martedì 31 gennaio 2012

Comune di Roma: Dalla vivisezione alla tutela del benessere degli animali

A capo del Dipartimento comunale per la tutela e il benessere animale sta per arrivare un vivisezionatore.

Al posto di Marcello Visca, travolto dalle polemiche per non aver utilizzato molti dei fondi a sua disposizione e per non aver preparato – in oltre due anni – nuovi bandi, tra cui quello per la gestione dei canili comunali, sta per arrivare Giovanni Monastra (nella foto), vicino ad Alemanno, già dirigente del Dipartimento tutela ambientale e del verde del Campidoglio.

Ma a leggere il suo curriculum vitae, reso pubblico da Monastra stesso sul sito www.giovannimonastra.info , tra le esperienze professionali più rilevanti compare più volte la dicitura su “modelli animali in vitro e in vivo” (cioè cavie), riferita ora alla ricerca nel campo della sclerosi multipla, ora ai mastociti e all’istamina.

Il mondo animalista non ne vuole sapere e vuole scongiurare in tutti i modi la sua nomina. “Monastra ha lavorato per 20 anni come responsabile ricerca alla Fidia di Abano Terme, una azienda farmaceutica – spiegano Gianluca Felicetti, presidente nazionale della LAV (la Lega Antivivisezione) , e Andrea Cristofori, responsabile canili – E’ inaccettabile che venga nominato un uomo che ha condotto esperimenti sugli animali in un dipartimento che dovrebbe tutelarli. E che viene per la terza volta delegittimato con un nuovo cambio di vertice”.

CLARIDA SALVATORI

La moneta creata e la schiavitù del debito

“Il tempo è denaro”. Lo scrisse, nel 1736, Benjamin Franklin, uno che del tempo fece un uso incredibilmente consapevole. Tra l’invenzione del parafulmine, un’ambasciata a Parigi e la stesura della Costituzione americana, l’inventore-patriota gettò, con quella frase, le fondamenta del nuovo spirito capitalista che avrebbe penetrato la civiltà moderna. Non a caso Max Weber, il grande sociologo tedesco che indagò la natura del capitalismo, vide in questo padre dell’America, in questo puritano votato agli ideali massonici, una sorta di teorico di quell’etica basata “sull’acquisizione di denaro e sempre più denaro” in maniera quasi “trascendente e assolutamente irrazionale”. E’ raro che una frase riesca a presagire in maniera così chiara la trasformazione della società e dell’uomo. Forse solo il “Dio è morto!” di Nietzsche ha avuto la stessa forza profetica della frase di Franklin. E infatti, eclissi del sacro e dittatura del denaro, sono la trama finita del tempo in cui viviamo.
Franklin fu uno dei protagonisti della lotta d’indipendenza americana e fu strenuo sostenitore del diritto dei coloni a battere una propria moneta, svincolandosi dall’obbligo imposto dalla corona britannica (e dalla Banca d’Inghilterra) di effettuare i pagamenti in oro e argento. La Rivoluzione che portò alla nascita della più grande democrazia del mondo sarebbe nata da due fattori congiunti: eccesso di pressione fiscale e mancanza di sovranità monetaria. Chissà cosa avrebbe pensato lui dell’Euro. Di questa furbizia storica che ha portato ad un’Europa fatta da Stati senza moneta e da una moneta senza Stato.
Ma l’intuizione di Franklin ci consente di comprendere la natura perversa del modello economico in cui viviamo e della crisi che ci sta travolgendo.
Se il tempo è denaro, allora il denaro cos’è? La risposta è semplice: il denaro è tempo. Un tempo concepito come continua proiezione futura, una promessa all’interno dell’astratto meccanismo credito/debito. L’intero sistema capitalistico moderno si basa sul rapporto tra un credito puro e un debito infinito generati da una moneta creata dal nulla. Il denaro, non più legato ad alcun elemento di natura (per esempio l’oro), ha cessato di essere intermediario di scambi e strumento di circolazione di beni. Il capitalismo finanziario, generando la moneta dal nulla, ha trasformato il denaro in valore in sé proiettandolo in un tempo futuro. Un gioco di prestigio che ha reso i banchieri moderni demiurghi delle nostre vite e dei nostri destini.
La moneta creata dal nulla (l’invenzione più importante della modernità) porta con sé un aspetto del tutto nuovo: il denaro che le banche centrali stampano e mettono in circolo è un debito per loro e un credito per chi lo possiede. Ma nello stesso tempo, acquisendo corso legale, quel debito è moneta, cioè pagamento. In altre parole, un debito che non potrà mai essere estinto se non per mezzo di altro debito (cioè altro denaro). Una magia che, come tutte le magie, genera un potere assoluto nelle mani di chi la detiene.
Quando banchieri, economisti e politici espressione delle potenti élite finanziarie ci dicono che la pesante pressione fiscale (da sempre strumento di limitazione della libertà individuale da parte dello Stato) e le manovre “lacrime e sangue”, sono un prezzo da pagare, un sacrificio momentaneo per riequilibrare i debiti sovrani e garantirci il futuro, mentono sapendo di mentire. Perché è proprio del nostro futuro che si stanno impossessando. Il sistema non consente che alcun debito venga estinto perché è su di esso e sulla promessa del pagamento che legittima la sua esistenza. Il debito è la nuova schiavitù cui sono sottomessi i popoli e le generazioni future. Dalla condizione di debitori non si esce (il cittadino nei confronti dello Stato, lo Stato nei confronti delle banche centrali, il cittadino nei confronti della sistema finanziario, il sistema finanziario verso se stesso).
Pochi giorni fa, il suicidio dell’architetto francese davanti all’ufficio delle imposte ha seguito i suicidi degli imprenditori italiani strozzati dalle banche e dal sistema del credito e del debito. L’Europa è attraversata da una disperazione collettiva che gli istituti di sondaggio non colgono e i media del grande potere nascondono. C’è solo una via di uscita: far saltare questo sistema. Ma servirebbe una politica in grado di recuperare la sua missione di governo del bene pubblico. Per ora la politica si è arresa. Dopo essersi barricata per oltre 30 anni nei suoi nascondigli parlamentari, è uscita a mani alzate scortata dagli sgherri del nuovo potere mondiale. Aspettiamo che torni a battere un colpo

