martedì 21 giugno 2011

Laude della povertà

Nel fare un’offerta ai poveri di Fiume non ci si può difendere da un senso di timidezza che sembra quasi vergogna. Donare scarsamente a chi ha sempre donato grandemente è infatti quasi vergogna.
I poveri di Fiume non sono i prediletti del Santo Francesco? Come il Seràfico, essi hanno dato alla povertà l’aspetto raggiante della magnificenza.
Quando i prigionieri italiani cadevano di sfinimento davanti alle porte e non avevano più fiato per gemere, essi parlavano tutti come nel cupo novembre di Caporetto quella vedova fiumana parlava ai suoi figliuoli digiuni: – Figliuoli, siamo poveri, ma c’è qui qualcuno più povero di noi. Volete che l’aiutiamo con questo poco che abbiamo? Offriamo questo fioretto all’Italia nostra. –
Tutte le soglie della povertà, tutti i davanzali della povertà erano fioriti di questi fioretti silenziosi. Come per il Santo di Assisi, per i poverelli di Fiume ci fu sempre qualcuno più povero di loro, c’è sempre qualcuno più povero di loro. E ciascuno merita in premio il cordiglio francescano, e quel Paradiso dove chi non ha niente ha tutto.
Anche oggi su loro grava tutto il peso del sacrifizio; e non sospirano, e non si lamentano. Anche oggi, tra quelli che sono ansiosi di più dare, essi dànno più grandemente.
In una vecchia casa veneziana vidi un giorno dipinte su i muri di una stanza quadrata tutte le Virtù. Nessuna era coronata, tranne una.
La Fede non era coronata.
La Carità non era coronata.
La Prudenza non era coronata.
E neppure la Temperanza, e neppure la Vigilanza, e neppure la Speranza era coronata.
Ma la Costanza era coronata; ma fra tutte la sola Costanza era coronata. E quella solitaria sovranità mi piacque.
Chi dà oggi la corona alla costanza di Fiume?
La corona alla costanza di Fiume la dànno oggi i poverelli.
È d’argento?
È più che d’argento.
È d’oro?
È più che d’oro.
Di che metallo è dunque? È d’un metallo che soltanto i poveri posseggono. Quale?
I poveri lo sanno e non lo dicono; e sorridono in silenzio.
Come si può dunque senza tremito offrire qualcosa a questi ricchi sorridenti?
L’altro giorno uno di loro voleva baciarmi la mano; e, come io mi difendevo, egli cadde in ginocchio. Allora anch’io me gli misi in ginocchio davanti; e rimanemmo così un poco, a faccia a faccia, come quei donatori nelle vecchie tavole d’altare.
Io ero da meno. E perciò non volli rialzarmi se non dopo di lui.
Così oggi chiedo perdono ai poveri di Fiume.
Non offro il denaro, ch’è scarso e vile.
Offro il mio amore che s’inginocchia.


Gabriele d’Annunzio
Il libro ascetico della Giovane Italia
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