sabato 31 dicembre 2011

mercoledì 14 dicembre 2011

Non scegliere è scegliere

Sono convinto che fra diete, integratori, bulimie e anoressie varie, l'unica scelta alimentare valida sia quella di non mangiare carne.
Non è ovviamente un fatto di salute (anche se il corpo ne guadagnerà di molto!), è un fatto etico.
Quello che vedete, asettico, è uno dei cosiddetti "prodotti della macellazione", nello specifico è macinato di vitellone. Lo vendono al chilo in apposite vaschette di polistirolo, igeniche, bianche, coperte da pellicola trasparente. Sull'etichetta, oltre al prezzo e al peso, l'indicazione "macellato in Italia - sezionato in Italia". Non c'è che dire, confortante: finalmente un'etichetta che non riporta la fastidiosa e onnipresente dicitura "Made in PRC" o più prosaicamente "Made in China".
Ciascuno di noi si reca al supermercato e acquista questa poltiglia rosa morbida al tatto e gradevole all'olfatto, con la quale è possibile approntare manicaretti eccezionali. Parlo ancora del "macinato di vitellone", ovviamente.
Quello che non mi riesce ancora di capire è se il consumatore, il passante, il "ciascuno di noi" abbia sempre ben presente, chiaro nella mente, che quel prodotto più o meno accattivante, quel "prodotto della macellazione" altro non è che il risultato finale di un processo veramente terribile di distruzione di una vita.
Nella vaschetta bianca non si distinguono gli occhi e a dire il vero non si identifica alcuna forma vivente, ma quanti acquistandola si rendono conto realmente di ciò che contiene?
Per aiutarvi allego una foto:

Qualcuno nel vedere queste foto commenterà: "Che fame!". Ecco, non è rivolto a loro questo articolo. Per tutti gli altri: quello che nella vaschetta si chiama "prodotto della macellazione", in verità è questo: un paffuto vitello, un cucciolo di mucca nato da pochi giorni e strappato dalla mammella della mamma.
Già strappato, e con violenza, dall'affetto materno. Ma perché? Per crescere in un luogo meno accogliente? No, certo! Per morire. Anzi per essere corretti per diventare un "prodotto della macellazione". Cosa succede dunque nel tragitto fra il seno caldo della madre e la nostra vaschetta?
Mentre la mamma mucca rimarrà nella piccola stalla a sfornare litri di latte, il vitello verrà condotto su di un camion, dove scalcerà in tutti i modi perché non vorrà salire (i cuccioli di tutti gli animali sentono il bisogno di stare con la mamma). Spinto su a bastonate affronterà insieme a decine di altri vitelli un viaggio che può durare anche 30 ore in un camion scoperto: fame, sete, freddo, caldo... Soffrirà di tutto, perché nessuno lo coprirà da pioggia vento o neve, nessuno lo proteggerà, nessuno gli darà da mangiare o da bere.
Alla fine del viaggio - qualcuno sarà morto di stenti - il nostro vitellone sopravvissuto e terrorizzato viene condotto in un altro posto dove cercherà in ogni modo di non entrare: il mattatoio. Il mattatoio (o macello) è un luogo veramente spaventoso, una sorta di catena di smontaggio del corpo. L'animale sente l'odore della morte, capisce cosa sta per succedere. Farà di tutto per non entrare ma l'uomo, scaltro, ha inventato una serie di trappole che ne impediranno ogni fuga; una volta ne vidi una in un video: un corridoio che, mentre l'animale veniva spinto avanti a forza, gli si stringeva alle spalle. Nel video il vitello indietreggiava terrorizzato, ma il corridoio era troppo stretto e non gli permetteva i movimenti.
Una volta entrato nel mattatoio avrà il tempo di vedere ciò che succede a quello entrato prima di lui, e immaginate come si debba sentire: un uomo gli si avvicina e gli lega una zampa ad un braccio meccanico attaccato al soffitto, poi gli spara un colpo in mezzo alla fronte e subito il braccio meccanico lo solleva per la zampa e lo porta via, dove un macchinario apposito provvede alla "giugulazione", termine dolce per dire "sgozzamento". Il colpo sparato fra gli occhi non è un proiettile, è un chiodo di acciaio che viene dopo essere entrato nel cranio si ritrae nella pistola: ha il solo scopo di stordire l'animale, non di ucciderlo. Ad ucciderlo è lo sgozzamento, a cui l'animale dovrebbe giungere incosciente. Dovrebbe, perché moltissime volte è ancora cosciente quando viene sollevato e trasportato penzoloni dove il macchinario gli taglierà la gola. Si perché il mattatoio è un'industria a tutti gli effetti, il tempo è denaro e il guadagno è proporzionato al numero di animali uccisi in un giorno: quindi bisogna andare in fretta, e pazienza se un animale giunge cosciente alla giugulazione, o addirittura alla vasca bollente che servirà a togliergli la pelle (succede, quando la giugulazione non riesce alla perfezione).
Questa la norma, poi ci sono un'infinità di abusi, di violenze spaventose, di malfunzionamenti che rendono ciò che succede in un mattatoio qualcosa di inconcepibile ad un "consumatore" medio.





Ecco, io reputo tutto questo semplicemente inconcepibile, e credo che questa non sia solo un'opinione.

lunedì 5 dicembre 2011

Elogio della frugalità

Ho scoperto che mangiamo troppo.
Sì d'accordo non è un pensiero originale, ma fermatevi a pensare qualche minuto seriamente: non vi sentite sempre un po' gonfi, pieni, sazi, pesanti..? E guardatevi intorno per strada, la percentuale dei sovrappeso (anche di poco) non è soverchiante rispetto a coloro che vivono nella piena efficienza fisica? Io stesso, che grasso non sono, potrei comunque perdere uno o due chili guadagnando soltanto in estetica e in funzionalità!
La verità è che, nel quotidiano, mangiamo troppo più di quanto dovremmo.
L'obesità, i disturbi alimentari, le palestre piene di gente, i centri benessere in crescita malgrado la crisi, il problema dei rifiuti... Sono tutti segni del nostro tempo, segnali di un inquietante bulimia collettiva che ci porta a dover ingurgitare tanto e sempre.
Sto invece scoprendo che mangiare il giusto (e quindi meno di quanto il corpo intossicato ci faccia ritenere giusto) rende più belli, ma anche più forti, più svelti di pensiero, più allegri. E soprattutto restituisce il gusto del cibo e dello sfizio, ridotto nel più dei casi a doverosa e insapore routine.
E' una rivoluzione culturale, prima che economica. Mangiare meno, spendere meno, pesare meno sull'ambiente, consumare meno, produrre meno rifiuti, spendere meno di palestra, di medico e per molti anche di psicologo... E in cambio pensare di più, muoversi di più, piacersi di più, gustare di più! Riscoprire sfumature di sapore che avevamo dimenticato e la bellezza del mangiare poco e bene!
I nostri nonni lo sapevano meglio di noi, quando ingozzarsi non era cosa semplice e i supermercati non straripavano di scatolette. Lo sapevano tanto bene da ritenere iniqua l'abbondanza, perché in un sistema a risorse ridotte quale è il mondo, se mangi sei condanni qualcun altro ad accontentarsi di quattro.

