mercoledì 19 settembre 2012

...è la Giovane Italia "che guarda lontano"?


In un clima come quello in cui stiamo vivendo, le primarie sono un'esigenza insopprimibile.
Una classe politica vecchia, stanca e incapace di rendersi conto del clima di odio di cui è oggetto (con un certo margine di ragione) non riuscirà mai a farsi da parte da sola, e il rischio è che se anche lo facesse, il parametro anagrafico trascinerebbe via tante persone che giovani non sono, ma che anche per via dell'esperienza restano validi elementi per poter guidare l'Italia.
In sostanza, non si tratta di "svecchiare" i partiti, ma di "pulirli". E per farlo non vedo altri strumenti che le primarie: permettere al popolo di dire una volta per tutte ciò che pensa dei vari Napoleon, Benjamin, Minimus, Jones, Pilkington e Frederick e di mandarli a casa, in galera, o dovunque meritino di stare.

Ma le primarie non bastano. Per quanto necessarie per uscire dalla fase limacciosa, non potranno certo risultare lo strumento di selezione della classe dirigente in un futuro partito "normale".
Il perché è presto detto: neanche in democrazia può essere soltanto il numero dei voti e il consenso degli elettori (anzi, dei tesserati) a individuare il politico in grado di guidare il paese: servono elaborazione politica, preparazione culturale, e spirito di sacrificio. La classe dirigente di domani avrà bisogno di uomini culturalmente adeguati, in grado di valutare e ponderare le importanti scelte che riguardano il nostro futuro (di tutti). A questo servono, in un sistema democratico, i partiti: a formare e selezionare le persone più adatte alla guida del paese, e a fare scuola politica per permettere a costoro di essere preparati ad assumere le responsabilità massime.
Il prof. Fabrizio Tonello, nel suo ultimissimo "L'età dell'ignoranza" (edito da Mondadori), spiega in maniera illuminante come non sia possibile alcuna democrazia senza cultura, perché il diritto di voto va esercitato con la consapevolezza di ciò che si sta facendo, e la cultura è lo strumento attraverso il quale ciascuno di noi impara a distinguere il Bene della res publica dal proprio apparente bene egoistico, magari veicolato attraverso parole suadenti e ben disposte e programmi televisivi adeguatamente orientati.
Sia a livello di partito che a livello di governo, ora più che mai abbiamo bisogno di una classe dirigente, in grado quindi di "dirigere", guidare, capire.


Quello che serve non è una nuova tangentopoli, ma una rivoluzione culturale.
Ed è anche per questo che non basterà eliminare i mille Fiorito che si nascondono nei partiti, né con la magistratura, né con le primarie, né con le preferenze. Oltre ad essi è fondamentale e irrinunciabile eliminare tutti coloro che fanno la fila per diventare come Fiorito, per entrare nella "casta" che ahimè esiste eccome, composta non tanto di privilegi quanto di quella sensazione di impunità, di onnipotenza, quel voler essere guardati, invidiati, desiderati, adorati.
Non è un fatto anagrafico, neanche un po'. Oltre ai cinquantenni come Fiorito ci sono i ventenni la cui carriera credono dipenda dall'intonazione con cui cantano "Meno male che Silvio c'è", quelli che si offendono a morte se ad Atreju prendi in giro "il Presidente" (neanche fosse il Papa), quelli che fingono di emozionarsi a sentirlo parlare o che fingono di ridere quando racconta barzellette, quelli che si precipitano a salutarlo dopo i convegni nella speranza di diventare un giorno non come lui, ma come Fiorito, come Lusi, qualcuno a cui la vita non dovrà mai negare niente, a cui tutto sarà sempre permesso.


Costoro sporcano la Politica, la rendono immonda, violentano questa nobile attività, fatta di sacrificio di sé per il Bene del prossimo. Costoro abbattono i sogni dei ragazzi nelle sezioni, dei militanti, di chi si priva del sonno per un volantinaggio, per attaccare manifesti, per occupare la propria scuola, di chi dedica la propria gioventù al servizio di un ideale.
Per loro, per i sogni dei nostri ragazzi dobbiamo restare dove siamo, continuare a fare politica con la purezza da militanti, tapparci il naso per non sentire il fetore e annacquare con un po' di acqua pura la valanga di fango che rotola oramai ovunque, e che sembra inarrestabile.

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