lunedì 22 ottobre 2012

Guardare negli occhi




Forse per mancanza di coraggio, per codardia o per eccessiva debolezza, non ho mai guardato di mia spontanea volontà un filmato dove si vedano animali durante la macellazione. Non me la sono mai sentita. Sapevo, per immagini viste o per descrizioni di altri, cosa succede in quelle fabbriche di morte, ma non ho mai voluto guardare ciò che succede lì dentro con i miei occhi.

Ho sempre pensato che non avevo bisogno di guardarli, perché non dovevo essere sensibilizzata sull'argomento: ho deciso di diventare vegetariana e poi vegana tanti anni fa, senza aver mai visto nulla di questo, ma ben sapendo la verità.

E proprio io, che non ho mai avuto il coraggio di guardare, sono stata in un macello di suini e in uno di bovini. Ho visto e sentito tutto con i miei occhi e le mie orecchie, non seduta davanti ad uno schermo ma lì, in piedi davanti a decine di animali in fila pronti per essere condannati a finire nel piatto di qualcuno, in fila per essere uccisi da persone che lo fanno di lavoro, tutti i giorni.

Esseri viventi come noi, con le loro emozioni, i loro sentimenti. Lì in fila, impauriti e destinati ad essere mangiati da noi umani. Li ho visti e guardati negli occhi, ho visto e sentito la loro paura e il loro terrore, la loro incomprensione nel vedere il loro compagno stordito da una scossa elettrica o da un proiettile, in attesa che un coltello impugnato da un essere umano tagliasse loro la gola, ponendo fine alla loro schiavitù.

Sono studente di Medicina Veterinaria e per noi sono previste esercitazioni e tirocini pratici in tutti i campi della veterinaria, non solo quelli relativi alla cura dei nostri cosiddetti animali
d'affezione: tra questi c'è l'analisi e l'ispezione di alimenti di origine animale. Per questo ci hanno portato al macello: per assistere alle fasi di macellazione, dallo stordimento fino al completo
disassemblamento dell'animale e per insegnarci a fare una visita ispettiva su certi organi e parti degli animali macellati, in modo da escludere la presenza di eventuali patologie o trattamenti illeciti con
farmaci che possono danneggiare la salute del consumatore.

Inizialmente avevo deciso di non andarci, non avevo molta scelta ma preferivo "faticare" a passare questo esame piuttosto che assistere all'uccisione di animali innocenti. Poi mi sono fatta coraggio e ho deciso di andare e di vedere in prima persona cosa succede, per sapere e per poter diffondere quello che ho visto e sentito.

In questo macello vengono uccisi circa 120 animali all'ora... 700 al giorno e quasi 120.000 all'anno. Gli animali arrivano al macello trasportati su camion che penso prima o poi a tutti sia capitato di vedere in autostrada. Qui vengono fatti scendere e rimangono in attesa nelle "stalle di sosta", dove possono rimanere al massimo 24 ore. In queste stalle gli animali possono solo abbeverarsi, non mangiare, perché altrimenti il contenuto stomacale potrebbe creare poi problemi igienici in fase di macellazione.

Queste prigioni sono vicinissime al luogo di stordimento e uccisione, e gli animali possono sentire i rumori e i versi dei loro compagni che vengono uccisi. Li ho guardati negli occhi ed è stato terribile sapere che entro pochi minuti quegli animali che stavo vedendo lì vivi sarebbero stati letteralmente smontati per finire sullo scaffale di un supermercato.

Uno per uno i maiali o i bovini vengono spinti da un operatore, che spesso si aiuta con un bastone che emette scariche elettriche, in un corridoio che li porta su una pedana dove vengono poi bloccati tramite delle transenne. I maiali vengono storditi tramite elettronarcotizzazione, cioè viene loro inflitta una forte scarica elettrica in testa: l'animale, ancora vivo, cade a terra, vicino a quello che è appena stato ucciso prima di lui e gli vengono tagliati i grossi vasi del collo per permettere al sangue di uscire mentre ancora il cuore sta funzionando, cosicché l'animale muore per dissanguamento.Mentre questo succede, l'animale, benché stordito, si muove ed è in preda a convulsioni e quello a cui toccherà poi la stessa sorte lo può vedere e può percepire la sua agonia.

Dopo la morte, i maiali vengono immersi in una vasca di scottatura a 60 gradi, che serve per rimuovere le setole (ma non tutti arrivano lì già morti...). Successivamente, vengono appesi e viene passata una fiamma sui loro corpi per alcuni secondi in modo da togliere i residui di pelo.

Da qui in poi ho assistito ad una vera e propria catena di smontaggio dove alla fine dell'essere vivente che provava emozioni e sentimenti non è rimasto che una carcassa fredda e dura, pronta per essere lavorata e diventare prosciutto, mortadella, salsiccia, lardo e quant'altro.

I bovini invece vengono storditi mediante un colpo in mezzo alla fronte fatto con una pistola a proiettile captivo. Ho potuto vedere da vicino uno di loro, un vitello di circa 1 anno: aveva capito quello che gli stava per succedere e cercava in tutti i modi di evitare la pistola che gli avrebbe fatto un buco nel cervello.