"Durissima vigilia per i ghiottoni saranno certo le sanzioni! Le pance tonde più non le vedremo, ma noi frugali non moriremo per questa dieta di frugalità!"

giovedì 17 novembre 2011

Se Acca Larentia fu una strage brigatista

Il filo rosso, spezzato, della strage di Acca Larenzia. Trentatre anni dopo si allunga sulle Br l’ombra della mai chiarita mattanza del 7 gennaio 1978 dirimpetto la sezione del Msi al quartiere romano del Tuscolano: due ragazzi ammazzati, Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta, altri due feriti, più un terzo militante, Stefano Recchioni, ucciso negli scontri di piazza tra giovani di destra e forze dell’ordine.

Ad oggi gli assassini di Acca Larenzia non hanno un volto. All’epoca si indagò, poco e male, sui Nact (Nuclei armati per il contropotere territoriale) che in quella zona a sud della Capitale operavano come «cerniera» fra l’Autonomia operaia e l’organizzazione militare della stella a cinque punte. Si scavò con sufficienza sulle precise rivelazioni di più pentiti rossi (Todini, Brogi e altri) che però non ressero al vaglio dibattimentale. E soprattutto si seguì fino a un certo punto la pista dell’arma utilizzata per l’eccidio.

Trentanni dopo quel filo rosso ha iniziato ad avvolgerlo l’allora numero tre delle Br, Antonio Savasta, che prima di pentirsi e disarticolare la sua organizzazione, giustiziava Taliercio e Varisco, interrogava il generale americano Dozier, custodiva la Renault 4 «carro funebre» di Aldo Moro. Nel bel libro di Nicola Rao («colpo al cuore», edito da Sperling & Kupfer) Savasta decide di confessare quanto sin qui mai rivelato su Acca Larenzia e sull’omicidio, da parte del suo gruppo, di un altro giovane missino, Mario Zicchieri. E nel farlo offre un formidabile riscontro a quanto scoperto da Valerio Cutonilli e Luca Valentinotti in un altro libro shock dal titolo «Acca Larenzia, quello che non è stato mai detto». Savasta si dilunga sul dibattito interno alle Br, «tra la fine del ’77 e l’inizio del ’78» sull’opportunità o meno di «attaccare i fascisti del Tuscolano». Chi spingeva per colpire i neri apparteneva alla «Brigata Torre Spaccata» capeggiata da Francesco Piccioni, Remo Pancelli, Marcello Capuano, Giulio Cacciotti», da «Stefano e Marina Petrella», quest’ultima riparata in Francia eppoi difesa da Carla Bruni, signora Sarkozy, contraria alla sua estradizione. Savasta non ha certezze dirette ma, dice sicuro, «ho sempre avuto la convinzione, dopo quello che avevo sentito, che dietro quell’azione vi fossero i compagni della Brigata di Torre Spaccata, che sicuramente fornirono copertura, armi e mezzi».

Qualcuno di loro, aggiunge, «molto probabilmente partecipò personalmente all’attacco». Da cosa nasce questa sua convinzione? «Quelli di Torre Spaccata chiesero alle altre brigate territoriali come pensavano di comportarsi con i fascisti del loro quartiere, fui testimone di accese discussioni (...). In pratica chiedevano all’organizzazione una specie di placet per colpirli. Erano assolutamente determinati nel voler sparare ai fascisti in quelle zone, e colpirli significava annientarli (...)». Alla Brigata di Torre Spaccata, per competenza territoriale, si rifacevano sigle e sottosigle di Roma Sud, tipo gli «Mrpo», «Ncr», «Lapp» e soprattutto i «Nact» rappresentati nel logo da una mitraglietta. Simile alla Skorpion utilizzata dalla futura pentita Livia Todini per fare pratica nel parco della Caffarella, arma consegnatale dall’«addestratore» brigatista Stefano De Maggi, casualmente residente nel palazzo accanto alla sezione missina di Acca Larenzia.

Questa skorpion con ogni probabilità è la «seconda» in dotazione alle br (l’altra servì per uccidere Moro) di cui parlerà il terrorista rosso Gennaro Maccari in commissione stragi. E quasi certamente è quella sequestrata nel 1988 nel covo di via Dogali che firmerà tre omicidi politici e pure la strage del 7 gennaio ’78. L’arma, si scoprirà dopo la strage di via Fani, era stata acquistata nel 1971 dal cantante Enrico Sbriccioli, al secolo Jimmi Fontana, a suo dire rivenduta a pochi giorni da Acca Larenzia a un poliziotto del commissario Tuscolano (che ha sempre negato l’acquisto) conosciuto nella stessa armeria al quartiere Prati frequentata da un certo «signor Marchetti», al secolo Valerio Morucci, capo brigatista, ribattezzato «Pecos» per la sua sfrenata passione per le armi.
Nessuno ha mai tirato il filo (rosso). Perchè?

Gian Marco Chiocci - 10 novembre 2011

sabato 12 novembre 2011

Riflessioni leggendo Drieu La Rochelle

1. Non è mai esistito il governo di una classe. Marx si confonde con il godimento dei privilegi, che può essere riservato ad una classe in particolare, ma la gestione delle leve del potere è altra cosa ed è riservata a minoranze per lo più interclassiste. Prima della Rivoluzione Francese a governare erano più che altro borghesi fatti ecclesiastici o nuovi nobili nominati dal re. Durante la Rivoluzione la borghesia non ha dunque sostituito la nobiltà, esattamente come il proletariato non sostituirà la borghesia.
2. In qualunque caso il governo è di pochi e non di una classe intera. Le classi non sono solo due ma molteplici, e qualsiasi governo deve trovare un equilibrio fra tutte.
3. La classe non è omogenea e chiusa, si rinnova e si contamina continuamente. Quindi non può essere sostituita in toto da un'altra.
4. Le rivoluzioni sono sacrosante, ma non sono mai fatte da una classe su un'altra. La rivoluzione russa è stata solo strumentalizzata dai bolscevichi in chiave marxista, nel momento in cui in Europa il mito della lotta di classe veniva sostituito dall'idea della collaborazione fra le classi. Per Drieu il vento della rivoluzione russa si era esteso a Roma, a Berlino ed all'America e sarebbe toccato anche a Francia e Inghilterra. "Gli antimarxisti che lo sono solo perché vogliono conservare il sistema capitalistico devono tremare".

giovedì 10 novembre 2011

Quale alternativa a Monti?

