sabato 31 dicembre 2011

mercoledì 14 dicembre 2011

Non scegliere è scegliere

Sono convinto che fra diete, integratori, bulimie e anoressie varie, l'unica scelta alimentare valida sia quella di non mangiare carne.
Non è ovviamente un fatto di salute (anche se il corpo ne guadagnerà di molto!), è un fatto etico.
Quello che vedete, asettico, è uno dei cosiddetti "prodotti della macellazione", nello specifico è macinato di vitellone. Lo vendono al chilo in apposite vaschette di polistirolo, igeniche, bianche, coperte da pellicola trasparente. Sull'etichetta, oltre al prezzo e al peso, l'indicazione "macellato in Italia - sezionato in Italia". Non c'è che dire, confortante: finalmente un'etichetta che non riporta la fastidiosa e onnipresente dicitura "Made in PRC" o più prosaicamente "Made in China".
Ciascuno di noi si reca al supermercato e acquista questa poltiglia rosa morbida al tatto e gradevole all'olfatto, con la quale è possibile approntare manicaretti eccezionali. Parlo ancora del "macinato di vitellone", ovviamente.
Quello che non mi riesce ancora di capire è se il consumatore, il passante, il "ciascuno di noi" abbia sempre ben presente, chiaro nella mente, che quel prodotto più o meno accattivante, quel "prodotto della macellazione" altro non è che il risultato finale di un processo veramente terribile di distruzione di una vita.
Nella vaschetta bianca non si distinguono gli occhi e a dire il vero non si identifica alcuna forma vivente, ma quanti acquistandola si rendono conto realmente di ciò che contiene?
Per aiutarvi allego una foto:

Qualcuno nel vedere queste foto commenterà: "Che fame!". Ecco, non è rivolto a loro questo articolo. Per tutti gli altri: quello che nella vaschetta si chiama "prodotto della macellazione", in verità è questo: un paffuto vitello, un cucciolo di mucca nato da pochi giorni e strappato dalla mammella della mamma.
Già strappato, e con violenza, dall'affetto materno. Ma perché? Per crescere in un luogo meno accogliente? No, certo! Per morire. Anzi per essere corretti per diventare un "prodotto della macellazione". Cosa succede dunque nel tragitto fra il seno caldo della madre e la nostra vaschetta?
Mentre la mamma mucca rimarrà nella piccola stalla a sfornare litri di latte, il vitello verrà condotto su di un camion, dove scalcerà in tutti i modi perché non vorrà salire (i cuccioli di tutti gli animali sentono il bisogno di stare con la mamma). Spinto su a bastonate affronterà insieme a decine di altri vitelli un viaggio che può durare anche 30 ore in un camion scoperto: fame, sete, freddo, caldo... Soffrirà di tutto, perché nessuno lo coprirà da pioggia vento o neve, nessuno lo proteggerà, nessuno gli darà da mangiare o da bere.
Alla fine del viaggio - qualcuno sarà morto di stenti - il nostro vitellone sopravvissuto e terrorizzato viene condotto in un altro posto dove cercherà in ogni modo di non entrare: il mattatoio. Il mattatoio (o macello) è un luogo veramente spaventoso, una sorta di catena di smontaggio del corpo. L'animale sente l'odore della morte, capisce cosa sta per succedere. Farà di tutto per non entrare ma l'uomo, scaltro, ha inventato una serie di trappole che ne impediranno ogni fuga; una volta ne vidi una in un video: un corridoio che, mentre l'animale veniva spinto avanti a forza, gli si stringeva alle spalle. Nel video il vitello indietreggiava terrorizzato, ma il corridoio era troppo stretto e non gli permetteva i movimenti.
Una volta entrato nel mattatoio avrà il tempo di vedere ciò che succede a quello entrato prima di lui, e immaginate come si debba sentire: un uomo gli si avvicina e gli lega una zampa ad un braccio meccanico attaccato al soffitto, poi gli spara un colpo in mezzo alla fronte e subito il braccio meccanico lo solleva per la zampa e lo porta via, dove un macchinario apposito provvede alla "giugulazione", termine dolce per dire "sgozzamento". Il colpo sparato fra gli occhi non è un proiettile, è un chiodo di acciaio che viene dopo essere entrato nel cranio si ritrae nella pistola: ha il solo scopo di stordire l'animale, non di ucciderlo. Ad ucciderlo è lo sgozzamento, a cui l'animale dovrebbe giungere incosciente. Dovrebbe, perché moltissime volte è ancora cosciente quando viene sollevato e trasportato penzoloni dove il macchinario gli taglierà la gola. Si perché il mattatoio è un'industria a tutti gli effetti, il tempo è denaro e il guadagno è proporzionato al numero di animali uccisi in un giorno: quindi bisogna andare in fretta, e pazienza se un animale giunge cosciente alla giugulazione, o addirittura alla vasca bollente che servirà a togliergli la pelle (succede, quando la giugulazione non riesce alla perfezione).
Questa la norma, poi ci sono un'infinità di abusi, di violenze spaventose, di malfunzionamenti che rendono ciò che succede in un mattatoio qualcosa di inconcepibile ad un "consumatore" medio.





Ecco, io reputo tutto questo semplicemente inconcepibile, e credo che questa non sia solo un'opinione.

lunedì 5 dicembre 2011

Elogio della frugalità

Ho scoperto che mangiamo troppo.
Sì d'accordo non è un pensiero originale, ma fermatevi a pensare qualche minuto seriamente: non vi sentite sempre un po' gonfi, pieni, sazi, pesanti..? E guardatevi intorno per strada, la percentuale dei sovrappeso (anche di poco) non è soverchiante rispetto a coloro che vivono nella piena efficienza fisica? Io stesso, che grasso non sono, potrei comunque perdere uno o due chili guadagnando soltanto in estetica e in funzionalità!
La verità è che, nel quotidiano, mangiamo troppo più di quanto dovremmo.
L'obesità, i disturbi alimentari, le palestre piene di gente, i centri benessere in crescita malgrado la crisi, il problema dei rifiuti... Sono tutti segni del nostro tempo, segnali di un inquietante bulimia collettiva che ci porta a dover ingurgitare tanto e sempre.
Sto invece scoprendo che mangiare il giusto (e quindi meno di quanto il corpo intossicato ci faccia ritenere giusto) rende più belli, ma anche più forti, più svelti di pensiero, più allegri. E soprattutto restituisce il gusto del cibo e dello sfizio, ridotto nel più dei casi a doverosa e insapore routine.
E' una rivoluzione culturale, prima che economica. Mangiare meno, spendere meno, pesare meno sull'ambiente, consumare meno, produrre meno rifiuti, spendere meno di palestra, di medico e per molti anche di psicologo... E in cambio pensare di più, muoversi di più, piacersi di più, gustare di più! Riscoprire sfumature di sapore che avevamo dimenticato e la bellezza del mangiare poco e bene!
I nostri nonni lo sapevano meglio di noi, quando ingozzarsi non era cosa semplice e i supermercati non straripavano di scatolette. Lo sapevano tanto bene da ritenere iniqua l'abbondanza, perché in un sistema a risorse ridotte quale è il mondo, se mangi sei condanni qualcun altro ad accontentarsi di quattro.

"Durissima vigilia per i ghiottoni saranno certo le sanzioni! Le pance tonde più non le vedremo, ma noi frugali non moriremo per questa dieta di frugalità!"
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