Ma anche per lui non c'è stato niente da fare ed è caduto a terra in pochi istanti, sotto gli occhi del suo compagno in attesa e sotto i miei occhi impotenti. A questo punto è stato appeso per una zampa e l'ho guardato per l'ultima volta negli occhi ormai vitrei ma ancora vivi... e anche a lui è stata tagliata la gola.

Ho visto litri di sangue uscire e sgorgare a terra mentre lui finiva così la sua triste e breve vita. Anche lui, come tutti gli altri prima e dopo di lui, è stato scuoiato e fatto a pezzi. La sua pelle finirà nelle concerie, per fare le giacche, le scarpe o i divani in pelle che arredano le nostre case, la sua carne finirà nel piatto di qualcuno, a casa o al ristorante o a qualche grigliata tra amici.

Mentre la sua testa e gran parte delle sua interiora verranno buttati in quei cassonetti che sono fuori dallo stabilimento... tante teste ammassate una sull'altra, senza pelle, con gli occhi aperti e con quel foro nel cranio che li ha portati via dal mondo.

Io non voglio fare il veterinario per lavorare in un macello. Voglio essere un veterinario che cura gli animali per salvarli, per farli stare bene e per far avere loro una vita bella, sana e che sia la più lunga possibile.

Non voglio curare gli animali per far stare bene un allevatore e i dipendenti della sua azienda. Purtroppo tutto questo all'università e ai professori che ci insegnano il mestiere non interessa: il veterinario è anche e soprattutto questo e se vuoi far parte di questo mondo devi essere presente alle esercitazioni pratiche, come questa e come tante altre, e devi sostenere esami che ti insegnano le tecniche di allevamento e i metodi per macellare gli animali, indipendentemente dal perché tu voglia curare gli animali.

Va bene. Per riuscire a fare quello che si vuole nella vita bisogna sempre andare incontro a degli ostacoli, grossi o piccoli che siano. Questo per me è un grosso ostacolo, perché niente e nessuno potrà mai cancellare dalla mia memoria quello che ho visto e sentito oggi e in questi anni di studio.

Rimarranno sempre nel mio ricordo gli occhi dolci e impauriti di questi animali sfortunati, nati per servire e per soddisfare i gusti e la moda di una specie ignobile di cui mi vergogno di fare parte. Ma dal momento che ormai queste cose sono impresse in me in maniera indelebile, voglio farne buon uso, a favore degli animali che sono morti oggi, di quelli morti ieri e negli anni passati e di quelli che moriranno domani e negli anni futuri... sperando che un giorno tutto ciò non esista più.

Ho deciso di condividere con chi leggerà le mie sensazioni, le mie sofferenze. E ancora di più di trasmettere a voi quello che ho visto e sentito, nella speranza che anche solo uno di voi apra gli occhi e si renda consapevole di cosa succede ogni giorno nel mondo, con la convinzione che anche una piccola goccia di acqua che si muove in senso contrario possa trascinare con sé altre gocce in un fiume in piena, fino ad invertirne il corso.

Testimonianza da: http://www.agireora.org/info/news_dett.php?id=1328

venerdì 5 ottobre 2012

La libertà di parola

Nell'ultima riunione dell'ONU, come sempre, la delegazione degli Stati Uniti d'America e quella di Israele si sono alzate e hanno abbandonato l'aula non appena la parola è passata al presidente iraniano Ahmadinejad. Non so come la vedete voi, ma a me questa scelta non è piaciuta.
L'America, in particolare, vanta proprio l'amore per la libertà come propria caratteristica fondante: l'America è la terra in cui la libertà finisce soltanto dove inizia quella del prossimo, la terra costruita "da uomini liberi che vogliono restare liberi!".
Allora mi domando: un uomo libero può avere mai paura delle parole?
Ad oggi Ahmadinejad è il rappresentante di un regime i cui fondamenti si possono non condividere, ma non si è macchiato di alcun crimine contro l'umanità che giustifichi la scelta di non ascoltare neppure le sue parole. Se la libertà di parola è un valore su cui si fonda uno stato, questo valore va difeso sempre e ovunque e non soltanto quando fa comodo. Io non sono d'accordo con Voltaire quando sosteneva che avrebbe dato la vita per permettere a chiunque di parlare, anche senza condividerne il pensiero. Ma gli Stati Uniti d'America fondano la propria "libertà" su questo principio illuminista, e non possono rimangiarselo a piacimento.
Specialmente per il fatto che il discorso di Ahmadinejad non è violento o offensivo. Può essere ridondante e retorico, a tratti ridicolo e a tratti condivisibile, ma merita di essere ascoltato.
Quindi, siccome i giornali hanno per intero omesso di raccontarci cosa pensa chi sta a capo dell'antica Persia, me lo sono andato a cercare altrove.
Perché si può credere in ciò che si vuole, ma non è mai lecito avere paura di conoscere.