Ho una seria difficoltà a capire chi chiede le elezioni immediate contro il "ribaltone" che sta cercando di abbattere Berlusconi per sostituirlo a Monti, uomo più vicino ai "poteri" che contano. D'accordo, è un ribaltone vergognoso ad opera della speculazione finanziaria globale che fa gli interessi del grande capitale contro i popoli. Questo è indubbio. Ma c'è modo di evitarlo?
Mi spiego meglio: l'Italia è a tutti gli effetti un'economia europea, anzi la terza economia europea e il quinto paese più industrializzato del mondo. La scelta di stare nel libero mercato è stata fatta oramai sessant'anni fa da chi preferì la "libertà" americana alla "bestia rossa". E' stato allora che - giusto o sbagliato - abbiamo accettato delle regole che ora non possiamo ignorare!
I titoli di stato, i buoni del Tesoro, gli indici di Milano... noi siamo in pieno soggetti alle influenze del mercato, e non possiamo smarcarcene a piacimento! Il famoso tristemente noto "spread" è qualcosa che non possiamo controllare per decreto, e che invece dobbiamo inseguire col fiato corto accettando il ricatto europeo e le misure per la crescita forzosa, che permetta ai nostri creditori di dormire sonni tranquilli alle spalle del nostro stato sociale! Ignorarlo significherebbe essere ignoranti.
Se decidiamo di infischiarcene di questo spread e di pensare a conservare così come è il nostro stato fatto di privilegi di origine borbonica, facciamo una scelta lecita ma ci condanniamo al fallimento. Se pensiamo di restituire subito la parola al popolo andando al voto facciamo un atto esteticamente splendido ma assolutamente irrazionale: i maledetti mercati da cui dipendiamo non sono democratici e non aspettano il nostro bizantinismo, e le conseguenze di questa situazione le pagheranno sulla loro pelle proprio quelle fasce sociali che oggi vogliamo tutelare. Quindi bisogna intervenire e subito, accettando pedissequamente il ricatto del capitale internazionale, fingendo che sia una nostra libera scelta.
Obbediamo agli ordini d'Europa e appena l'attenzione del dio denaro sarà lontana da noi andiamo immediatamente al voto. Allora potremo ricominciare con il teatrino democratico.

La ninna nanna della Patria

venerdì 4 novembre 2011

Per coerenza, non facciamone un mito.


Quando muore un ragazzo di vent'anni la tragedia è incommensurabile, incommentabile, spaventosa nel senso letterale. E per questo non possiamo che piangere tutti la scomparsa del povero Marco Simoncelli, e pregare per lui. Ma, vi prego non facciamone un mito.
Morire a vent'anni su una moto a trecento all'ora, in cerca di emozioni, significa attribuire poco valore alla vita in sé, pensare quasi che l'adrenalina della corsa valga di più. Marco Simoncelli la pensava così; interrogato sulla sua paura di morire rispondeva: "Si vive di più andando 5 minuti al massimo su una moto come questa, di quanto non faccia certa gente in una vita intera"; è un'affermazione grave, carica di nichilismo e disperazione. Non esiste una gerarchia di dignità fra le vite: tutte hanno il medesimo valore, e tutte valgono infinitamente di più che una corsa in moto.
In Italia gli incidenti stradali sono la prima causa di morte per i minori di 35 anni. Molti di coloro che causano gli incidenti spezzando vite appena cominciate, probabilmente, sottoscriverebbero la frase di Simoncelli, crederebbero anche loro che la vera vita si assapori più guidando pericolosamente per godere lo schizzo adrenalinico della paura piuttosto che provando a migliorare il futuro, a poggiare l'esistenza su valori alti, sicuramente meno adrenalinici ma molto più difficili da rispettare.
Se dobbiamo fare di Simoncelli un mito, sicuramente sarebbe un mito negativo. Allora, tanto vale lasciarlo riposare in pace.

venerdì 21 ottobre 2011

Pacta servanda fuerunt

È ormai evidente che in Libia si stia giocando una partita della Francia contro l'Italia, storico nemico di sempre. Il rapporto privilegiato che l'Italia aveva costruito con Gheddafi e che ci aveva garantito commesse petrolifere senza pari, non è andato giù a Sarkozy che dopo il naufragio del progetto "Nabucco" ha voluto vendicarsi e ridimensionare l'alleato troppo autonomo nella politica energetica: un po' come un ragazzino capriccioso il gallo-ungherese ha voluto ribadire che le carte in Europa le dà Parigi, e guai a chi si ribella. L'Italia, con l'oleodotto subacqueo con la Libia e i progetti italo-russi di South Stream ha dimostrato troppa autosufficienza. Andava punita.
Sarà da divertirsi vedere quale trattamento garantirà questo nuovo governo di predoni islamisti del CNT ai signori del petrolio francese, e quale all'Eni.
Comunque, fin quì tutto orribilmente normale.
Quello che invece non è normale, e che in un'altra epoca avrebbe portato l'Italia fuori dal consesso dei popoli civili, è un dettaglio che neanche figura sui giornali: l'Italia aveva firmato, non più tardi di tre anni fa, un patto di non aggressione con la Libia, e ha potuto calpestarlo partecipando alla missione "umanitaria" della Nato contro Gheddafi.
Pacta servanda sunt dicevano i romani, non certo i galli. Il mancato rispetto dei patti segna l'uscita definitiva del concetto di onore da questa nostra razionale modernità. L'onore è un concetto troppo aleatorio, troppo irrazionale, troppo scomodo perché lo si ritenga ancora fondante, come invece era fino a pochi decenni fa. E d'altronde inutile biasimare il governo: il fatto che nessuno ne parli, che nessuno gridi allo scandalo è anzi che nessuno lo ritenga un argomento valido, ma che resti quasi un esercizio intellettuale per sognatori (la politica è un'altra cosa, si dirà) dà la misura dei tempi che cambiano per sempre. Il rispetto della parola data non è più un valore. L'onore viene sepolto fra i simulacri di un tempo che fu, testimone un po' comico e un po' grottesco di un mondo medievaleggiante che il lume della "ragione" ha spazzato via.

lunedì 22 agosto 2011

Morto per morto

Nel pieno rispetto della millenaria legge del taglione Israele si vendica dell'infame attentato di Eilat bombardando i civili a Gaza, già provati dall'assedio.
Dalle immagini sembrerebbero armi incendiarie.

