lunedì 14 marzo 2011

Gli asini volano davvero, quando non li vede nessuno

In principio fu l’Asino. Incontrare un asino per strada non è più cosa di tutti i giorni. Al tempo della mia infanzia ce n’erano solo in Italia più di mezzo milione, oggi sono appena ventimila. Animale primordiale, l’umile cavallo per la classe economica va sparendo, per crisi demografica, perché manovalanza tecnologicamente arretrata e assai grezza nelle rifiniture, perché ambasciatore molesto dell’antichità, della miseria e del passato più scomodo. Eppure daremmo da Fiat intera per il ritorno dell’asino, come Pasolini avrebbe dato l’intera Montedison per la sopravvivenza delle lucciole. Baratto impossibile dall’esito grottesco, giacché la Montedison decadde ugualmente senza avere in cambio le lucciole; così, pare, anche la Fiat. A scuola, in Puglia, ci dicevano quando andavamo male: siete come gli asinelli di Martina Franca. Adesso provate a cercare un asino in Martina Franca. Se ci sarà, vivrà sotto falso nome e mentite spoglie, sarà un trans o avrà conquistato fattezze umane. Il ciuco non è scomparso per eccesso di possibilità, come il mistico asino di Buridano, incerto tra il bere o il mangiare, ma perché era tagliato fuori dai percorsi della modernità, e dunque è stato considerato fuori corso, come la lira. Perciò trovarne uno è un piacere da collezionista, provi la commozione di vedere un vecchio amico o parente che avevi dato per estinto.
L’ultimo con cui ebbi una storia lacerante fu in Grecia e l’episodio stava per concludersi in una tragedia o in zuffa. Fu a Santorini, un’isola bianca dell’azzurra famiglia delle Cicladi. Per salire dal porto al borgo non c’era che un mezzo di locomozione, l’asino. Asini greci, per giunta; più antichi e più mitici degli altri, forse più astuti, e levantini. Così montai sull’asino, non senza qualche iniziale riluttanza che non dovette sfuggire al somaro. Faceva un caldo feroce, e la povera bestia non se la sentiva di salire ancora una volta lungo il tortuoso cammino. Allora decise di farmela pagare. Faceva le curve larghe, strisciando il parapetto. Quando c’era il precipizio le faceva radendo il burrone, con la chiara istigazione a suicidarmi o a generare panico. Quando il tornante volgeva nella pancia del monte, l’asino radeva il muro per farmi strusciare la gamba alla roccia e farmi raschiare dalle pietre. A nulla valevano i tentativi di raddrizzarlo con le briglie e con le esortazioni, le mazzate e i sussurri. Mi distrusse un pantalone grigio-asino e mi lacerò una gamba. Alla fine, quando smontai da lui, emise un raglio di felicità liberatoria, a cui feci eco anch’io, adeguandomi al suo linguaggio. Lui si vendicava così del ruolo di sottoposto, ingaggiava la sua lotta di classe bestiale e faceva pagare agli altri, odiati turisti, fruitori passeggeri di una sudata beatitudine, la soma della sua esistenza in salita, della sua irriconosciuta fatica al sole di milite ignaro del piacere. La sua gioia era solo l’assenza momentanea di sofferenza. Non chiedeva piacere, solo stasi. Gli asini, di notte, sognano altre notti. (…)
L’asino fu il primo strumento tecnologico dell’umanità; oltre che da impianto di riscaldamento l’asino funzionava da carrello della spesa, da portabagagli, da utilitaria per gli spostamenti, accessibile anche alle donne; era la scuola guida dei ragazzi prima di passare al cavallo, una specie di veicolo senza targa, di bassa cilindrata, rispetto alla berlina equina che richiedeva una patente esperienza di strada. È stato l’animale più utile e più maltrattato dall’uomo, più prezioso e più vilipeso, insieme al maiale. Ridicolizzato non solo sul piano estetico, ma anche etico e intellettuale. Eppure l’asino incarnava soprattutto la pazienza cocciuta e la fedele sottomissione alla natura, alle sue leggi, ai suoi cicli. Quanta santa modestia in quelle orecchie lunghe e basse. Auribus demissis, dicevano i latini. Forse per questo l’asino è scomparso. Perché rappresentava la tradizione allo stato più elementare, la realtà più dura, più tenera e più antica. Un animale conservatore, premoderno. Uno che non si aggiorna, notoriamente refrattario allo studio e alla flessibilità; che è out, che è reso superfluo e obsoleto, privo di marmitta catalitica e incline a fare i suoi bisogni strada facendo. Gli asini sono scomparsi dalla circolazione perché sono andati ad abitare in cielo. Ai bambini quando andava una bevanda di traverso, le mamme dicevano per far sollevare loro la testa: vedi l’asino che vola? Volevano stupire con gli effetti speciali, e così salvare la creatura dal soffocamento, ma in fondo era vero. Per non soffocare, bisogna davvero alzare lo sguardo e pensare l’evento eccezionale. Gli asini volano davvero, quando non li vede nessuno. Avevano conoscenze altolocate per via del presepe e ora che sono spariti dalla terra, se ne sono andati in cielo. Perché di loro che hanno patito in silenzio e servito in umiltà, sarà il regno dei cieli.
Perciò quando ho visto un asino per strada, in Sardegna, l’ho abbracciato. Come Nietzsche abbracciò un cavallo a Torino, prima di diventare pazzo. Ognuno abbraccia secondo il suo rango. Ma l’asino è l’animale proustiano, perché consente di partire sul suo accessibile dorso alla ricerca del tempo perduto. Pur non essendo dotato di retromarcia, l’asino consente il viaggio a ritroso, nelle nostre origini mediterranee, ancestrali, dove riposa l’immenso granaio dell’infanzia. L’infanzia di una persona, di una generazione, del mondo. L’esercizio del ricordo, a bordo dell’asino, consente di frequentare l’unico aldilà davvero accessibile all’uomo, perché conosciuto: il mondo che fu, che c’era una volta. I paradisi perduti hanno l’odore dell’infanzia.
A volte mi manca l’odore di sansa e d’olive che avvolge il mio paese ed entra nelle narici come un nutriente fiato materno. Mi mancano gli odori del mare, o quel che resta di essi, quando il mare è più vero e severo, disabitato di gente, in pieno gennaio. Mi mancano gli odori di ragù, misti a chianca insaponata, che le vecchie case del mio paese seminano tra le strade come viatici della domenica. Le belle cose che scriveremo, se avremo talento, diceva Proust, sono dentro di noi, indistinte, come il ricordo di un’aria che ci delizia senza che riusciamo a trovarne i contorni.


Marcello Veneziani – “Il segreto del viandante”
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