© Il Tempo, 29 Gennaio 2012

martedì 24 gennaio 2012

L'amore è un canto di per sé

Voglio cantare l'uso della forza che nasce dalla comprensione
La forza che contiene la distruzione
Una forza cosciente serena che sa sostenerne la pena
Capace di pietà, tenera di compassione
Capace di far fronte, avanzare, capace di vittoria, di pacificazione
Canto la morte che muore per la vita di necessità
Che rifugge il martirio, l'autodafè
Non succube di ciò che si dice di qua sull'aldilà
Potrà guardarlo in faccia per quello che è, quando arriverà

L'amore non cantarlo, che si canta da sé
più lo si invoca meno ce n'è

canto la vita che, quando è il suo tempo, sa morire e muore
canto la vita che piange sa attraversare il dolore
canto la vita che ride, felice
di un giorno di nebbia, di sole, se cade la neve
canto la sorpresa nei gesti dell'amore
canto chi mi ha preceduto, chi nascerà, chi è qui con me
sono in questo spazio essenziale, un valore aggiunto

L'amore non cantarlo, che si canta da sé
più lo si invoca meno ce n'è

canto la guerra e so, non sono in buona compagnia
canto la pace che non è un mestiere, né una ideologia
canto la libertà, difficile, mai data, che va sempre difesa
sempre riconquistata

L'amore non lo canto, è un canto di per sé
più lo si invoca meno ce n'è.


giovedì 19 gennaio 2012

Signoraggio: La guerra alle Banche Centrali di Stato

La nuova tornata di sanzioni sempre più dure decretate dagli USA contro Teheran, perchè? Per obbligare il regime a rinunciare alla bomba atomica? Per proteggere Israele «minacciato nella sua esistenza»? Per mantenere aperto ai traffici lo stretto di Hormutz? Per debellare il «terrorismo» islamico? Per diffondere la democrazia?

La vera ragione l’ha detta di sfuggita, ai giornalisti della AFP, un alto esponente del governo americano sotto condizioni di anonimato: «Abbiamo assoluto bisogno di chiudere la Banca Centrale dell’Iran». (U.S. wants to ‘close down the Central Bank of Iran’ over nuclear concerns)

«Se una banca (estera) corrispondente di una banca USA vuole fare affari con noi, e fa affari con la Banca Centrale iraniana (per acquistare petrolio), si mette nei guai con noi», ha detto l’anonimo. In particolare, le Banche Centrali estere che trattano con la Banca Centrale iraniana in transazioni petrolifere, subiranno le stesse draconiane sanzioni varate dagli USA per Teheran.

Allora sarà il caso di rispolverare la più screditata delle teorie complottiste, già sollevata, e ridicolizzata e demonizzata nel 2003, quando gli USA hanno occupato l’Iraq?

Solo sei mesi prima, il cattivissimo Saddam Hussein aveva cominciato ad accettare euro, anzichè dollari, in cambio del suo greggio: una minaccia immanente per il dollaro come moneta di riserva globale.

Teheran ha già da tempo lanciato un simile tentativo, con una Borsa petrolifera dove si compra e vende senza dollari.

Gheddafi stava minacciando di fare lo stesso, lanciando uno sforzo per rifiutare il dollaro e l’euro, e chiamando le nazioni africane ed arabe a usare una moneta comune a copertura aurea, il gold dinar.