Attacking from Israel Army to Gaza from Mohammed Al Majdalawi on Vimeo.

martedì 21 giugno 2011

Laude della povertà

Nel fare un’offerta ai poveri di Fiume non ci si può difendere da un senso di timidezza che sembra quasi vergogna. Donare scarsamente a chi ha sempre donato grandemente è infatti quasi vergogna.
I poveri di Fiume non sono i prediletti del Santo Francesco? Come il Seràfico, essi hanno dato alla povertà l’aspetto raggiante della magnificenza.
Quando i prigionieri italiani cadevano di sfinimento davanti alle porte e non avevano più fiato per gemere, essi parlavano tutti come nel cupo novembre di Caporetto quella vedova fiumana parlava ai suoi figliuoli digiuni: – Figliuoli, siamo poveri, ma c’è qui qualcuno più povero di noi. Volete che l’aiutiamo con questo poco che abbiamo? Offriamo questo fioretto all’Italia nostra. –
Tutte le soglie della povertà, tutti i davanzali della povertà erano fioriti di questi fioretti silenziosi. Come per il Santo di Assisi, per i poverelli di Fiume ci fu sempre qualcuno più povero di loro, c’è sempre qualcuno più povero di loro. E ciascuno merita in premio il cordiglio francescano, e quel Paradiso dove chi non ha niente ha tutto.
Anche oggi su loro grava tutto il peso del sacrifizio; e non sospirano, e non si lamentano. Anche oggi, tra quelli che sono ansiosi di più dare, essi dànno più grandemente.
In una vecchia casa veneziana vidi un giorno dipinte su i muri di una stanza quadrata tutte le Virtù. Nessuna era coronata, tranne una.
La Fede non era coronata.
La Carità non era coronata.
La Prudenza non era coronata.
E neppure la Temperanza, e neppure la Vigilanza, e neppure la Speranza era coronata.
Ma la Costanza era coronata; ma fra tutte la sola Costanza era coronata. E quella solitaria sovranità mi piacque.
Chi dà oggi la corona alla costanza di Fiume?
La corona alla costanza di Fiume la dànno oggi i poverelli.
È d’argento?
È più che d’argento.
È d’oro?
È più che d’oro.
Di che metallo è dunque? È d’un metallo che soltanto i poveri posseggono. Quale?
I poveri lo sanno e non lo dicono; e sorridono in silenzio.
Come si può dunque senza tremito offrire qualcosa a questi ricchi sorridenti?
L’altro giorno uno di loro voleva baciarmi la mano; e, come io mi difendevo, egli cadde in ginocchio. Allora anch’io me gli misi in ginocchio davanti; e rimanemmo così un poco, a faccia a faccia, come quei donatori nelle vecchie tavole d’altare.
Io ero da meno. E perciò non volli rialzarmi se non dopo di lui.
Così oggi chiedo perdono ai poveri di Fiume.
Non offro il denaro, ch’è scarso e vile.
Offro il mio amore che s’inginocchia.


Gabriele d’Annunzio
Il libro ascetico della Giovane Italia

giovedì 16 giugno 2011

Massacri siriani e moderazione israeliana


11/06/2011

Il regime del presidente siriano Bashar Assad sta massacrando decine di inermi manifestanti siriani ogni giorno. In Israele siamo soliti schioccare la lingua in stato di shock e dire che Assad “sta trucidando il suo stesso popolo”, ma quando le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno ucciso 23 manifestanti siriani disarmati in un giorno, ci siamo vantati del fatto che l’esercito israeliano “ha agito con moderazione”.

I dimostranti nella città siriana di Hama e i manifestanti al confine del Golan si assomigliano non solo nel loro ricorso a mezzi non letali, ma anche nei loro obiettivi. Sia gli uni che gli altri stanno cercando di cambiare l’ordine costituito. E la risposta delle autorità in entrambi i casi – l’uso di proiettili veri contro i manifestanti – è sorprendentemente simile.

In Israele la gente subito spiegherà che l’esercito israeliano compie ogni sforzo per non uccidere i manifestanti, e in effetti il numero di vittime in Siria è molto più elevato, ma i mezzi sono simili – l’uso di proiettili veri contro manifestanti disarmati. E il conteggio delle vittime potrebbe perfino risultare comparabile se, Dio non voglia, i manifestanti del Golan insisteranno nella loro ribellione – e l’opinione pubblica israeliana non avrebbe alcun problema rispetto a questo, naturalmente. Anche se assomigliamo alla Siria, non appariamo così ai nostri occhi.

Lungo la recinzione di confine sulle alture del Golan, Israele ha eretto un’ulteriore barriera di sicurezza ancora più robusta per proteggersi, ed in particolare per offuscare la sua stessa consapevolezza della presenza dei manifestanti sul confine. Con questa barriera, abbiamo creato il nostro mondo, il mondo dei nostri sogni, l’illusoria bugia “contrapposta” che ci raccontiamo.

A Hama sono combattenti per la libertà. Al confine con le alture del Golan sono dimostranti prezzolati, folle aizzate e terroristi. Attraversare il confine con le alture del Golan comporta una minaccia alla sovranità di Israele, anche se non un solo paese al mondo riconosce la sovranità israeliana sul Golan. I manifestanti al confine del Golan sono giovani privi di ogni coscienza politica che sono stati spronati a farlo, mentre i loro omologhi che manifestano contro il regime siriano sono giovani istruiti con il senso della democrazia, gente dell’illuminata rivoluzione di Facebook e Twitter.

Sulle alture del Golan, Assad li porta in autobus verso la morte, e la colpa è tutta loro. Le IDF hanno trovato un modo per dimostrare che la maggior parte delle vittime sono state responsabili della loro morte o delle loro lesioni. Il pensiero che quei giovani determinati sul Golan stanno rischiando la vita proprio a causa della stessa coscienza politica e democratica, identica a quella che sta motivando i loro colleghi nelle città siriane che si stanno ribellando contro il regime di Assad, semplicemente non ci viene in mente.

Sul nostro confine sono dei rivoltosi. Nelle città siriane sono manifestanti. Laggiù vi è un’ammirevole protesta nonviolenta, mentre quella stessa battaglia quando viene combattuta sul nostro confine è considerata violenta, e i suoi protagonisti vanno incontro alla morte.

Abbiamo inventato un mondo tutto per noi: Assad ha mobilitato questi giovani palestinesi per distrarre l’attenzione. Ma a dir la verità, noi veniamo distratti in misura non certo minore, distolti dagli obiettivi di questi giovani che non siamo nemmeno disposti ad ascoltare.

Qualcuno qui ha forse pensato al viaggio “della memoria” compiuto da un giovane palestinese siriano che ha attraversato il confine ed è riuscito ad arrivare a Jaffa per visitare la casa ancestrale della sua famiglia? Magari possiamo provare a ricordare al lettore israeliano che questi sono figli di rifugiati, alcuni dei cui antenati sono fuggiti o sono stati espulsi da Israele nel 1948 e non è stato permesso loro di tornare. E altri sono stati espulsi o sono fuggiti dalle alture del Golan nel 1967, e sono stati privati anch’essi del loro diritto di tornare.

Forse è possibile ricordare che Israele in larga misura conquistò il Golan nel 1967 come risultato di un’iniziativa israeliana. Forse è possibile ricordare che da tre generazioni queste famiglie di rifugiati vivono in condizioni disumane nei loro campi profughi. E’ vero che ciò è colpa del regime siriano, ma anche Israele ha una responsabilità per il loro destino. Forse è perfino possibile dire che vi è un grado di legittimità nella loro lotta, proprio come la lotta dei loro colleghi contro il regime siriano è legittima. Sia gli uni che gli altri vogliono una vita di libertà e dignità. Nessuno di essi ne può disporre.