La terra d’Iran
“Io vengo dall’Iran, dalla terra della bellezza e dell’imponenza, dalla terra della scienza e della cultura, la terra della saggezza e delle virtù, dalla culla della filosofia e dello gnosticismo, dalla patria del sole e della luce, la terra degli scienziati, dei saggi, dei filosofi, degli gnostici, dei letterati, la terra di Avicenna, Ferdowsi, Rumi, Hafez, Attar, Khayyam e Shahriar; sono quì in veste di rappresentante di un popolo grande e dignitoso, tra i fondatori della cultura umana e tra gli eredi di essa; sono il rappresentante di gente saggia, innamorata della libertà e della pace, affettuosa, che ha assaggiato il sapore amaro delle guerre e delle aggressioni e che ama la pace e la serenità.
Il messaggio dell’Iran
Oggi sono quì con voi fratelli e sorelle provenienti da tutto il mondo per parlare per l’ottava volta in otto anni di servizio al popolo del mio paese, e dimostrare al mondo intero che il dignitoso popolo dell’Iran, proprio come il suo passato splendente, ha ancora oggi un pensiero rivolto a tutto il mondo e non rinuncierà a qualsiasi sforzo per lo sviluppo ed il rafforzamento della pace, della sicurezza e della stabilità nel mondo; e l’Iran sa che questo non sarà possibile se non con la cooperazione e l’aiuto degli altri.
Sono quì per riferire a voi rispettabili presenti il messaggio divino degli uomini e delle donne del mio paese. Un messaggio che il maestro dell’orazione della terra d’Iran, Saadi di Shiraz, ha reso immortale in questi due versi:
I figli di Adamo sono uno parte dell’altro, dato che sono creati da un unico gioiello
quando la vita reca male ad una di queste parti, le altre parti perdono la propria quiete
Nei sette anni precedenti ho parlato delle sfide e delle soluzioni e dell’orizzonte dinanzi al mondo ed oggi voglio osservare questo argomento da un’altra angolatura. Passano migliaia di anni dalla diffusione sulla terra dei figli di Adamo, figli che con colori, gusti, lingue e tradizioni differenti hanno tutti sognato la costruzione di una società piena di amore, per raggiungere una vita più bella e stabilire il benessere, la pace e la sicurezza.
Come sarebbe il mondo se…

mercoledì 3 ottobre 2012

Shit party

A colpirmi non è tanto l'assurdità di una festa che ha come tema lo sterco umano. Questo rientra a pieno titolo nella volgarità del moderno, nel suo totale rifiuto del concetto stesso di eleganza, nella relativizzazione ideologica dell'idea di bellezza: una colpa estetica, prima che etica.
A colpirmi non è il cattivo gusto di Veronica Cappellaro, che in un momento simile non trova niente di meglio da fare che farsi fotografare a una festa così piena di bella gente capitanata da Cicciolina.
A colpirmi davvero è che la Cappellaro fosse Presidente della Commissione Cultura: questo sì mi toglie il sonno.

Non voglio unirmi alle offese che nei suoi confronti impazzano su internet: io la Cappellaro non la conosco e non ho motivo di offenderla. Ma mi sembra fin troppo evidente che non è una persona adatta a presiedere la Commissione che si occupa di cultura nella Regione che ospita la Capitale. Sarà una brava amministratrice, non lo so, ma non è la persona che diresti si occupi di cultura.
Basta sentirla parlare: ha un linguaggio semplice, con un marcatissimo accento di Roma Nord non esente da forme di turpiloquio: 


In un altro video impietoso la si vede rispondere alle domande di un intervistatore leggendo un freddissimo comunicato scritto (tra l'altro male) da qualche tecnico di segreteria con un linguaggio da avvocato civilista:


La cosa più grave di questo video non è che legga le risposte, ma che non le sappia leggere meglio di un ragazzino di 11 anni.


Insomma al di là di qualunque giudizio morale, mi pare evidente che il livello culturale della nostra Veronica non sia quello richiesto dal suo ruolo.

La colpa è di chi l'ha messa lì: forse la Polverini, che nel novero delle qualità (?) non conta certo l'eleganza; o più probabilmente il Partito.
Il Partito, in democrazia, ha ragione di esistere solo nella misura in cui fa da selettore e da formatore della classe dirigente, grazie alla scuola politica e all'intuitus personae che passa attraverso la militanza. Senza questo ruolo i partiti sarebbero soltanto obsolete barriere al naturale confronto democratico, pachidermi ingombranti quando non sacche di infezione e di privilegio.
Eppure come la Minetti, anche la Cappellaro è stata scelta evidentemente per parametri che non ci è dato conoscere ma che prescindono dalle normali procedure di selezione della classe dirigente.

I politici non devono essere persone migliori della cosiddetta società civile, ma sicuramente ne devono rappresentare la parte più preparata, più seria, più limpida. Perché hanno scelto di votarsi al prossimo, alla collettività, e di decidere.

E decidere è una cosa seria: quando a farlo si trova qualcuno privo della minima preparazione, l'anti-politica è la reazione più innocua che ci possiamo aspettare.


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