Dico la verità: a chi scrive questi tentativi parvero così velleitari e improvvisati, da non poter credere che costituissero il casus belli per Washington. Ma in un serissimo blog finanziario, «Market Oracle», notava poco prima dei bombardamenti anglo-franco-americani (e italiani) per proteggere i civili libici dalle stragi del cattivissimo colonnello:

«Un fatto che non viene mai notato dai politici e dai media occidentali: la Banca Centrale di Libia è posseduta al 100% dallo Stato. Attualmente, il regime libico crea la propria moneta, il dinaro, per mezzo della attrezzatura della propria Banca Centrale. La Libia è una nazione sovrana, con le sue grandi risorse, capaci di sostenere il proprio destino economico. Ma il grave problema per i cartelli bancari globali è che, per fare affari con la Libia, devono passare attraverso la sua Banca Centrale e la sua valuta nazionale, un luogo dove non hanno alcun dominio. Quindi, la chiusura della Banca Centrale di Libia non apparirà nei discorsi di Obama, Cameron e Sarkozy, ma è sicuramente in testa alla lista delle motivazioni».

Infatti ancor prima di cominciare «la lotta per la libertà e la democrazia» sotto la protezione dei bombardieri NATO, a metà marzo 2011, i cosiddetti «ribelli» di Bengasi dichiararono la loro volontà di creare una Banca Centrale nuova al posto di quella di Gheddafi.

«Non ho mai sentito prima di una Banca Centrale creata in pochi giorni da una rivolta popolare», ironizzò l’analista Robert Wenzel sull’ufficialissimo Economic Policy Journal: «Ciò induce a ritenere che siamo in presenza di qualcosa di più che bande di ribelli straccioni, e di influssi molto sofisticati».

Senza alcuna ironia, John Carey, commentatore principe della CNN, diceva in diretta: «È la prima volta che un gruppo rivoluzionario crea una Banca Centrale mentre è ancora impegnato nei combattimenti contro il regime politico insediato. Ciò indica come i banchieri centrali siano divenuti estremamente potenti ai giorni nostri».

Forse per coincidenza, Sarkozy in quegli stessi giorni definiva la Libia «una minaccia» per la finanza internazionale. (Libya: another neocon war)

La Libia? Un Paese di 7 milioni di abitanti? Ma Gheddafi sedeva sopra riserve d’oro per 150 tonnellate, abbastanza per cominciare il lancio del Gold Dinar.

Wesley Clark
Wesley Clark
Il generale Wesley Clark, già comandante supremo della NATO in Europa (guidò l’attacco alla Serbia per il Kossovo) ha raccontato nelle sue memorie che nel 2001, un amico al Pentagono gli parlò del «piano quinquennale» deciso da Rumsfeld: dopo l’Afghanistan, gli USA avrebbero attaccato l’Iraq, e poi «Siria, Libano, dopo Libia, Somalia, Sudan e infine Iran».

La celebre analista finanziaria Ellen Brown notava che i sette Stati menzionati avevano una cosa in comune: «Nessuno della lista è membro della Banca dei Regolamenti Internazionali, che ne ha 56. Ciò li pone al di fuori della portata del braccio regolatore della Banca Centrale delle Banche Centrali...». (LIBYA: ALL ABOUT OIL, OR ALL ABOUT BANKING?)

In Libia, frattanto, crescono la rabbia, il malcontento e speranze o voci di una contro-rivoluzione. (Rumor and Anger Mount in Libya)

La libertà non è arrivata, ai libici è arrivata invece – dopo 150 mila morti negli scontri e bombardamenti – la miseria prima sconosciuta: mancanza di cibo e di generi di necessità, file ai distributori dove la benzina è razionata, il governo di transizione accusato di non far niente per rimettere in piedi il sistema di stipendi pubblici (i due terzi dei libici erano in un modo o nell’altro mantenuti dallo Stato) migliaia di prigionieri ancora detenuti nelle carceri dei ribelli per aver combattuto per la Jahamairiya, forse torturati o uccisi, che la Croce Rossa cerca invano di visitare.
Intanto, navi della NATO occupano i porti e le piattaforme petrolifere, negli impianti sono al lavoro tecnici del Katar e degli Emirati che hanno sostituito i lavoratori libici, ora disoccupati.

La situazione è così grave, che l’esercito americano ha concentrato a Malta 12 mila uomini, pronti a calare in Libia per mantenere l’ordine, e salvare la democrazia, nonchè ovviamente la nuovissima Banca Centrale. (Cynthia McKinney: Why is President Obama sending 12, 000 U.S. troops to Libya?)

A questo punto, l’Iran è oggi uno dei pochi Stati rimasti che dispongono di una Banca Centrale di Stato, anzichè privata. È chiaro che valute coperte dall’oro o dal petrolio nazionale, fuori della portata dei regolatori globalisti privati, minaccia davvero il potere della finanza occidentale che comanda e compra creando moneta dal nulla.