Nel nuovo mondo arabo che sta prendendo forma davanti ai nostri occhi, a un certo punto questi giovani sia in Siria che al confine del Golan dovranno essere ascoltati, e alcune delle loro richieste dovranno ricevere una risposta, soprattutto se essi persevereranno nella loro lotta disarmata.

Ma noi ci siamo messi tutto dietro le spalle. Nasconderemo la testa sotto la sabbia. Costruiremo un’altra recinzione di confine, e un’altra ancora. Chiameremo “notte” il giorno e “giorno” la notte, continuando a ripeterci che stiamo agendo con moderazione – uccidendo con proiettili veri 23 giovani che non hanno sparato un solo colpo. Accuseremo loro e i loro leader della responsabilità della loro morte. La cosa importante è che le nostre mani siano pulite, le nostre orecchie siano tappate e i nostri occhi siano chiusi.


Gideon Levy è un giornalista israeliano; è membro del comitato di redazione del quotidiano “Haaretz”; è stato portavoce di Shimon Peres dal 1978 al 1982

lunedì 21 marzo 2011

Perche non abbiamo avuto il coraggio di difendere Gheddafi?


Mi esporrò a critiche, ma nessuno mi fa persuaso che abbiamo qualcosa da guadagnare nell'operazione di abbattimento del Colonnello.
Non voglio parlare della solita patetica scusa del "genocidio in corso". In Libia credo sinceramente non ci sia nessun genocidio, e Gheddafi è pazzo ma non credo così stupido da bombardare i civili. E infatti non ci sono testimonianze a riguardo, solo scheletri di camion abbattuti mentre facevano da sostegno per l'artiglieria dei ribelli, magari dal centro di Bengasi (se l'avesse fatto lui si parlerebbe di scudi umani). La motivazione umanitaria è il conto da pagare di qualsiasi ipocrisia democratica, costretta a coprire di liceità morale il gioco della diplomazia, sporco per definizione. L'immagine di un Sarkozy-Che Guevara che interviene a difesa dei più deboli è patetica e indegna di qualsiasi neurone: perché allora Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti non sono mai intervenuti per colpire i massacri in Darfur, in Somalia, in Birmania o tantomeno in Israele? O perché non si sono auto-bombardati per punirsi dei massacri in Iraq, in Algeria, in Egitto? La motivazione umanitaria è una pia menzogna ad uso dell'ipocrisia democratica e di chi ha vergogna di come funziona il mondo e preferisce l'illusione consapevole.
Dunque ammettiamolo: ci interessa la Libia perche ci interessano i giacimenti petroliferi di uno dei principali paesi esportatori di greggio dell'Africa, cosa che non sono la Somalia, la Birmania e tantomeno Gaza. Il petrolio libico giunge direttamente in Italia grazie all'ottimo lavoro di un Berlusconi di qualche anno fa, quando aveva meno anni, meno guai e più smalto. E questo fa assolutamente imbestialire i nostri avversari di sempre nel Mediterraneo: Francia e Gran Bretagna. Non sono così lontani i tempi in cui, in pieno colonialismo, occupammo la Libia per reagire all'arroganza della Francia che ci aveva soffiato la Tunisia, di fatto nostro
protettorato.
E ancora meno lontani i tempi della seconda guerra mondiale, avventura intrapresa dall'Italia soltanto per strappare alla "Perfida Albione" il dominio del mare nostrum. Né la Gran Bretagna aveva fatto segreto del proprio appetito sulla Libia, quando dopo il '45 cercò in tutti i modi di convincere l'ONU a dividere in questa ex-colonia italiana la Tripolitania-Fezzan (più povera) dalla petrolifera Cirenaica, che avrebbe controllato facilmente dal limitrofo Egitto.
Tripolitania-Cirenaica... Vi dice qualcosa?
Sarkozy e Cameron hanno tirato un bello scherzetto a un'Italia un po' troppo distratta. Creando il fatto compiuto con la scusa dei diritti umani, hanno costretto l'Italia ad accodarsi per non rimanere indietro, schierandola controvoglia contro l'alleato Gheddafi. Ora siamo in partita, e le dichiarazioni odierne di Frattini contro la guida francese dell'attacco fanno pensare che ce la stiamo finalmente giocando bene.
Gli aerei italiani sono in volo, e l'amicizia con il regime è inesorabilmente compromessa. Che ci piaccia o no, adesso dobbiamo sperare di abbattere il Colonnello prima che Mosca ci fermi, e di abbatterlo noi con le nostre armi e possibilmente con il nostro comando, togliendo spazio al gollismo di ritorno. Solo così potremo sedere al tavolo di Bengasi da liberatori, e pretendere il rispetto degli accordi che ci siamo sudati in nome di una politica estera autonoma, da potenza almeno regionale quale dobbiamo pretendere di essere, reagendo al progetto di egemonia sul nostro mare che la Francia ha goffamente tentato di mettere in piedi a nostre spese con la guida dell'Unione del Mediterraneo.
Ma un dubbio mi rimane: una politica più attenta avrebbe potuto giocare un ruolo più da protagonista? Io credo di sì, anche se con i politici che abbiamo oggi stiamo facendo davvero tanto. Resto tuttavia convinto che qualche generazione fa avremmo saputo dare noi le carte di questo mazzo, magari imponendo da subito l'inviolabilità di Gheddafi e trattando sottobanco affinché non offrisse il fianco alle risoluzioni ONU sparando all'impazzata.
Una politica più attenta - e più coraggiosa - non avrebbe titubato nelle convulse ore delle decisioni. Imporre alla Francia il rispetto delle nostre amicizie sarebbe stato utile e coraggioso e avrebbe sancito la fondamentale regola che dovremmo rivendicare: nel Mediterraneo non si muove foglia che l'Italia non voglia.

mercoledì 16 marzo 2011

Farewell

Dal fondo di te, e inginocchiato,
un bimbo triste, come me, ci guarda.
Per quella vita che arderà nelle sue vene
dovrebbero legarsi le nostre vite.
Per quelle mani, figlie delle tue mani,
dovrebbero uccidere le mie mani.
Per quegli occhi aperti sulla terra
vedrò un giorno lacrime nei tuoi.

Io non lo voglio, Amata.
Perchè nulla ci leghi
che non ci unisca, nulla.
Né la parola che profumò la tua bocca,
né ciò che non dissero le parole.
Né la festa d'amore che non avemmo,
né i tuoi singhiozzi presso la finestra.

(Amo l'amore dei marinai
che baciano e se ne vanno.
Lasciano una promessa.
Non tornano più.
In ogni porto una donna attende,
i marinai baciano e se ne vanno.
Una notte si coricano con la morte
nel letto del mare.)

