerentemente Amnesty International ha inserito l'aborto nella propria lista di diritti fondamentale dell'uomo, per cui sostenere che sia male equivale a esercitare una violenza o ledere un diritto inviolabile.
A una a una tutte le opinioni vengono esiliate dalla polis e lapidate: non è neanche più lecito esprimerle. Qualcuno mi spieghi la differenza con il fascismo.

La famiglia è necessaria. E' quasi inutile chiedersi se è giusta o sbagliata, se il nostro carattere sessuale sia frutto del caso e intercambiabile o non piuttosto ciò che realmente siamo. La famiglia è semplicemente indispensabile: non può esistere uno Stato senza il suo carattere costitutivo principale che è la famiglia. Gli stessi sostenitori del matrimonio omosessuale di fatto intendono miopemente allargare il concetto di famiglia, ma continuano a ritenere la "coppia" elemento fondamentale di una società.
Ma se decidiamo di relativizzare la famiglia, di includere nel concetto ogni tipo di coppia, quale sarà il limite? Intendo dire: chi potrà vietare a tre o più persone conviventi di rivendicare il proprio status di "famiglia"? Chi potrà sostenere che la famiglia si fonda soltanto su una coppia, e non piuttosto su un aggregazione di persone dal numero variabile?
Mi spiego meglio: la famiglia composta da uomo e donna e quindi da prole è un concetto radicato in ogni cultura, che rappresenta davvero un punto di riferimento, un elemento costitutivo della società che ha radici concettuali molto forti. Se abbattiamo questo concetto, dove porremo il prossimo limite? Come motiveremo la necessaria prossima esclusione dai "diritti di famiglia"? Come faremo a sostenere che la poligamia non è famiglia? Come faremo a discriminare dal concetto di "famiglia" una donna convivente con più uomini, o con più donne?
Per questo la famiglia è fondamentale.
Per difenderla bisogna attuare due strategie: toglierne il monopolio alla Chiesa Cattolica e riconoscere immediatamente i diritti delle "coppie di fatto".

Il primo punto è evidente: la difesa della famiglia è affare di tutti e non solo della Chiesa (che, come sappiamo, nel nostro tempo non ha diritto ad alcuna opinione ma soltanto a "ingerenze"). Nell'anticlericalismo di moda nel quale viviamo, bisogna riportare la difesa della famiglia al centro dell'agenda politica laica: si tratta di un argomento che riguarda il futuro dello Stato, la distribuzione delle risorse, la proprietà privata, le pari opportunità... Riguarda tutti e ci riguarda tutti, non solo i cattolici.

Il secondo punto è necessario: i sostenitori del "matrimonio omosessuale" fondano il proprio consenso sulla reale esistenza delle coppie di fatto, conviventi senza il vincolo matrimoniale. Ciascuno di noi ne conosce a dozzine, e sarebbe realmente ingiusto e miope fingere che non esistano. Riconoscere a queste coppie alcuni diritti fondamentali è un fatto di giustizia: il diritto all'assistenza dell'altro in ospedale, il diritto all'accesso a una quota di eredità...
E' assolutamente necessario colmare immediatamente questo vulnus grave, che come una ferita aperta è il luogo dove si vanno a nutrire e rafforzare le infezioni del pensiero. Si tratta di un passaggio inevitabile: farlo subito e farlo bene significa costruire un argine contro la marea dilagante che ha come scopo la distruzione della società umana, e che usa i diritti come detonatore d'accesso per abbattere tutto ciò che siamo.

giovedì 21 marzo 2013

La Trappola di Gabriele Lavia. E io ci sono cascato

Che poi a me va bene tutto, a teatro.
I monologhi, i dialoghi, il caos, i rumori, il silenzio, le introspezioni, le banalità... Tollero persino le risate, a volte. Mi incuriosisce il teatro sperimentale (fin ora mi ha quasi sempre deluso) e mi rapisce il teatro classico. A teatro, secondo me, si può provare davvero tutto (tranne il cabaret, ovviamente).

Purché si dia il giusto nome alle cose!

Scusatemi provo ad andare con ordine: sono così arrabbiato perché ieri ho avuto la malsana idea di attraversare mezza Roma sotto la pioggia (sì a piedi) per togliermi la curiosità di assistere a quella che ritenevo essere una vera chicca: Gabriele Lavia che recita Pirandello.
E non un'opera qualunque, ma "La Trappola", la splendida novella esistenziale nella quale l'autore siciliano si abbandona al nichilismo disperato e disperante, raccontato con una poesia e un coinvolgimento che fa di questa opera una delle più raffinate e dirompenti che mi sia capitato di leggere.
Lavia è un grandissimo attore, il Teatro Argentina è il principale teatro romano... Che manca? Piatto ricco mi ci ficco!

E invece più è ricco il piatto più è cocente è la delusione, come sempre più spesso accade ormai a teatro.
Io mi domando e dico: se Lavia si ritiene così bravo da scrivere interamente un'opera teatrale, perché non la firma? Perché deve mascherarsi dietro il nome di Pirandello?
Il testo recitato ieri sera non ha nulla - sottolineo nulla - a che vedere con la novella dell'autore siciliano. Ripeto: nulla.

Nell'insieme è uno spettacolo interessante, a mio gusto troppo condito di ironie grottesche da avanspettacolo (come la ripetizione ossessiva del parallelo fra bue e uomo cornuto, ideale per attirare il facile risolino della media borghesia romana) ma nell'insieme è un buono spettacolo.
Ma niente - ripeto: niente! - ha a che vedere con "La Trappola".
Eppure sui cartelli in giro per Roma campeggiano tre scritte grandi: "Luigi Pirandello" - "Gabriele Lavia" - "La Trappola". Il trucco è che se guardi da vicino vicino vicino vedrai, che prima del nome dell'autore siciliano compare piccola piccola la scritta

da

invece che

di


È questa semplice vocale che fa la differenza. Al giorno d'oggi chiunque può permettersi di stuprare, violentare e trucidare i testi più importanti della letteratura e restare impunito: basta scrivere "da Luigi Pirandello".
Una vera e propria trappola, mai nome fu più azzeccato.

La dicitura corretta sarebbe stata: "Testo di Gabriele Lavia, liberamente e vagamente ispirato dal medesimo soggetto che già ispirò la ben più nota novella 'La Trappola' di Luigi Pirandello".
E invece no. Basta un "da", e io perdo una serata a guardare uno spettacolo che trasforma il dirompente messaggio esistenziale di Pirandello in una prevedibile (e tremendamente banale!) difesa funzionalistica del diritto all'eutanasia.

Poi dice che tagliano i fondi ai registi. Io gli taglierei la testa, altro che fondi.


Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

Proprietà intellettuale

Licenza Creative Commons
I contenuti di questo blog sono di Michele Pigliucci e sono liberamente utilizzabili alle condizioni previste dalla licenza Creative Commons Attribuzione - Non opere derivate 3.0 Unported License.