La buona notizia è che si sono manifestati imprevisti intoppi al disegno del Sistema occidentalista. Gli europei obbediscono all’imposizione di un più duro embargo sul greggio iraniano, come no, come no? Ma lo vogliono «graduale» e ritardato di sei mesi, perchè la prospettiva di un ulteriore rincaro del petrolio farebbe scivolare il continente dalla già grave recessione alla vera e dichiarata depressione. Le aziende petrolifere di Italia, Spagna e Grecia – già nei guai che conosciamo – hanno addirittura prolungato i contratti esistenti con Teheran (approfittando anche di buoni sconti) avendo ottenuto dagli americani il permesso di comprare in Iran fino appunto allo spirare dei contratti in corso. Il Giappone ha fatto sapere che l’applicazione dell’embargo voluta dai giudei, se arrivasse al punto zero (zero importazioni dall’Iran) danneggerebbe più la sua economia che quella iraniana... (The West Blinks - Iran Embargo Likely To Be Delayed By Six Months)

Ancor più significativo, il Pentagono ha annullato la più grande esercitazione militare congiunta USA-Israele della storia, una manovra-mostre per cui tutto era pronto (compresi 9 mila Marines già sbarcati in Israele e centinaia di missili intercettori di prossimità a proteggere il sacro suolo di Sion) e che aveva di mira evidentemente l’Iran. La grande manovra, battezzata «Austere Challenge 12» (sic) doveva scattare il 15 gennaio, ma è stata rimandata sine die. Forse a quest’estate, si dice.

Perchè? Spiegazioni nebulose da parte americana alludono a difficoltà di bilancio (non a caso era una sfida «austera»). Il notorio sito israeliano Debka File parla di divergenze fra USA e Israele, e cita il vice-premier Moshe Yaalon: «Gli USA sono esitanti a proposito delle sanzioni contro la Banca Centrale iraniana per paura del rincaro del greggio». Aggiunge che mentre il presidente Obama «ha bisogno di più tempo per convincere più governi a sostenere le sanzioni», Israele «è impaziente di agire». Un passo verso la verità. (Qui la nostra traduzione dell'articolo)

Ma il giornalista Paul Woodward, sul suo sito War in Contest, si avvicina di un altro passo: cita uno strano articolo sul Jerusalem Post, dove il 9 gennaio si ventilava un attacco iraniano «tipo Pearl Harbor» alle navi da guerra americane per «permettere» l’annientamento dell’Iran con la rappresaglia, a cui le grandi manovre congiunte avrebbero dato il pretesto e la copertura.

Commenta Woodward: «Al contrario del Vietnam, dove Washington cercava un pretesto per l’escalation della guerra, questa volta è probabile che sia Israele a tentare di trascinare gli Stati Uniti in una guerra – una guerra che Israele sa di non poter combattere da solo».

Da parte di un giornalista con ottime entrature nell’Amministrazione, è un messaggio chiaro: la non tanto velata accusa ad Israele di macchinare un attacco «false flag» contro le forze armate americane, condotto da militari sotto false insegne iraniane, magari – insinua Woodward – adoperando «il gruppo terroristico Jundullah» che Israele ha assoldato «per sferrare gli attentati a Teheran». Un’allusione ancor più velenosa, in quanto è stato reso noto che gli agenti israeliani hanno assoldato i terroristi del gruppo pakistano Jundullah per commettere i noti omicidi di scienziati iraniani, facendosi passare per agenti della CIA «pieni di dollari ed esibenti passaporti americani». Un false flag nel false flag, che non poteva restare impunito. (Bombshell: Israeli intelligence posed as CIA to recruit terror group for covert war on Iran)



L’ipotesi è convincente: Obama, che spera ancora di vincere le elezioni e sa che non le vincerà con un’altra guerra in corso, ha bloccato in estremis la mega-esercitazione che Israele voleva far diventrare la mega-trappola, ed ha lasciato ai generali del Pentagono le trattative con Sion, senza apparire in prima persona come responsabile della decisione – nella speranza di non dispiacere troppo all’elettorato giudaico interno. Teheran ha guadagnato sei mesi di tempo. False flag permettendo.


