martedì 28 aprile 2009

Corto circuito

Esistono momenti nei quali il tempo sembra fermarsi, inaspettatamente e involontariamente. In quei momenti l'eterno dinamismo dei tempi, la corsa senza fine che caratterizza il fluire dei minuti si interrompe in uno schiocco; allora tutto sembra sospeso nel vuoto. Dura pochi attimi nei quali i corpi procedono per inerzia in uno spazio divenuto surreale, dove tutto sembra appeso all'invisibile filo del nulla.
Poi, senza che niente permetta di prevederlo, crolla al suolo in una festa di polvere e calcinacci, ed è un'implosione dell'esistente che si sorregge su nulla se non sulla velocità, all'interno del quale l'insensato trova comunque un effimero sostegno.
Questo è ciò che chiamo corto circuito.
L'implosione è fragorosa e dura un tempo indefinibile: il tempo necessario per distruggere ciò che ha richiesto anni di cinetica convinzione per essere costruito. Basta un istante di sospensione, e ciò che non è mai stato non è più.
E' come un treno il cui motore fosse composto di elementi incastrati tra loro e tenuti insieme dalla velocità stessa del moto. Quando per un accidente imprevisto, nel momento di massima accelerazione del mezzo, il motore dovesse spegnersi, il treno correrebbe ancora per qualche metro prima che le ruote dentate, le cinghie di trasmissione e i pistoni interrompessero la propria effimera unione e rovinassero a terra in un violento abbandono alla gravità.
Questo è ciò che chiamo corto circuito.
E l'attimo eterno tra la rottura e il crollo è ciò che chiamiamo vita.

lunedì 13 aprile 2009

La sfida della Croce nel nome dell`Abruzzo

Perché tanto dolore? La domanda è nata nel cuore di molti davanti alle scene strazianti e alle notizie terribili del terremoto che ha sconvolto il cuore dell`Abruzzo. E una domanda che ritorna: dopo lo spaventoso terremoto di Lisbona del 1755, Voltaire aveva consegnato a un poema l`interrogativo, lo sdegno e la protesta. Perfino Rousseau era rimasto ferito dalla severità del giudizio sul Dio impossibile, espresso in quel testo a nome del tribunale della ragione:

«Tutte le mie rimostranze scriveva in una lettera a Voltaire del 18 agosto 1756 sono rivolte contro il Poema sul disastro di Lisbona, perché mi aspettavo da voi un risultato più degno dell`umanità che sembra avervelo ispirato».

Continua? pagina 5 "Arcivescovo metropolita di Chieti-Vasto ? Continua da pagina 1 «Ora, cosa mi dice, invece, il vostro Poema? "Soffri per sempre, infelice. Se esiste un Dio che ti ha creato, senza dubbio è onnipotente; poteva evitarti tutti i mali: non sperare, dunque, che questi avranno fine; perché non c`è altro motivo per la tua,esistenza, oltre la sofferenza e la morte"». Rousseau contesta così al Maestro dei Lumi questa risposta alla domanda sul dolore innocente, prodotto dal terremoto: «Se il problema dell`origine del male vi costringeva a intaccare qualcuna delle perfezioni di Dio, perché voler giustificare la sua potenza a scapito della sua bontà? Se è necessario scegliere tra i due errori, personalmente preferisco il primo».

Questa disputa - all`apparenza soltanto dotta - segna per alcuni l`inizio della modernità matura, il tempo del disincanto del mondo e dell`ateismo proclamato. In realtà, essa fa eco alle eterne domande dei nostro cuore davanti al dramma del male, e soprattutto alla sfida del dolore che giunge improvviso a colpire la gente comune, quella gente che agli occhi di tutti non poteva certo aver meritato il castigo.

Certo, le catastrofi naturali - non ultima quella devastante che ha colpito in questi giorni l`Abruzzo ci lasciano attoniti per la loro violenza e la nostra incapacità di prevenirle o evitarle. Chiamare in causa un Dio impietoso è però troppo semplice e banale:

Dio non può essere la proiezione dei nostri desideri e delle nostre logiche. L`idea di un Dio "tappabuchi" è l`apripista dell`adorazione degli idoli. La questione radicale del male si presenta come sfida all`immagine di un Dio, che sia la verità eterna ed assoluta del mondo, disponibile alle nostre catture.

È Dostoevskij - il grande "scrittore cristiano",1`avvocato dell`uomo" - a guidarci nel ragionamento stringente, terribile: se Dio esiste, l`orrore del male che devasta la terra è senza fine. Ma questo orrore è infinito: dunque, Dio esiste. Al tempo stesso, l`argomento si rovescia nel suo contrario:

se Dio esiste, non può essere ammesso l`orrore di un male infinito. Ma questo orrore c`è: dunque, Dio non esiste. Dal paradosso non si esce che per una radicale conversione del concetto di Dio:

solo se Dio fa sua la sofferenza del mondo abbandonato al male, solo se egli entra nelle tenebre più fitte della miseria umana, il dolore è redento ed è vinta la morte.

