giovedì 17 novembre 2011

Se Acca Larentia fu una strage brigatista

Il filo rosso, spezzato, della strage di Acca Larenzia. Trentatre anni dopo si allunga sulle Br l’ombra della mai chiarita mattanza del 7 gennaio 1978 dirimpetto la sezione del Msi al quartiere romano del Tuscolano: due ragazzi ammazzati, Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta, altri due feriti, più un terzo militante, Stefano Recchioni, ucciso negli scontri di piazza tra giovani di destra e forze dell’ordine.

Ad oggi gli assassini di Acca Larenzia non hanno un volto. All’epoca si indagò, poco e male, sui Nact (Nuclei armati per il contropotere territoriale) che in quella zona a sud della Capitale operavano come «cerniera» fra l’Autonomia operaia e l’organizzazione militare della stella a cinque punte. Si scavò con sufficienza sulle precise rivelazioni di più pentiti rossi (Todini, Brogi e altri) che però non ressero al vaglio dibattimentale. E soprattutto si seguì fino a un certo punto la pista dell’arma utilizzata per l’eccidio.

Trentanni dopo quel filo rosso ha iniziato ad avvolgerlo l’allora numero tre delle Br, Antonio Savasta, che prima di pentirsi e disarticolare la sua organizzazione, giustiziava Taliercio e Varisco, interrogava il generale americano Dozier, custodiva la Renault 4 «carro funebre» di Aldo Moro. Nel bel libro di Nicola Rao («colpo al cuore», edito da Sperling & Kupfer) Savasta decide di confessare quanto sin qui mai rivelato su Acca Larenzia e sull’omicidio, da parte del suo gruppo, di un altro giovane missino, Mario Zicchieri. E nel farlo offre un formidabile riscontro a quanto scoperto da Valerio Cutonilli e Luca Valentinotti in un altro libro shock dal titolo «Acca Larenzia, quello che non è stato mai detto». Savasta si dilunga sul dibattito interno alle Br, «tra la fine del ’77 e l’inizio del ’78» sull’opportunità o meno di «attaccare i fascisti del Tuscolano». Chi spingeva per colpire i neri apparteneva alla «Brigata Torre Spaccata» capeggiata da Francesco Piccioni, Remo Pancelli, Marcello Capuano, Giulio Cacciotti», da «Stefano e Marina Petrella», quest’ultima riparata in Francia eppoi difesa da Carla Bruni, signora Sarkozy, contraria alla sua estradizione. Savasta non ha certezze dirette ma, dice sicuro, «ho sempre avuto la convinzione, dopo quello che avevo sentito, che dietro quell’azione vi fossero i compagni della Brigata di Torre Spaccata, che sicuramente fornirono copertura, armi e mezzi».

Qualcuno di loro, aggiunge, «molto probabilmente partecipò personalmente all’attacco». Da cosa nasce questa sua convinzione? «Quelli di Torre Spaccata chiesero alle altre brigate territoriali come pensavano di comportarsi con i fascisti del loro quartiere, fui testimone di accese discussioni (...). In pratica chiedevano all’organizzazione una specie di placet per colpirli. Erano assolutamente determinati nel voler sparare ai fascisti in quelle zone, e colpirli significava annientarli (...)». Alla Brigata di Torre Spaccata, per competenza territoriale, si rifacevano sigle e sottosigle di Roma Sud, tipo gli «Mrpo», «Ncr», «Lapp» e soprattutto i «Nact» rappresentati nel logo da una mitraglietta. Simile alla Skorpion utilizzata dalla futura pentita Livia Todini per fare pratica nel parco della Caffarella, arma consegnatale dall’«addestratore» brigatista Stefano De Maggi, casualmente residente nel palazzo accanto alla sezione missina di Acca Larenzia.

Questa skorpion con ogni probabilità è la «seconda» in dotazione alle br (l’altra servì per uccidere Moro) di cui parlerà il terrorista rosso Gennaro Maccari in commissione stragi. E quasi certamente è quella sequestrata nel 1988 nel covo di via Dogali che firmerà tre omicidi politici e pure la strage del 7 gennaio ’78. L’arma, si scoprirà dopo la strage di via Fani, era stata acquistata nel 1971 dal cantante Enrico Sbriccioli, al secolo Jimmi Fontana, a suo dire rivenduta a pochi giorni da Acca Larenzia a un poliziotto del commissario Tuscolano (che ha sempre negato l’acquisto) conosciuto nella stessa armeria al quartiere Prati frequentata da un certo «signor Marchetti», al secolo Valerio Morucci, capo brigatista, ribattezzato «Pecos» per la sua sfrenata passione per le armi.
Nessuno ha mai tirato il filo (rosso). Perchè?