Maurizio Blondet

Contro l'Usura

Con Usura nessuno ha una solida casa
di pietra squadrata e liscia
per istoriarne la facciata,
con usura
non v'è chiesa con affreschi di paradiso
harpes et luz
e l'Annunciazione dell'Angelo
con le aureole sbalzate,
con usura
nessuno vede dei Gonzaga eredi e concubine
non si dipinge per tenersi arte
in casa, ma per vendere e vendere
presto e con profitto, peccato contro natura,
il tuo pane sarà straccio vieto
arido come carta,
senza segala né farina di grano duro,
usura appesantisce il tratto,
falsa i confini, con usura
nessuno trova residenza amena.
Si priva lo scalpellino della pietra,
il tessitore del telaio

CON USURA
la lana non giunge al mercato
e le pecore non rendono
peggio della peste è l'usura, spunta
l'ago in mano alle fanciulle
e confonde chi fila. Pietro Lombardo
non si fé con usura
Duccio non si fé con usura
né Pier della Francesca o Zuan Bellini
né fu la "Calunnia" dipinta con usura.
L'Angelico non si fé con usura, né Ambrogio de Praedis,
Nessuna chiesa di pietra viva firmata: Adamo me fecit.
Con usura non sorsero
Saint Trophime e Saint Hilaire,
Usura arrugginisce il cesello
arrugginisce arte e artigiano
tarla la tela nel telaio, non lascia tempo
per apprendere l'arte d'intessere oro nell'ordito;
l'azzurro s'incancrena con usura; non si ricama
in cremisi, smeraldo non trova il suo Memling
Usura soffoca il figlio nel ventre
arresta il giovane drudo,
cede il letto a vecchi decrepiti,
si frappone tra i giovani sposi

CONTRO NATURA
Ad Eleusi han portato puttane
Carogne crapulano
ospiti d'usura.

Ezra Pound
Canto XLV

lunedì 9 gennaio 2012

E' n'antra cosa



E' bello ave' 'na donna dentro casa,
'na rondine 'ndifesa
c'hai preso sott'ar tetto.
Magara fa la cresta su la spesa
ma, poi, te da 'n bacetto.
E il bacio coniugale
è come 'n'anticammera amorosa
'Na donna dentro casa è 'n'antra cosa!

E' bello ave' 'na donna che sparecchi
ma lascia er bocaletto
accanto a du' bicchieri,
pe' fasse 'nsieme l'urtimo goccetto
che scaccia li pensieri.
Perchè si bbevi solo
è come si bevessi... acqua acetosa
'na donna dentro casa è 'n'antra cosa!

E' bello ave' 'na donna dentr'ar letto
che quanno che se mòve
te da un calore umano.
'e si pe' caso poi 'na notte piove
la svegli piano piano,
pe' dije: "Aho..... cicicici, tztztztz
...... sta piovenno! .....Che vogliamo fare?!"
E lei te s'arrinnicchia freddolosa
"Era ora che piovesse..!"
'na donna dentro casa è 'n'antra cosa!

mercoledì 4 gennaio 2012

Yom Kippur

Questa non la sapevo, ve la riporto così come l'ho letta.
Ogni anno, in occasione della festa ebraica dello Yom Kippur, i rabbini ortodossi sacrificano qualche migliajo di polli.
I polli sono fatti roteare sulla testa di chi si presenta, perché in questo modo i peccati dei cittadini si riverserebbero su di loro. Finita la roteazione, il pollo viene sgozzato con un coltellino da cucina, e gettato via con un certo disprezzo.
Il tutto avviene di fronte agli altri polli, che si preparano così a subire la stessa fine per pagare i peccati degli umani.
Una rivisitazione moderna, e più crudele, della tradizione ebraica del capro espiatorio. Un capro veniva "investito" di tutte le colpe della città, e per questo punito con l'esilio al posto degli umani. Di solito moriva di sete e fame nel deserto della Palestina. Un vero e proprio sacrificio animale, simile a quelli fatti da greci e romani prima dell'avvento del cristianesimo.
Il rituale è visibile in questo video, che mostra tutto.



Lascio a voi ogni commento.

lunedì 2 gennaio 2012

Scopro l'usura

Negli USA, c’è uno Stato che sembra salvarsi dalla grande depressione: il North Dakota. Il suo tasso di disoccupazione è il più basso del Paese, e le imprese locali non soffrono di mancanza di credito. Ciò perchè il North Dakota ha, dal 1919, una sua banca pubblica, la Bank of North Dakota (1).

Ecco come funziona: tutti gli introiti fiscali dello Stato sono depositati in questa banca, che appartiene allo Stato. Con questa cifra come «riserva», usando il metodo del «credito frazionale» usato da tutte le altre banche private, la Bank of North Dakota dà prestiti e fidi per molte volte la «riserva».

Semplicissimo. La sola differenza è che la banca statale del North Dakota agisce per il bene dei suoi cittadini, non per i profitti degli azionisti e per i bonus miliardari dei manager, come le altre banche private. Per questo motivo, i cittadini depositano volentieri i loro risparmi lì, aumentando la «riserva» e dunque il moltiplicatore di prestiti. La banca è quasi la sola, in tutti gli USA, che continua a fare prestiti agli studenti per pagarsi l’università, un business che le grandi banche USA hanno abbandonato come rischioso. Alle aziende agricole nuove, fa prestiti all’1% di interesse, e interessi modesti chiede per aprire fidi alle piccole imprese.