Amo l'amore che
si distribuisce
in baci, letto e pane.
Amore che può essere eterno
e può essere fugace.
Amore che vuol liberarsi
per tornare ad amare.
Amore divinizzato che s'avvicina.
Amore divinizzato che se ne va.

Più non s'incateneranno i miei occhi nei tuoi occhi,
più non s'addolcirà vicino a te il mio dolore.
Ma dove andrò porterò il tuo sguardo
e dove camminerai porterai il mio dolore.
Fui tuo, fosti mia.
Che più? Insieme facemmo
un angolo nella strada dove l'amore passò.
Fui tuo, fosti mia. Tu sarai di colui che t'amerà,
di colui
che taglierà nel tuo orto ciò che ho seminato io.

Me ne vado. Sono triste;
ma sempre sono triste.
Vengo dalle tue braccia. Non so dove vado.

Dal tuo cuore un bimbo mi dice addio.
E io gli dico addio.

Pablo Neruda

lunedì 14 marzo 2011

Gli asini volano davvero, quando non li vede nessuno

In principio fu l’Asino. Incontrare un asino per strada non è più cosa di tutti i giorni. Al tempo della mia infanzia ce n’erano solo in Italia più di mezzo milione, oggi sono appena ventimila. Animale primordiale, l’umile cavallo per la classe economica va sparendo, per crisi demografica, perché manovalanza tecnologicamente arretrata e assai grezza nelle rifiniture, perché ambasciatore molesto dell’antichità, della miseria e del passato più scomodo. Eppure daremmo da Fiat intera per il ritorno dell’asino, come Pasolini avrebbe dato l’intera Montedison per la sopravvivenza delle lucciole. Baratto impossibile dall’esito grottesco, giacché la Montedison decadde ugualmente senza avere in cambio le lucciole; così, pare, anche la Fiat. A scuola, in Puglia, ci dicevano quando andavamo male: siete come gli asinelli di Martina Franca. Adesso provate a cercare un asino in Martina Franca. Se ci sarà, vivrà sotto falso nome e mentite spoglie, sarà un trans o avrà conquistato fattezze umane. Il ciuco non è scomparso per eccesso di possibilità, come il mistico asino di Buridano, incerto tra il bere o il mangiare, ma perché era tagliato fuori dai percorsi della modernità, e dunque è stato considerato fuori corso, come la lira. Perciò trovarne uno è un piacere da collezionista, provi la commozione di vedere un vecchio amico o parente che avevi dato per estinto.
L’ultimo con cui ebbi una storia lacerante fu in Grecia e l’episodio stava per concludersi in una tragedia o in zuffa. Fu a Santorini, un’isola bianca dell’azzurra famiglia delle Cicladi. Per salire dal porto al borgo non c’era che un mezzo di locomozione, l’asino. Asini greci, per giunta; più antichi e più mitici degli altri, forse più astuti, e levantini. Così montai sull’asino, non senza qualche iniziale riluttanza che non dovette sfuggire al somaro. Faceva un caldo feroce, e la povera bestia non se la sentiva di salire ancora una volta lungo il tortuoso cammino. Allora decise di farmela pagare. Faceva le curve larghe, strisciando il parapetto. Quando c’era il precipizio le faceva radendo il burrone, con la chiara istigazione a suicidarmi o a generare panico. Quando il tornante volgeva nella pancia del monte, l’asino radeva il muro per farmi strusciare la gamba alla roccia e farmi raschiare dalle pietre. A nulla valevano i tentativi di raddrizzarlo con le briglie e con le esortazioni, le mazzate e i sussurri. Mi distrusse un pantalone grigio-asino e mi lacerò una gamba. Alla fine, quando smontai da lui, emise un raglio di felicità liberatoria, a cui feci eco anch’io, adeguandomi al suo linguaggio. Lui si vendicava così del ruolo di sottoposto, ingaggiava la sua lotta di classe bestiale e faceva pagare agli altri, odiati turisti, fruitori passeggeri di una sudata beatitudine, la soma della sua esistenza in salita, della sua irriconosciuta fatica al sole di milite ignaro del piacere. La sua gioia era solo l’assenza momentanea di sofferenza. Non chiedeva piacere, solo stasi. Gli asini, di notte, sognano altre notti. (…)
L’asino fu il primo strumento tecnologico dell’umanità; oltre che da impianto di riscaldamento l’asino funzionava da carrello della spesa, da portabagagli, da utilitaria per gli spostamenti, accessibile anche alle donne; era la scuola guida dei ragazzi prima di passare al cavallo, una specie di veicolo senza targa, di bassa cilindrata, rispetto alla berlina equina che richiedeva una patente esperienza di strada. È stato l’animale più utile e più maltrattato dall’uomo, più prezioso e più vilipeso, insieme al maiale. Ridicolizzato non solo sul piano estetico, ma anche etico e intellettuale. Eppure l’asino incarnava soprattutto la pazienza cocciuta e la fedele sottomissione alla natura, alle sue leggi, ai suoi cicli. Quanta santa modestia in quelle orecchie lunghe e basse. Auribus demissis, dicevano i latini. Forse per questo l’asino è scomparso. Perché rappresentava la tradizione allo stato più elementare, la realtà più dura, più tenera e più antica. Un animale conservatore, premoderno. Uno che non si aggiorna, notoriamente refrattario allo studio e alla flessibilità; che è out, che è reso superfluo e obsoleto, privo di marmitta catalitica e incline a fare i suoi bisogni strada facendo. Gli asini sono scomparsi dalla circolazione perché sono andati ad abitare in cielo. Ai bambini quando andava una bevanda di traverso, le mamme dicevano per far sollevare loro la testa: vedi l’asino che vola? Volevano stupire con gli effetti speciali, e così salvare la creatura dal soffocamento, ma in fondo era vero. Per non soffocare, bisogna davvero alzare lo sguardo e pensare l’evento eccezionale. Gli asini volano davvero, quando non li vede nessuno. Avevano conoscenze altolocate per via del presepe e ora che sono spariti dalla terra, se ne sono andati in cielo. Perché di loro che hanno patito in silenzio e servito in umiltà, sarà il regno dei cieli.
Perciò quando ho visto un asino per strada, in Sardegna, l’ho abbracciato. Come Nietzsche abbracciò un cavallo a Torino, prima di diventare pazzo. Ognuno abbraccia secondo il suo rango. Ma l’asino è l’animale proustiano, perché consente di partire sul suo accessibile dorso alla ricerca del tempo perduto. Pur non essendo dotato di retromarcia, l’asino consente il viaggio a ritroso, nelle nostre origini mediterranee, ancestrali, dove riposa l’immenso granaio dell’infanzia. L’infanzia di una persona, di una generazione, del mondo. L’esercizio del ricordo, a bordo dell’asino, consente di frequentare l’unico aldilà davvero accessibile all’uomo, perché conosciuto: il mondo che fu, che c’era una volta. I paradisi perduti hanno l’odore dell’infanzia.
A volte mi manca l’odore di sansa e d’olive che avvolge il mio paese ed entra nelle narici come un nutriente fiato materno. Mi mancano gli odori del mare, o quel che resta di essi, quando il mare è più vero e severo, disabitato di gente, in pieno gennaio. Mi mancano gli odori di ragù, misti a chianca insaponata, che le vecchie case del mio paese seminano tra le strade come viatici della domenica. Le belle cose che scriveremo, se avremo talento, diceva Proust, sono dentro di noi, indistinte, come il ricordo di un’aria che ci delizia senza che riusciamo a trovarne i contorni.