Gian Marco Chiocci - 10 novembre 2011

sabato 12 novembre 2011

Riflessioni leggendo Drieu La Rochelle

1. Non è mai esistito il governo di una classe. Marx si confonde con il godimento dei privilegi, che può essere riservato ad una classe in particolare, ma la gestione delle leve del potere è altra cosa ed è riservata a minoranze per lo più interclassiste. Prima della Rivoluzione Francese a governare erano più che altro borghesi fatti ecclesiastici o nuovi nobili nominati dal re. Durante la Rivoluzione la borghesia non ha dunque sostituito la nobiltà, esattamente come il proletariato non sostituirà la borghesia.
2. In qualunque caso il governo è di pochi e non di una classe intera. Le classi non sono solo due ma molteplici, e qualsiasi governo deve trovare un equilibrio fra tutte.
3. La classe non è omogenea e chiusa, si rinnova e si contamina continuamente. Quindi non può essere sostituita in toto da un'altra.
4. Le rivoluzioni sono sacrosante, ma non sono mai fatte da una classe su un'altra. La rivoluzione russa è stata solo strumentalizzata dai bolscevichi in chiave marxista, nel momento in cui in Europa il mito della lotta di classe veniva sostituito dall'idea della collaborazione fra le classi. Per Drieu il vento della rivoluzione russa si era esteso a Roma, a Berlino ed all'America e sarebbe toccato anche a Francia e Inghilterra. "Gli antimarxisti che lo sono solo perché vogliono conservare il sistema capitalistico devono tremare".

giovedì 10 novembre 2011

Quale alternativa a Monti?

Ho una seria difficoltà a capire chi chiede le elezioni immediate contro il "ribaltone" che sta cercando di abbattere Berlusconi per sostituirlo a Monti, uomo più vicino ai "poteri" che contano. D'accordo, è un ribaltone vergognoso ad opera della speculazione finanziaria globale che fa gli interessi del grande capitale contro i popoli. Questo è indubbio. Ma c'è modo di evitarlo?
Mi spiego meglio: l'Italia è a tutti gli effetti un'economia europea, anzi la terza economia europea e il quinto paese più industrializzato del mondo. La scelta di stare nel libero mercato è stata fatta oramai sessant'anni fa da chi preferì la "libertà" americana alla "bestia rossa". E' stato allora che - giusto o sbagliato - abbiamo accettato delle regole che ora non possiamo ignorare!
I titoli di stato, i buoni del Tesoro, gli indici di Milano... noi siamo in pieno soggetti alle influenze del mercato, e non possiamo smarcarcene a piacimento! Il famoso tristemente noto "spread" è qualcosa che non possiamo controllare per decreto, e che invece dobbiamo inseguire col fiato corto accettando il ricatto europeo e le misure per la crescita forzosa, che permetta ai nostri creditori di dormire sonni tranquilli alle spalle del nostro stato sociale! Ignorarlo significherebbe essere ignoranti.
Se decidiamo di infischiarcene di questo spread e di pensare a conservare così come è il nostro stato fatto di privilegi di origine borbonica, facciamo una scelta lecita ma ci condanniamo al fallimento. Se pensiamo di restituire subito la parola al popolo andando al voto facciamo un atto esteticamente splendido ma assolutamente irrazionale: i maledetti mercati da cui dipendiamo non sono democratici e non aspettano il nostro bizantinismo, e le conseguenze di questa situazione le pagheranno sulla loro pelle proprio quelle fasce sociali che oggi vogliamo tutelare. Quindi bisogna intervenire e subito, accettando pedissequamente il ricatto del capitale internazionale, fingendo che sia una nostra libera scelta.
Obbediamo agli ordini d'Europa e appena l'attenzione del dio denaro sarà lontana da noi andiamo immediatamente al voto. Allora potremo ricominciare con il teatrino democratico.

La ninna nanna della Patria

venerdì 4 novembre 2011

Per coerenza, non facciamone un mito.


Quando muore un ragazzo di vent'anni la tragedia è incommensurabile, incommentabile, spaventosa nel senso letterale. E per questo non possiamo che piangere tutti la scomparsa del povero Marco Simoncelli, e pregare per lui. Ma, vi prego non facciamone un mito.
Morire a vent'anni su una moto a trecento all'ora, in cerca di emozioni, significa attribuire poco valore alla vita in sé, pensare quasi che l'adrenalina della corsa valga di più. Marco Simoncelli la pensava così; interrogato sulla sua paura di morire rispondeva: "Si vive di più andando 5 minuti al massimo su una moto come questa, di quanto non faccia certa gente in una vita intera"; è un'affermazione grave, carica di nichilismo e disperazione. Non esiste una gerarchia di dignità fra le vite: tutte hanno il medesimo valore, e tutte valgono infinitamente di più che una corsa in moto.
In Italia gli incidenti stradali sono la prima causa di morte per i minori di 35 anni. Molti di coloro che causano gli incidenti spezzando vite appena cominciate, probabilmente, sottoscriverebbero la frase di Simoncelli, crederebbero anche loro che la vera vita si assapori più guidando pericolosamente per godere lo schizzo adrenalinico della paura piuttosto che provando a migliorare il futuro, a poggiare l'esistenza su valori alti, sicuramente meno adrenalinici ma molto più difficili da rispettare.
Se dobbiamo fare di Simoncelli un mito, sicuramente sarebbe un mito negativo. Allora, tanto vale lasciarlo riposare in pace.
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