Il termine «banca pubblica» è eresia per il pensiero unico capitalista. Sicchè oggi il 95% e più del circolante viene creato dalle banche private indebitando imprese e famiglie, ossia facendo prestiti con trucco del credito frazionale. Ciò significa che nei periodi di boom e di credito facile, il denaro è fin troppo abbondante e tanto a buon prezzo, da incoraggiare rischi inconsulti e creare bolle speculative. Quando poi le bolle si sgonfiano, le banche restringono il credito; ciò provoca la riduzione della massa monetaria, con le sue conseguenze sull’economia reale: non c’è abbastanza denaro per comprare, per pagare i lavoratori, per aquistare macchinari. Le banche creano la depressione economica.

E’ quel che avviene oggi. Le 15 più grandi banche americane (proprio quelle «aiutate» dalla FED con salvataggi di trilioni di dollari) hanno ridotto i loro prestiti di un altro 3% nell’ultimo trimestre, e metà dei prestiti fatti non sono nuovi fidi, ma rifinanziamenti di mutui e fidi precedenti. Sono le piccole banche locali, invece, che continuano a prestare all’economia reale (2).

Ma una banca pubblica è ancor meglio. La falla fondamentale del sistema bancario privato è che le banche creano (dal nulla) il denaro prestandolo, per scremarne continuamente gli interessi come loro profitti. Per compensare questa continua scrematura, bisogna trovare sempre nuovi debitori da indebitare, onde creare questo profitto extra. Ciò fa del sistema bancario privato una «piramide finanziaria» come quella di Bernie Madoff (dove i nuovi investitori pagavano, senza saperlo, gli interessi ai primi arrivati). Le piramidi finanziarie hanno un limite matematico, e questo limite è stato fondamentalmente raggiunto nell’agosto 2007, quando s’è visto che i debitori sub-prime non potevano pagare i loro ratei di mutui. Lasciare ancora alle banche private la creazione del denaro, in questo frangente, è rovina sicura: presto i debitori più sicuri non avranno il denaro per pagare gli interessi sui loro debiti attualmente esistenti, e non si parli di incorrere in nuovi indebitamenti.

Una banca di Stato ben gestita non ha questa falla, perchè gli interessi non vengono scremati come profitto, ma tornano nelle casse pubbliche.

Il sistema è stato adottato più volte, durante importanti crisi economiche. Verso il 1827 il Regno Unito riadottò il Gold Standard per ridurre la massa monetaria. L’effetto fu brusco: le banche richiesero il rientro immediato di prestiti pluriennali, mancò il capitale, la disoccupazione galoppò. Il credito divenne carissimo. L’isola di Guernesey, che aveva in corso opere pubbliche, argini e frangiflutti contro le maree, trovò che i soli costi degli interessi da pagare alle banche superavano l’80% degli introiti. Allora, il governo locale, mettendo a frutto la sua antica autonomia, cominciò ad emettere banconote proprie. Erano sterline, ma con una scadenza. Per esempio, vi si poteva leggere la scritta: «Sterlina emessa il 21 novembre 1827. Pagabile al portatore con una sterlina (reale) il 1 ottobre 1830». Una porzione degli introit fiscali venne accantonata per onorare questo obbligo futuro (3).

Miracolo: l’isola potè completare le opere pubbliche a mare, e in più nuove strade ed edifici; si ottenne il pieno impiego insieme alla stabilità dei prezzi, e senza deficit pubblico nè pagamento di interessi. Il che è ovvio: se uno Stato può finanziare progetti utili emettendo proprie banconote, anzichè prenderle a prestito da banche private, non ha interessi da pagare.

Si dovrebbe credere che un tale successo avrebbe dovuto essere imitato dalla madrepatria britannica, che affondava in una depressione economica simile e peggiore. Ma non fu così. Le banche private erano state messe fuorigioco – niente prestiti, dunque niente interessi e niente profitti – e fecero appello al Consiglio Privato. Guernsey fu obbligata a mettere «volontariamente» un tetto alle sue emissioni. Un tetto ridicolo. Ancor oggi esistono le sterline di Guernesey, ma sono una curosità per i turisti che vi si avventurano.

Lo Stato canadese di Alberta soffrì come tutti la crisi del ‘29. Tra il 1929 e il 1933, il reddito pro-capite crollò da 548 dollari a 212 (un calo spaventoso, del 61%). Il credito era scarso e costoso. I coltivatori venivano dissanguati dagli interessi sui loro debiti, e intanto le tasse aumentavano. Nel 1935, gli albertani votarono in massa per un partito che si chiamava Social Credit Party, e il cui programma consisteva nel «convincere la gente a mettere in pool le loro risorse finanziarie, ed usarle a mutuo beneficio, onde liberarsi progressivamente per liberarsi dal nodo scorsoio dei monopoli finanziari».

