giovedì 7 giugno 2012

Forse credono di farci paura...

Neanche fossimo nel Medioevo, sono comparse sulla rete le immagini di una scena orribile, avvenuta in Tunisia: un uomo incappucciato tiene un coltello sulla gola di un ragazzo, neanche trentenne, legato e sdraiato sul ciglio di una buca nel terreno.
L'uomo incappucciato è musulmano, quello legato è cristiano, accusato di politeismo per via del dogma della Santissima Trinità.
L'epilogo del filmato è scontato: dopo aver sbrodolato una lista di maledizioni in lingua araba e di pseudo preghiere (chiedere a Dio il male può essere considerato preghiera?) il macellaio sgozza e decapita il ragazzo, come se stesse facendo una cosa assolutamente naturale. Poi solleva la testa spiccata dal corpo e grida altre follie.
Non può non disgustarci il fatto che esista una simile barbarie a pochi chilometri dalla Sicilia. È semplicemente fuori dalla comprensione umana, almeno per noi che la civiltà la abbiamo inventata, e non possiamo non notare come cose simili purtroppo succedano ancora nei paesi arabi, soprattutto in quelli "liberati" dalla cosiddetta "primavera".
Non è la prima né l'ultima volta: i cristiani sono vittime dell'odio da parecchi secoli, e decapitazioni come questa la storia della Chiesa ne ricorda fin troppe, anche molto recenti. Non piangiamo per questo ragazzo: il buon Dio ha voluto regaragli il martirio, la più alta forma di dono di sé per la fede e per l'espiazione dei peccati del mondo. Non c'è veramente alcun dubbio che in questo esatto momento a costui sono stati rimessi tutti i peccati, e sta godendo e godrà per sempre della dolcezza di una vita che non avrà mai fine, privata oramai dei tanti nostri dolori di uomini. Non avrà settanta vergini ma vedrà il volto amabile della Vergine, e la Gerusalemme celeste trasfigurata con tutto il creato in un eternità senza dolore.
Se dobbiamo piangere e pregare per qualcuno, facciamolo piuttosto per il suo aguzzino, perché "non sa quello che fa", e non sa quanto pagherà per ciò che ha fatto, quando Dio gliene chiederà conto.
Ma perché diffondere un video del genere? Sicuramente non per fare del bene alle cause del mondo musulmano: video come questi fanno apparire l'Islam una religione di barbarie e terrore, e vanno ad alimentare la suggestione che esistano "popoli eletti" e "popoli dannati". Lo stesso commentatore della TV egiziana che ha trasmesso il filmato si interroga: "è questo l'Islam?". Già, ce lo chiediamo tutti.
Lo scopo è metterci paura.
Non ci sono riusciti. Il volto sereno del ragazzo, che di fronte alla morte non si dimena, non piange, non bestemmia, è l'immagine della sicurezza serena di una religione che contrappone l'amore all'odio, e di una civiltà che non si lascia intimorire da un vigliacco armato di coltello. E' la "pietra di scandalo", l'immagine del buon ladrone che vede innanzi a sé il volto santo di Cristo che gli dice: "Oggi stesso, tu sarai con me in Paradiso".
Forse il macellaio avrebbe voluto sentirlo gridare, vederlo piangere disperato, implorare pietà. Non l'ha avuta vinta: la disperazione appartiene a chi non conosce Dio, o a chi ha bisogno di un coltello per onorarlo. Grazie a quel video il mondo oggi sa quanto sia dolce morire per Cristo.
Il volto di questo ragazzo, sereno di fronte alla morte, ci sia da monito e ci accompagni nelle nostre miserie di ogni giorno.

Di questa vita perduta, totalmente mia, e totalmente loro, io rendo grazie a Dio che sembra averla voluta tutta intera per quella gioia, attraverso e malgrado tutto. In questo grazie in cui tutto è detto, ormai, della mia vita, includo certamente voi, amici di ieri e di oggi, e voi, amici di qui, accanto a mia madre e a mio padre, alle mie sorelle e ai miei fratelli, e al centuplo, accordato come promesso! E anche a te, amico dell'ultimo minuto, che non sapevi quel che facevi. Sì, anche per te voglio dire questo grazie e questo “ad-Dio” con te. E che ci sia dato di ritrovarci, ladroni beati in paradiso, se piace a Dio, Padre nostro, di tutti e due. Amen! Inch Allah!!
Frére Christian de Chergé, monaco decapitato insieme ai confratelli in Algeria nel 1996.
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