È questo che è avvenuto sulla Croce del Figlio: perciò il Dio crocifisso è la prova della verità che salva, è anzi la verità alternativa alle presunte verità che la ragione è capace di costruirsiconle sue dimostrazioni.

La singolarità del vero, la verità incarnata in un Singolo, identificata con la sua persona, è quanto di più lontano possa esserci rispetto a un pensiero "euclideo": ma è quanto Dostoevskij sceglie, precisamente in alternativa all`esito nichilista della metafisica occidentale: «Se mi si dimostrasse che Cristo è fuori dellaverità ed effettivamen- te risultasse che la verità è fuori di Cristo, io preferirei restare con Cristo, anziché con la verità» (lettera a Madame von Vizin, febbraio 1854).

La verità che dà ragione di tutto e tutto organizza in un`armonia universale, l`apoteosi della conoscenza di cui parla Ivan Karamazov, non vale il suo prezzo: al Dio di questa verità lo stesso Ivan non esita a restituire il biglietto d`ingresso nel suo regno.

Solo la verità che è passata attraverso il fuoco della negazione e si è lasciata lambire dal nulla, solo quella verità salverà il mondo. È la risposta diAlèsa ad Ivan: «Fratello...

tu mi hai chiesto dianzi se esiste in tutto il mondo un essere che possa perdonare e abbia il diritto di farlo.

Ma questo essere c`è, e lui può perdonare tutto, tutti, e per tutti, perché lui stesso ha dato il suo sangue innocente per tutti e per tutto» (da lfratelii Karamazov).

Solo dal suo interno, il nichilismo si lascia confutare: solo dalle tenebre del Venerdì Santo, dove Dio soffre e muore per amore del mondo, è possibile proclamare la vittoria dellavita, perché quella morte è la morte della morte. Il "Deus mortuus, absurdus" della protesta ateistica non è che la verità concepita come nostro possesso, garante della soffocante totalità, pervasa dall`orrore dell`infinita sofferenza umana.11 Dio vivo non è così: è il Dio che amore, íl Dio "compassionato", come amava chiamarlo l`italiano del Trecento.

Si coglie qui la tragicità ineliminabile dalla conoscenza del vero:

non si arriva alla luce che attraverso la croce; non si entra nella vita che conoscendo la morte. Perciò la fede deve passare nel travaglio del dubbio, l`affermazione nella notte della negazione, e la verità farsi strada nello scandalo e nelle tenebre. L`amore chiede il suo prezzo: credere è stupore della ragione, resa all`Altro che chiama. Sì, «è terribile cadere nelle mani del Dio vivente» (Lettera agli Ebrei 10,31)! Eppure, anche questo è vivere Pasqua, cammino di morte e di resurrezione: oggi, per tutti, in compagnia del Dio che si è fatto vicino al nostro dolore, ha fatto sua la nostra morte e ci ha aperto la speranza della vita.

Anche per i morti e i sopravvissuti della tragedia che si è consumata in Abruzzo nella notte di questo lunedì santo.


Bruno Forte
Arcivescovo di Chieti-Vasto
(Articolo pubblicato su "Il sole 24 Ore" Sabato 11 Aprile)

domenica 12 aprile 2009

Per riflettere...