Un programma estremista, come si vede. Lo strumento usato dal nuovo governo furono le «Alberta Treasury Branches», filiali del tesoro locale: incredibilmente, i cittadini corsero a ritirare i loro magri depositi dalle banche private e a metterli nelle «Branches». Sicchè lo Stato ci dovette mettere di suo solo 200 mila dollari, e una volta sola: il sistema si auto-alimentava. Le Branches usavano i depopsiti come riserve – esattamente come banche private – per fare prestiti e fidi dieci volte il loro ammontare. L’economia reale si risollevò. Nel 1948, le Alberta Treasury Branches erano in grado di esibire un profitto annuale di 65 mila dollari, che andava allo Stato, ossia alle riserve. Ancora nel 1998 le Alberta Branches (esistono ancora) hanno dato al governo locale 68 milioni di dollari di profitti.

Ovviamente, il denaro creato dal nulla dalle banche pubbliche deve essere modulato accortamente, finchè restano disoccupati da mettere al lavoro e bisogni non soddisfatti, sia privati sia in infrastrutture pubbliche; e poi ritirato gradualmente dalla circolazione. Ci sono metodi comprovati per far questo. E naturalmente, le banche pubbliche devono essere gestite onestamente, in vista del bene pubblico e non per scremare mazzette e tangenti (altrimenti si ottiene lo stesso scopo che le banche ottengono scremando interessi per i loro profitti); a questo scopo, esistevano «dottrine dello Stato» che sono a lungo praticate, e non solo dai regimi fascisti.

Le colonie americane del Regno Unito prosperarono a lungo emettendo propria carta-moneta, i «bill of credit». Nel 1764, la Bank of England premette sul Parlamento perchè dichiarasse illegale la stampa di moneta nelle colonie. Queste dovevano pagare le imposte alla Corona in oro o argento; se non lo avevano, dovevano farselo prestare dalle banche ad interesse. Questo fu il motivo della rivoluzione americana. Per questo nella Costituzione degli Stati Uniti è sancito che spetta al Congresso coniare moneta e regolarne il valore.

Mai articolo costituzionale fu più platealmente violato. Oggi sono le banche private a creare moneta, e insieme alla Federal Reserve, posseduta al 100% da banche private, per le quali la Banca Centrale produce profitto: circa 700 miliardi di dollari nel solo 2008, per interessi che sono pagati dai cittadini.

Ma ora, mentre la crisi economica morde feroce, in USA (non da noi) cominciano ad alzarsi voci contro il sistema bancario privato emettitore di moneta. Una maggioranza di parlamentari ha già firmato la proposta di legge di Ron Paul di sottoporre la FED ad auditing, a revisione del bilancio: proposta che metterebbe fine alla insindacabilità della Banca Centrale, e contro cui Bernanke e tutto il sistema si batte con le unghie e coi denti. Ma persino il Wall Street Journal ha esortato di «spaccare la FED», ossia di separarne le attività di emissione da quelle di controllo. E qua e là, sui media appaiono ricordi storici di banche pubbliche ben funzionanti, come in North Dakota o nell’Alberta, che hanno un chiaro significato politico.

Sotto sotto, corre la domanda: le banche private servono davvero? La loro funzione sociale – dare credito – giustifica la scrematura di ricchezza che si accaparrano?

La crisi finanziaria ha mostrato che le grandi banche sono socialmente distruttive, non ausiliarie del bene comune. S’è constatato che la FED ha la prima responsabilità delle grandi bolle speculative scoppiate, avendo tenuto il denaro a prezzo troppo basso per troppo tempo. E che oggi la crisi economica si aggrava, nonostante la FED abbia calato i tassi a zero, accresciuto la massa monetaria al ritmo del 22% l’anno, abbia strappato al governo colossali «stimoli», provocando un deficit pubblico senza precedenti del 13% del PIL nel 2009.

Allora, a che serve la FED? E a che servono le grandissime banche private, le stelle di Wall Street, se sono le piccole a fare prestiti, mentre loro li negano? Del resto, i colossi tipo Goldman Sachs hanno fatto i loro enormi profitti spacciando titoli, derivati e facendo scommesse speculative, mica con la tradizionale funzione di deposito e prestito.

Da ultimo, come ha denunciato l’attorney general di New York Andrew Cuomo, i tre titani del sistema bancario (Goldman, Morgan Stanley, e JP Morgan Chase) hanno pagato ai loro manager gratifiche (bonus) che «sono vistosamente superiori ai profitti netti» di dette banche. Nell’insieme, queste tre banche hanno dichiarato profitti per 9,6 miliardi di dollari, e si sono distribuite bonus per 18 miliardi; avendo per giunta ricevuto 45 miliardi di denaro dei contribuenti come «salvataggio» (4).

