mercoledì 5 settembre 2012

Italcementi addio. Ormai morto l’albero genealogico dell’industria in Calabria

Che cosa accade quando si fermano le macchine e i lavoratori muoiono senza neanche un funerale? Si spezza la catena della produzione, si sfibra il tessuto della coesione sociale, si frantumano gli anelli che legano gli uomini e le donne, le famiglie e i gruppi nella vita di comunità. Neanche il tempo di una rielaborazione corale del lutto che c’è già chi pensa a fare dell’antico sito industriale un altro piccolo paradiso dei propri affari più o meno mascherato di turismo da diporto. Cose così stanno succedendo anche a Vibo dove la spaventosa incapacità e impreparazione della politica regionale ha fatto delocalizzare un gruppo strategico dell'economia nazionale, Italcementi, primo produttore di materiali da costruzione con una quota di mercato di circa il 30% e con un dispositivo industriale in costante adeguamento e prodotti sempre più innovativi per la clientela, oltre 5.000 dipendenti. Senza negoziati nè contrattazione, la chiocciola dell'Italcementi, logo dell'impresa multinazionale, si ritira nel suo guscio bergamasco e lascia per sempre la scia del rimorso in terra di Calabria. Chiude la fabbrica vibonese e nella provincia tirrenica si avverte tutta la nostalgia di un mondo perduto, disperazione per cento famiglie di lavoratori ricacciati nella riserva indiana del non lavoro, nella spirale viscida dell'incertezza e della mobilità, nella zona d'ombra del precariato e della cassa integrazione. Una decisione, questa dell'azienda di proprietà di una delle famiglie più importanti del capitalismo italiano, con sede a Bergamo, la holding internazionale del cavalier Giampiero Pesenti, che impoverisce e destruttura definitivamente il già debole tessuto industriale della regione. Amarezza per una chiusura che non è stata un fulmine a ciel sereno. Che, forse, non sarebbe neanche il solo frutto di un quadro congiunturale negativo per il settore, in questi ultimi anni profondamente cambiato a causa della forte flessione del comparto delle costruzioni. Crisi della filiera del cemento italiano e del calcestruzzo pagata sopratutto al sud, specialmente dalla Calabria, solamente dagli ‘operai invisibili’ di Vibo Valentia. Una chiusura che secondo i lavoratori non avrebbe dalla propria parte solide ragioni. La fabbrica è rimasta in marcia fino a pochi mesi fa praticamente a ciclo continuo, producendo e vendendo dai 23 ai 24 mila quintali di cemento al giorno. Tanto che molti si chiedono quali siano gli scenari che si intravedono oltre la cortina di questa rapidissima dismissione dello stabilimento, di quale crisi si parli e se qui, come al solito, alla fine non si sveli che c'è dell'altro. Da qui la stura alle più svariate ipotesi su possibili interessi, megaprogetti, starni movimenti che sfuggono alla cronaca. Per quel si sa ciò che emerge con netta chiarezza è che di fronte alla chiusura dell'ultima fabbrica del Novecento localizzata in territorio regionale, ancora una volta la politica calabrese (e in questo caso quella della Regione Calabria e del suo vicepresidente Antonella Stasi) è fallita e ha fatto cilecca. Tra disattenzione, tavoli romani, impreparazione, promesse e chiacchiere, ciò che è mancato, non è stata solo un’intelligente gestione della vertenza, quanto l'assoluta assenza di azioni e scelte lungimiranti per evitare la delocalizzazione di un impresa strategica per l'economia italiana a livello mondiale. Perché un conto è potare i rami un’altro invece è recidere il ceppo, l’albero genealogico del sistema industriale calabrese . Ancora una volta una pagina nera per il lavoro regionale, una sconfitta pesante che fa male. Sgomenti e rassegnati, giorno per giorno, prendiamo atto che ormai manca una classe dirigente politica, attiva, consapevole, motivata nel difendere con passione diritti e speranze dei nostri territori. VITO BARRESI da www.zoomsud.it
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