I primi concetti educativi, la scuola, le tradizioni e tutte le informazioni che ci vengono sparate a raffica dalla società in cui viviamo, innestano in noi usi e consuetudini talmente radicate, da farle diventare delle verità serrate e indiscusse che, troppo spesso, influenzano inconsapevolmente e sistematicamente pensieri e scelte quotidiane. Tutti questi "ovvi" e "solidi" luoghi comuni, riescono a radicarsi in noi così profondamente che, quando incontriamo concetti e informazioni completamente contrastanti, facciamo spesso una naturale opposizione persino a prenderle in considerazione.
In una comunità di cannibali, è "normale" mangiare essere umani, così come in Cina è "normale" allevare, macellare e mangiare i cani, allo stesso modo come è altrettanto "normale" in Occidente allevare, macellare e mangiare mucche, pecore, conigli, maiali, struzzi, ecc.. Quelle normalità all'interno delle loro proprie appartenenze di cultura e pensiero, stravolgono completamente il senso della parola "normale" quando un occidentale si ritrova a scontrarsi con l'idea di doversi mangiare il cane che considera il suo migliore amico.
Se affermassi che, cannibali, cinesi e occidentali, in sostanza, si nutrono di "cadaveri", suonerebbe come qualcosa di difficile da digerire per come siamo abituati o ci hanno abituato a chiamare le cose eppure, è esattamente così.
L'uomo, che è fondamentalmente un "frugivoro", ossia predisposto ad un'alimentazione a base di frutta, verdura e semi, ha aberrato e diffuso le sue abitudini alimentari con usanze e tradizioni che ne hanno degenerato completamente la salute e l'evoluzione ad ogni livello. Questa alterazione di adattamento, non fa di lui un "onnivoro" solo perché mangia di tutto come ci hanno insegnato e fatto credere fino a diventare un "ovvio" luogo comune, allo stesso modo come i gabbiani che si nutrono in una di quelle discariche puzzolenti di rifiuti lontani dal mare, non sono dei "rifiutivori". Entrambi, si sono semplicemente adattati a mangiare ciò che avevano di fronte e alterando le loro primordiali esigenze alimentari, hanno alterato anche il loro metabolismo degenerando, di conseguenza, in salute e in bellezza rispetto alla loro natura originaria.
Quello che molti ignorano del tutto, è che le cellule trasmettono la loro memoria le une con le altre attraverso le vibrazioni delle loro oscillazioni. Nella memoria delle cellule degli animali uccisi al macello, sono contenuti dolore, paura, disperazione, risentimento, odio, morte, queste emozioni negative vengono esasperate al momento della morte dell'organismo e conservandosi per un certo periodo anche dopo la loro morte, trasmettono queste emozioni in chi se ne nutre, generando parte dell'aggressività e della violenza attuali.
Dolore genera dolore, violenza genera violenza e morte genera morte, in ogni condizione e forma dell'esistenza
L'insensibilità e la totale indifferenza dell'uomo di questo tempo, è uno dei più tangibili riscontri sul reale stato "involutivo" della sua esistenza. Come qualcuno ha detto, in futuro ci sarà un documentario che racconterà di quando l'uomo si cibava ancora di animali e l'essere ignaro degli effetti e le conseguenze, lo rendevano comunque carnefice ed ugualmente responsabile con il suo tacito consenso e la sua noncuranza!
Sta a noi e a noi soltanto fare ciascuno la propria parte affinché quel tempo, non sia troppo lontano.
Se vogliamo veramente che le cose comincino davvero a cambiare, dobbiamo necessariamente cambiarle cominciando con il riflettere molto più attentamente e sinceramente sulle scelte della nostra vita e sul nostro modo di considerare l'esistenza. E' vero che ognuno ha il diritto di fare le sue scelte nella massima libertà, ma è altrettanto vero che ha anche il dovere di riconsiderare ogni cosa quando quelle scelte, direttamente o indirettamente, causano del male a chi è più debole. Non si tratta soltanto di astenersi da un male così grande che, in ogni caso, si ripercuote sempre e comunque su noi stessi, ma di fermarsi a riflettere, sinceramente, nella presa di coscienza di un momento della nostra esistenza per "sentire" quell'urlo straziante del resto del mondo, soffocato dal nostro egoismo e dalla nostra indifferenza che ha bisogno della stessa comprensione e compassione di cui anche noi abbiamo bisogno per essere perdonati di tanto male e per trovare il coraggio di fare quelle scelte radicali che possono solo avere un effetto costruttivo e meraviglioso su noi stessi e sull'intera umanità .
Al di là del rovinarsi la salute e del danno ecologico, nutrirsi nel rispetto degli altri esseri viventi e della natura, è solo una questione di amore.

giovedì 2 aprile 2009

Se...

Se riesci a conservare il controllo quando tutti
Intorno a te lo perdono e te ne fanno una colpa;
Se riesci ad aver fiducia in te quando tutti
Ne dubitano, ma anche a tener conto del dubbio;
Se riesci ad aspettare e non stancarti di aspettare,
O se mentono a tuo riguardo, a non ricambiare in menzogne,
O se ti odiano, a non lasciarti prendere dall'odio,
E tuttavia a non sembrare troppo buono e a non parlare troppo saggio;
Se riesci a sognare e a non fare del sogno il tuo padrone;
Se riesci a pensare e a non fare del pensiero il tuo scopo;
Se riesci a far fronte al Trionfo e alla Rovina
E trattare allo stesso modo quei due impostori;
Se riesci a sopportare di udire la verità che hai detto
Distorta da furfanti per ingannare gli sciocchi
O a contemplare le cose cui hai dedicato la vita, infrante,
E piegarti a ricostruirle con strumenti logori;
Se riesci a fare un mucchio di tutte le tue vincite
E rischiarle in un colpo solo a testa e croce,
E perdere e ricominciare di nuovo dal principio
E non dire una parola sulla perdita;
Se riesci a costringere cuore, tendini e nervi
A servire al tuo scopo quando sono da tempo sfiniti,
E a tener duro quando in te non resta altro
Tranne la Volontà che dice loro:"Tieni duro!".
Se riesci a parlare con la folla e a conservare la tua virtù,
E a camminare con i Re senza perdere il contatto con la gente,
Se non riesce a ferirti il nemico né l'amico più caro,
Se tutti contano per te, ma nessuno troppo;
Se riesci a occupare il minuto inesorabile
Dando valore a ogni minuto che passa,
Tua è la Terra e tutto ciò che è in essa,
E - quel che è di più - sei un Uomo, figlio mio!

Rudyard Kipling
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