Non c’è prova più chiara che il sistema bancario è diventato il cancro dell’economia. Come il cancro, prosperano divorando gli ultimi succhi di un corpo malato. Si deve notare, infatti, che anche i profitti esibiti in quest’anno sono falsi. Queste banche sono virtualmente fallite. Se la montagna di derivati e «attivi tossici» che tengono nei loro libri contabili fossero valutati ai valori attuali di mercato (mark to market) – come sarebbero obbligate dalle norme contabili – si vedrebbe che il loro patrimonio è zero, e i loro dirigenti sarebbero sul lastrico.

Invece, grazie alla FED e ai loro uomini diventati ministri, hanno ottenuto che quei derivati siano valutati a prezzi irreali, e – peggio – li hanno venduti allo Stato americano a quei prezzi gonfiati. Solo per questo hanno potuto esibire profitti parimenti gonfiati, e pagarsi bonus che sono il doppio di quei profitti.

Prima divoravano il grasso che cola, ora succhiano il sangue e le ossa del corpo economico.

Le vendite al consumo calano INSIEME ai prezzi; un fatto senza precedenti da un quarantennio (di norma, quando i prezzi scendono le vendite aumentano).

I salvataggi delle banche private attuati in USA si mostrano così per quello che sono: un titanico trasferimento del reddito nazionale in sempre più poche mani, e sempre più ricche. Non per effetto del «libero mercato» – che non c’entra più nulla – ma di politiche pubbliche deliberate, ossia di regolamentazioni a favore dei finanzieri e politiche fiscali a favore dei ricchi.

L’amministrazione Obama ha speso oltre 12 mila miliardi di dollari (12 trilioni) per sostenere la finanza speculativa e le grandi ditte come General Motors; per l’economia reale, ha stanziato un piano di stimolo di 787 miliardi, ossia solo il 7% degli interventi anti-crisi.

Naturalmente la soluzione non è di indurre il consumatore USA a comprare di nuovo, indebitandosi di nuovo a rate, ossia a credito, come sta cercando di fare Bernanke. La soluzione è accrescere il salario mediano, degli occupati in veri lavoro e in vere produzioni, per veri bisogni; ossia rovesciare il trasferimento di ricchezza dai ricchi ai poveri. Questo richiede che la creazione di denaro dal nulla sia sottratta al sistema bancario privato, e al suo sistema-ombra, che ha come unico scopo il profitto dei suoi manager, sia che l’economia prosperi sia che crolli.

I grandi manager rispondono che devono pagare i bonus astronomici (4.793 banchieri riceveranno 1 milione di dollari come gratifica, in media) per trattenere i loro genii della finanza, che altrimenti andrebbero in altre banche, facendo perdere le loro competenze preziose. Ma proprio di queste competenze l’economia reale non ha bisogno. Ha bisogno di banche di Stato come la Bank of North Dakota, con la modesta competenza del pater familias.

A che servono le banche private?

Maurizio Blondet
1) Ellen Brown, «The public option in banking: how we can beat Wall Street at its own game», Huffington Post, 6 agosto 2009.
2) Secondo la Independent Community Bankers of America, le piccole banche locali (community banks) fanno il 20% dei prestiti alle imprese, benchè rappresentino solo il 12% del totale dei capitali bancari. Il 50% dei fidi sotto i 100 mila dollari (piccole imprese) sono fatti da queste banche locali. A causa della crisi, l’attività dei prestiti delle piccole banche è addirittura aumentata; migliori conoscitrici delle attività locali, subentrano alle banche grosse, valutando meglio il rischio. Anche questo dimostra che le mega-banche non servono. In USA, il numero delle banche di credito cooperativo è diminuito del 42% dal 1989, eppure i depositi presso tali banche sono quadruplicati, dando loro più «riserve» per più prestiti.
3) Olive e Jan Grubiack, «The Guernsey Experiment», This is Guernsey, 15 ottobre 2008.
4) «NY Attorney General: Banks paid bonuses that were substantially greater than the bank’s net income», The Consumerist, 31 luglio 2009. Il fatto che sia Andrew Cuomo a rilevare il fatto può preludere ad azioni di grande rilievo. Nel 1933 fu Ferdinando Pecora, un immigrato siciliano (nato a Nicosia) e divenuto vice-district attorney a New York, a capeggiare la commissione indipendente (Commissione Pecora) che investigò sul crack di Wall Street del 1929. Incalzati da Pecora in interrogatori infocati, i grandi banchieri d’affari dell’epoca dovettero ammettere e spiegare le pratiche irregolari che avevano usato, a danno dei piccoli azionisti. Le risultanze della Commissione Pecora portarono alla regolamentazione del sistema bancario e speculativo, fra cui al varo della legge Glass Steagall, che vietava la commistione di attività di credito con l’attività speculativa.

Maurizio Blondet
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