lunedì 22 marzo 2010

Un popolo libero nella nostra terra

Dal Jerusalem Post del 16/03/2010

Non è mai stata questione di tempismo. Le scuse del primo ministro Benjamin Netanyahu al vicepresidente americano Joe Biden hanno permesso al discorso tenuto da quest’ultimo all’Università di Tel Aviv di concludere la visita in bellezza. La doccia fredda da Washington è arrivata solo dopo che il primo ministro aveva pensato di aver superato felicemente la tempesta.

L’attuale governo ha primeggiato nel mettere il paese in rotta di collisione con il resto del mondo. Sfortunatamente, il governo e i media stanno concentrando l’attenzione sul rapporto con gli Stati Uniti e hanno perso completamente di vista il nodo cruciale della nostra imbarazzante situazione. Non si tratta del rapporto con Washington, si tratta della nostra esistenza nella regione e delle nostre relazioni coi nostri diretti vicini. È tempo che l’opinione pubblica israeliana si svegli dall’ibernazione di una lunga primavera di calma e agio. Si sta avvicinando una calda estate, e con essa il disastro.

Il paese ha bisogno di fare una scelta: non c’è via di fuga dal dover prendere delle decisioni difficili. Il tempo vola, e presto la scelta verrà fatta per noi, se non ci decidiamo a farla per conto nostro. Lo “status quo” del “tutto come al solito”, il senso di sicurezza personale, e l’illusione che possiamo tenerci i territori e allo stesso tempo far pace coi nostri vicini, stanno per giungere al termine.

Dopo la firma degli Accordi di Oslo nel 1993, la popolazione ebraica che vive oltre la Linea Verde è aumentata del 300%. Anche mentre Netanyahu ripete il mantra del “due stati per due popoli”, continuiamo a costruire altre unità abitative al di là della Linea Verde. Il cosiddetto congelamento dei nuovi insediamenti non è altro che un esercizio di auto-illusione. La realtà binazionale della vita oltre la Linea Verde è evidente a chiunque la oltrepassi.

La leadership palestinese resta fermamente legata alla soluzione dei due stati, ma anch’essa sa che le chance di separazione imperniate sulla Linea Verde stanno rapidamente svanendo. Sì, il disimpegno da Gaza ha confermato che gli insediamenti possono essere rimossi, ma Israele è così radicato oltre la Linea Verde che una visione di pace fondata su uno stato palestinese indipendente in quei territori sembra virtualmente impossibile.

Il paese, a quanto sembra, ha fatto la sua scelta – preferisce i territori alla pace. Per nostra stessa scelta, stiamo mettendo fine all’impresa sionista. Un popolo che ne occupa un altro e ne nega l’autodeterminazione, la liberazione e la libertà, non può essere un popolo libero nelle sue terre.

Il palestinese medio, e ancor di più gli intellettuali, stanno formulando una nuova interpretazione: non c’è più possibilità di istituire uno stato indipendente in Cisgiordania e a Gaza, con Gerusalemme Est come sua capitale. Una nuova strategia è in corso di sviluppo, e gli israeliani dovrebbero essere preoccupati per ciò che questa strategia significherà per loro.

La prima fase della strategia sarà quella che è già stata chiamata “l’intifada bianca”. Si tratta di una strategia incentrata su una disobbedienza civile di massa e sul rifiuto di cooperare con l’occupazione. Questa strategia si fonda su un confronto non violento con le autorità occupanti. Ne abbiamo visto la prova a Bil’in, Ni’lin, Budrus, Masara e altri luoghi che finora sono stati poco familiari alla coscienza israeliana. L’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) sta portando avanti attivamente il boicottaggio dei prodotti delle colonie e presto incoraggerà i lavoratori palestinesi a smettere di lavorare negli insediamenti.

La sfida dovrà mantenersi su posizioni non violente, e dovrà mettere a punto il loro messaggio. L’obiettivo politico della lotta sarà dare alla soluzione dei due stati un’ultima chance. I palestinesi cercheranno di guadagnarsi l’appoggio internazionale, mentre conquisteranno la superiorità morale. Il mondo vedrà immagini di soldati delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) che sparano sulle folle inermi, comprese donne e bambini, in punti di scontro come blocchi stradali e checkpoint, e attorno alle colonie.

I palestinesi insceneranno gesti simbolici come la rimozione dei posti di blocco, costruiranno nella Zona C controllata da Israele, creeranno dei blocchi stradali sulle strade delle colonie per fermare le auto israeliane e così via. A migliaia saranno arrestati, molti saranno colpiti, e alcuni probabilmente resteranno uccisi. Ogni ricorso alla forza contro la sfida palestinese comporterà un aumento del sostegno alla loro causa in tutto il mondo, e il costante, rapido deterioramento dell’appoggio a Israele.

Se la strategia del confronto non violento dovesse fallire, se il prezzo fosse troppo alto da pagare o se, Dio non voglia, si arrivasse alla violenza, il movimento nazionale palestinese abbandonerà la strategia volta ad ottenere uno stato indipendente e richiederà apertamente la piena democrazia all’interno di Israele – una persona, un voto. Questa strategia sarà infine sostenuta dalla comunità internazionale, mentre la crescente delegittimazione di Israele prenderà piede.

Quest’anno ci sono state 40 università in tutto il mondo che hanno preso parte alla campagna della “Settimana dell’Apartheid israeliano”; il prossimo anno potrebbero essere 400 o più. Una volta che i palestinesi avranno adottato la strategia della “democrazia” come loro soluzione, non potranno perdere. È solo questione di tempo prima che il mondo tratti Israele come ha trattato l’ultimo governo bianco del Sudafrica.