Marcello Veneziani – “Il segreto del viandante”

martedì 15 febbraio 2011

Festeggiamo l'Unità!


150 anni di Unità vanno festeggiati!
Opponiamoci a tutti i tentativi di non festeggiare il 150° anniversario dell'Unità d'Italia, soprattutto nelle scuole!
Firmiamo la petizione!
http://www.firmiamo.it/17-marzo-festa-nazionale-chiudiamo-le-scuole

venerdì 21 gennaio 2011

36 beagle liberati in Spagna

La notte del primo gennaio 2011 alcuni attivisti per i diritti animali hanno liberato 36 cani da un allevamento di animali destinati alla vivisezione di proprietà di Harlan-Interfauna, situato nelle vicinanze della città catalana di Saint Feliu de Codines (Spagna), dando loro la possibilità di una nuova vita in quest'anno nuovo.

Una volta all'interno abbiamo documentato la triste vita di questi animali e abbiamo iniziato a prepararci per il loro trasporto. Costretti costantemente ad essere imprigionati in un box senza la possibilità di correre, giocare, esplorare l'ambiente circostante e relazionarsi con i propri simili, parecchi di loro avevano piaghe sulle zampe e sul corpo - come dimostrato dalle immagini che abbiamo riportato - anche perche' erano costretti a dormire durante l'inverno a stretto contatto con il cemento freddo e ricoperto delle loro stesse feci ed urine.

Uno dei cani recuperati viveva in totale isolamento, senza alcun tipo di contatto con gli altri animali. E' una vera e propria forma di tortura psicologica per animali come questi, che amano socializzare e vivere in compagnia. Altri erano così ansiosi di un contatto e di stimoli, dopo essere stati in questi box per quasi 4 anni, che si dimenavano da dietro le sbarre cercando di attrarre il più possibile la nostra attenzione. Quando siamo entrati nei loro box, ci sono saltati addosso eccitati e in cerca di affetto. Pochi minuti dopo ci hanno seguito felicemente fuori da quel posto, probabilmente passeggiando liberi per la prima volta nella loro vita.

Simpatizzanti di Igualdad Animal liberano 36 cani da un allevamento di animali per la vivisezione. Fonte: Igualdad Animal su Vimeo.

Per la loro salute fisica e mentale ognuno dei cani recuperati è stato visitato da veterinari. Alcuni hanno richiesto massima attenzione ed aiuto per superare la costante paura in cui vivevano. Tutti quanti hanno già trovato un posto sicuro dove stare, dove poter essere amati e protetti. Non sappiamo quando riusciranno ad avere ancora fiducia negli esseri umani, ma siamo sicuri che l'attenzione che riceveranno nelle nuove case potrà toccare di nuovo i loro cuori, e che potranno vivere felici e al sicuro per il resto della loro vita.

Dopo una vita terribile all'interno delle strutture catalane di Harlan-Interfauna (assolutamente non differenti da allevamenti come Green Hill in Italia e Marshall negli Stati Uniti) un destino tremendo sembrava attenderli: essere trasportati ai laboratori di vivisezione dove sarebbero stati sempre rinchiusi in gabbia, per uscirne solo per subire esperimenti. Ognuno di loro era nato con un futuro segnato: quello di diventare vittima di test di tossicologia, esperimenti di ricerca biomedica e veterinaria, esperimenti militari e altro, che sarebbero terminati con la loro morte.

Gli attivisti che hanno realizzato quest'azione sono tutti vegani, rifiutano lo specismo e qualsiasi forma di sfruttamento animale, inclusa la vivisezione o il consumo di prodotti di origine animale, cosi' come rifiutano l'uso di animali per l'intrattenimento o per fabbricare indumenti. Pensiamo che l'unica importante caratteristica per rispettare veramente gli altri esseri viventi sia la capacità di non sostenere alcuna superiorità o appartenenza di specie, non solo di sesso o razza. Vogliamo arrivare ad una società priva di qualsiasi discriminazione, dove gli animali non umani non vengano trattati come esseri inferiori e usati per la ricerca, ma come individui degni di profondo rispetto.

Continueremo a recuperare animali e a denunciare questo sistema di sfruttamento fino a quando l'ultima gabbia sarà vuota e ogni forma di oppressione degli animali diventi un ricordo del passato.

Per concludere, vogliamo dedicare quest'azione a tutti gli attivisti che combattono la vivisezione e ricordare tutti gli animali che in questo momento si trovano negli allevamenti e nei laboratori.

Simpatizantes de Igualdad Animal rescatan a 36 perros de un criadero de animales para vivisección from Igualdad Animal on Vimeo.

mercoledì 5 gennaio 2011

Battisti e la Francia l'ignoranza militante

La lettera più difficile, più scabrosa, Bernard-Henri Lévy avrebbe dovuta scriverla non al Presidente Lula ma, informandosi sulla storia italiana, al Presidente Napolitano. Non mi consta l'abbia fatto. Il gesto più difficile e scabroso sarebbe stato quello di visitare, oltre a Cesare Battisti, le sue vittime. Non mi consta abbia fatto neanche questo. Né che abbiano fatto cose simili Philippe Sollers, Daniel Pennac, Fred Vargas, e i tanti francesi che guardano all'Italia come a un paese di scimmie, privo di magistrati dignitosi: bellissimo e incivilissimo, diceva Stendhal.

I francesi in questione sono esteti e assai selettivi: contro la mafia o la cultura dell'illegalità dilatata da Berlusconi, mai alzano la voce.

Usiamo la parola scabroso perché letteralmente deriva da scavare, cercare sotto la superficie. Con le sue dichiarazioni giubilanti e la lettera a Lula, Lévy pensa d'aver pensato, chiude il ragionamento in un boccale come una pietanza che si riscalda di tanto in tanto. Non ha preso neppure una pala, per smuovere la terra alla maniera in cui Rilke, meditando il buio, "ascolta come la notte s'inconca e s'incava". Danza sulla superficie, imbocca le vie più facili presumendole anticonformiste. Crede di cantare fuori da un coro. Azioni del genere screditano gesti compiuti da lui e altri: in Bosnia, Cecenia, Ruanda. L'accostamento del volto di Sakineh a quello di Battisti, sul suo sito, è empietà. Mostra un'incapacità radicale a comprendere il male inflitto
all'innocente. Non è il vero sofferente che interessa, quando il fascino esercitato da un assassino è così trascinante, compiaciuto. André Glucksmann, vicino a Lévy, non ha mai cantato in questo coro.
Battisti non è neppure un terrorista, per chi lo sostiene. Lévy lo chiama un "ancien enragé divenuto scrittore". Gli enragés (letteralmente: "gli arrabbiati") furono i più estremisti nella Rivoluzione francese. Philippe Sollers lo battezza "eroe rivoluzionario". Altri, citando Céline, confutano i verdetti emessi contro "un uomo senza importanza collettiva, un semplice individuo", come se la giustizia concernesse altro che l'individuo. Il solo esser divenuto scrittore lo trasfigura, l'assolve. Lo tramuta in intellò, come se il titolo bastasse per issarlo all'altezza di Zola e di chi, tra il 1895 e il 1906, difese il capitano Dreyfus.
Il fatto, sempre che i fatti contino, è che Battisti non è solo un intellò. Fu un criminale comune fino a quando per comodità si mascherò da rivoluzionario, aderendo ai Pac (Proletari Armati per il Comunismo).
Scappato dal carcere, fu condannato in contumacia per aver ucciso tre uomini e concorso a un quarto omicidio, fra il '78 e il '79, e nei tre gradi di giudizio fu assistito da avvocati da lui istruiti. Nell'81 era fuggito a Parigi profittando della dottrina Mitterrand, abiettamente travisata. In realtà il Presidente fu chiaro, quando l'espose il 22 febbraio e il 20 aprile '85: l'asilo offerto escludeva tassativamente "chi si era macchiato di crimini di sangue" o di "complicità evidente in vicende di sangue", e riguardava i fiancheggiatori dissociati dal terrorismo.

Gli intellettuali mobilitatisi per Battisti si immaginano eredi non solo dei dreyfusardi ma dei moralistes francesi vissuti fra il '500 e il '700. I moralisti non facevano la morale ma descrivevano la storta natura dell'uomo, a cominciare dalla propria, con impietosa ironia. Penso a Montaigne, La Rochefoucauld, Pascal, Vauvenargues, Chamfort. Nei pretesi loro eredi non è mancato questo sguardo spietato e anticonformista, quando hanno fustigato il proprio esser comunisti: i "nuovi filosofi" hanno capito Solženicyn assai prima degli italiani, dei tedeschi. Ma uno strabismo singolare li affligge: ben più arduo, se non impossibile, è approfondire ancor più l'esame di sé. Quando maneggiano il concetto di rivoluzionario o di intellettuale, l'acume diminuisce. Aver ghigliottinato un re è motivo immutato d'orgoglio, che li rende superiori a ogni europeo.

Anche l'universalismo, di cui i francesi si vantano, li rende ciechi ai propri limiti, incapaci di apprendere. Il loro contributo all'unione europea è un impasto di universalismo decorativo e nazionalismo effettivo. Ci sono princìpi a tal punto sacralizzati da ossificarsi e perire come stelle che per noi brillano nonostante siano morte da tempo. Molte dispute intellettuali avvengono tra francesi. Non parlano all'Europa né al mondo, verso i quali l'ignoranza è spesso abissale.

È l'ignoranza militante che provai a descrivere il 14 marzo 2004 su Le Monde, in una lettera aperta su Battisti agli amici francesi, ma si sa che le parole informative non servono quando non si vuol sapere e si vive nel performativo (basta che io dica una cosa e la cosa è, anche se contraddetta dai fatti). Quel che si vuol ignorare è come funziona la giustizia in Italia, la sua indipendenza ben più solida che in Francia, la lotta che i magistrati conducono contro la mafia, la corruzione, la politica ridotta a lucro privato. È un'ignoranza non ingenua ma attivisticamente coltivata. Ebbe forme analoghe anche nel '68: un '68 che i francesi, più saggi, hanno saputo frenare prima che degenerasse in terrorismo. Essendosi tuttavia fermati in tempo, nulla sanno dei suoi baratri, del valore della legalità. Non a caso parlano lo stesso linguaggio di tanti marxisti finiti con Berlusconi. Lo spirito libertario del '68, lo hanno stravolto facendosi libertini. Il disprezzo delle istituzioni, della Costituzione, della magistratura, accomuna perversamente tanti intellettuali francesi e Berlusconi: stessi attacchi ai giudici e ai "teoremi giudiziari", stesso istinto a parlare di Battisti come di un accusato o un capro espiatorio e non di un condannato. Non stupisce che qualche mese fa Berlusconi abbia confidato a un ministro: "Battisti è un personaggio orribile, e non capisco perché dovremmo fare i salti di gioia alla prospettiva di doverlo mantenere noi per anni nelle nostre galere".

Rivolgendosi agli italiani, Lévy ci invita a "voltare la pagina degli anni di piombo", o almeno a pensarli "senza passione, con equità, evitando la terribile logica del capro espiatorio". È una solfa che gli italiani conoscono: meglio voltar le pagine del fascismo, delle stragi, di Mani Pulite, dell'omicidio di Falcone, Borsellino, delle loro eroiche scorte. Ma le pagine si voltano ricordando e facendo giustizia (la clemenza viene dopo i verdetti), altrimenti restano lì, infezione letale. Oppure le si gira e basta, come fanno gli scemi o gli arruolati dell'Ignoranza, due categorie così affini. Persino Gesù faticava, con gli stupidi. C'è un suo detto islamico, citato da Sabino Chialà, che confessa: "Gli storpi li ho guariti, i ciechi pure. Con gli stupidi non sono riuscito" (I detti islamici di Gesù, Mondadori). Di ignoranza militante e ebete non abbiamo bisogno che venga da fuori: ne abbiamo già tanta in casa. L'amalgama creatosi fra terrorismo, mafia, corruzione, sprezzo della magistratura: non è una vecchia pagina da voltare. È il presente limaccioso che viviamo.
Tutte queste vicende i francesi non le capiscono. Pur avendo compiuto la rivoluzione e chiamato ogni uomo allo stesso modo - citoyen - lo spirito di casta è tenace. Se sei un intellettuale hai speciali immunità, anche se hai ammazzato tua moglie come il filosofo Althusser. Già Tocqueville trovava intollerabile la mistura francese tra politici e letterati.

Fa parte dell'astrattezza letteraria (la più obbrobriosa forse) considerare gli ex terroristi come sconfitti, vinti dalla storia. Sconfitto è chi esce battuto essendo stato un combattente, regolare o guerrigliero, o un vero enragé. Gli si deve rispetto: con lui si ricostruirà un ordine. Gli anni di piombo non sono stati una guerra civile. Sono stati una storia criminale, come gran parte della storia italiana.
BARBARA SPINELLI
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

Proprietà intellettuale

Licenza Creative Commons
I contenuti di questo blog sono di Michele Pigliucci e sono liberamente utilizzabili alle condizioni previste dalla licenza Creative Commons Attribuzione - Non opere derivate 3.0 Unported License.