La maggior parte del mondo, e certamente l’intero mondo arabo, non ha mai compreso davvero che lo Stato di Israele è un stato-nazione del popolo ebraico. La maggior parte del mondo pensa agli ebrei come a una religione, non come a un popolo. L’opportunità di adottare una soluzione “democratica” del conflitto sarà accolta e sostenuta caldamente, perché ha più senso di una spartizione, che dà ai palestinesi solo il 22% della Palestina storica.

Israele perderà la battaglia. Non c’è più un modo per impedire ai palestinesi di diventare un popolo libero nella loro terra. L’unico modo per assicurare che il popolo ebraico rimanga un popolo libero nella nostra terra è prendere una decisione per porre fine alla sua occupazione ai danni del popolo palestinese. Deve cessare la costruzione di ogni insediamento, non per salvaguardare le nostre relazioni con gli Stati Uniti, ma perché non possiamo promuovere la pace finché non lo facciamo. Se vogliamo continuare a costruire in quelle zone che saranno infine annesse a Israele, dobbiamo prima negoziare un confine concordato e degli scambi di territori.

I giorni dell’unilateralismo sono contati. Israele non sarà in grado di annettere più del 3% della Cisgiordania, che ospiterà circa l’80% dei coloni. Semplicemente non può esserci più di questo in un paritario scambio di territori. Gerusalemme deve diventare una capitale condivisa – se non la mettiamo in comune, la perderemo certamente come capitale eterna del popolo ebraico.

Le realtà del bisogno di un immediato cambiamento di rotta sono così evidenti che, senza tale cambiamento, la nostra sopravvivenza come stato ebraico e democratico è destinata a finire certamente.

Gershon Baskin è co-direttore dell’Israel/Palestine Center for Research and Information (www.ipcri.org), ed è membro eletto del direttivo del Movimento Verde, un partito politico israeliano


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lunedì 15 marzo 2010

il Carnevale rivoluzionario


Se è vero che la rivoluzione altro non è che la trasformazione dell'esistente attraverso una tensione ideale persistente e rivolta al Bene, non bisogna mai dimenticare che il termine "rivoluzione" in italiano significa “il giro completo descritto da un corpo in movimento intorno ad un altro corpo” (Devoto-Oli), e quindi la capacità dello stesso di invertire la propria direzione e saper tornare al punto di partenza.
Non può esistere quindi alcuna rivoluzione in politica che non abbia come direzione reale il ripristino della tradizione.
Ed allora permettetemi di entusiasmarmi - da umile studioso di storia - di fronte alla splendida rivoluzione culturale messa in atto dal Comune di Roma (e in particolare dal Presidente della Commissione Cultura Federico Mollicone) nel ripristinare l'antichissima tradizione del Carnevale Romano.
Banalizzata nell’immaginario collettivo, ridotta oramai a semplice occasione per vestirsi in maniera buffonesca, il Carnevale è in realtà una tradizione italiana antichissima che affonda le sue origini nei Baccanali e nei Saturnali della cultura greca e romana, occasioni nelle quali si usava travestirsi ed invertire la gerarchia sociale: i servi si vestivano da patrizi e i loro padroni erano costretti a servirli. La funzione catartica della festa è stata poi inglobata dalla tradizione cristiana: dal Medioevo il Carnevale è il periodo di grandi libagioni e festeggiamenti che precede la Quaresima, tempo di astinenza e digiuni in ricordo della Passione di Cristo ed in preparazione alla Pasqua.
Aver cancellato il Carnevale dalla nostra cultura ha significato cercare di liberarsi dai vincoli del tempo cercando di negare una cronologia radicalmente cristiana, che ha fondato la civiltà italiana ed europea sulle solide fondamenta di un calendario frutto di uno sposalizio fra tradizione romana e festività cristiane; è per quest’ultimo che il solstizio d’inverno, il dies natalis solis invicti – giorno in cui i romani festeggiavano il giorno di nascita del sole invitto – è finito per coincidere con il Natale di nostro Signore Gesù Cristo e l’anno ha deciso di cominciare il proprio cammino proprio a ridosso di questo evento, partendo dal mese di Gennajo, che i Romani dedicavano al dio Giano, il dio di tutto ciò che inizia: rinasce il sole, e con esso la nuova stagione.
Ristabilire nel 2010 una festa così antica, con i suoi rituali e le sue abitudini, con i suoi personaggi millenari e le sue maschere, ha un enorme significato simbolico. È la capacità di costruire il futuro senza cancellare il passato, arare il campo rispettando l'ordine dei solchi tracciati dai nostri avi, e così facendo garantire il raccolto ai nostri figli.
E se è vero che nulla nasce per caso, ristabilire il Carnevale significa anche riportare la Quaresima e la Pasqua al proprio posto, lavorando per ricostruire quegli elementi di cultura condivisa che fondano un popolo come tale e ne fecondano il grembo.
E allora ecco che attraverso l’organizzazione di una semplice festa – non a caso conclusa da un concerto intitolato “Futuro antico” – in una città che da troppo tempo ha dimenticato le proprie radici, si ristabilisce l’imperio della tradizione, dell’ordine naturale delle cose, fondamento irrinunciabile sul quale edificare qualsiasi futuro.

venerdì 5 marzo 2010

Il vero costo delle pellicce






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