lunedì 13 aprile 2009

La sfida della Croce nel nome dell`Abruzzo

Perché tanto dolore? La domanda è nata nel cuore di molti davanti alle scene strazianti e alle notizie terribili del terremoto che ha sconvolto il cuore dell`Abruzzo. E una domanda che ritorna: dopo lo spaventoso terremoto di Lisbona del 1755, Voltaire aveva consegnato a un poema l`interrogativo, lo sdegno e la protesta. Perfino Rousseau era rimasto ferito dalla severità del giudizio sul Dio impossibile, espresso in quel testo a nome del tribunale della ragione:

«Tutte le mie rimostranze scriveva in una lettera a Voltaire del 18 agosto 1756 sono rivolte contro il Poema sul disastro di Lisbona, perché mi aspettavo da voi un risultato più degno dell`umanità che sembra avervelo ispirato».

Continua? pagina 5 "Arcivescovo metropolita di Chieti-Vasto ? Continua da pagina 1 «Ora, cosa mi dice, invece, il vostro Poema? "Soffri per sempre, infelice. Se esiste un Dio che ti ha creato, senza dubbio è onnipotente; poteva evitarti tutti i mali: non sperare, dunque, che questi avranno fine; perché non c`è altro motivo per la tua,esistenza, oltre la sofferenza e la morte"». Rousseau contesta così al Maestro dei Lumi questa risposta alla domanda sul dolore innocente, prodotto dal terremoto: «Se il problema dell`origine del male vi costringeva a intaccare qualcuna delle perfezioni di Dio, perché voler giustificare la sua potenza a scapito della sua bontà? Se è necessario scegliere tra i due errori, personalmente preferisco il primo».

Questa disputa - all`apparenza soltanto dotta - segna per alcuni l`inizio della modernità matura, il tempo del disincanto del mondo e dell`ateismo proclamato. In realtà, essa fa eco alle eterne domande dei nostro cuore davanti al dramma del male, e soprattutto alla sfida del dolore che giunge improvviso a colpire la gente comune, quella gente che agli occhi di tutti non poteva certo aver meritato il castigo.

Certo, le catastrofi naturali - non ultima quella devastante che ha colpito in questi giorni l`Abruzzo ci lasciano attoniti per la loro violenza e la nostra incapacità di prevenirle o evitarle. Chiamare in causa un Dio impietoso è però troppo semplice e banale:

Dio non può essere la proiezione dei nostri desideri e delle nostre logiche. L`idea di un Dio "tappabuchi" è l`apripista dell`adorazione degli idoli. La questione radicale del male si presenta come sfida all`immagine di un Dio, che sia la verità eterna ed assoluta del mondo, disponibile alle nostre catture.

È Dostoevskij - il grande "scrittore cristiano",1`avvocato dell`uomo" - a guidarci nel ragionamento stringente, terribile: se Dio esiste, l`orrore del male che devasta la terra è senza fine. Ma questo orrore è infinito: dunque, Dio esiste. Al tempo stesso, l`argomento si rovescia nel suo contrario:

se Dio esiste, non può essere ammesso l`orrore di un male infinito. Ma questo orrore c`è: dunque, Dio non esiste. Dal paradosso non si esce che per una radicale conversione del concetto di Dio:

solo se Dio fa sua la sofferenza del mondo abbandonato al male, solo se egli entra nelle tenebre più fitte della miseria umana, il dolore è redento ed è vinta la morte.

È questo che è avvenuto sulla Croce del Figlio: perciò il Dio crocifisso è la prova della verità che salva, è anzi la verità alternativa alle presunte verità che la ragione è capace di costruirsiconle sue dimostrazioni.

La singolarità del vero, la verità incarnata in un Singolo, identificata con la sua persona, è quanto di più lontano possa esserci rispetto a un pensiero "euclideo": ma è quanto Dostoevskij sceglie, precisamente in alternativa all`esito nichilista della metafisica occidentale: «Se mi si dimostrasse che Cristo è fuori dellaverità ed effettivamen- te risultasse che la verità è fuori di Cristo, io preferirei restare con Cristo, anziché con la verità» (lettera a Madame von Vizin, febbraio 1854).

La verità che dà ragione di tutto e tutto organizza in un`armonia universale, l`apoteosi della conoscenza di cui parla Ivan Karamazov, non vale il suo prezzo: al Dio di questa verità lo stesso Ivan non esita a restituire il biglietto d`ingresso nel suo regno.

Solo la verità che è passata attraverso il fuoco della negazione e si è lasciata lambire dal nulla, solo quella verità salverà il mondo. È la risposta diAlèsa ad Ivan: «Fratello...

tu mi hai chiesto dianzi se esiste in tutto il mondo un essere che possa perdonare e abbia il diritto di farlo.

Ma questo essere c`è, e lui può perdonare tutto, tutti, e per tutti, perché lui stesso ha dato il suo sangue innocente per tutti e per tutto» (da lfratelii Karamazov).

Solo dal suo interno, il nichilismo si lascia confutare: solo dalle tenebre del Venerdì Santo, dove Dio soffre e muore per amore del mondo, è possibile proclamare la vittoria dellavita, perché quella morte è la morte della morte. Il "Deus mortuus, absurdus" della protesta ateistica non è che la verità concepita come nostro possesso, garante della soffocante totalità, pervasa dall`orrore dell`infinita sofferenza umana.11 Dio vivo non è così: è il Dio che amore, íl Dio "compassionato", come amava chiamarlo l`italiano del Trecento.

Si coglie qui la tragicità ineliminabile dalla conoscenza del vero:

non si arriva alla luce che attraverso la croce; non si entra nella vita che conoscendo la morte. Perciò la fede deve passare nel travaglio del dubbio, l`affermazione nella notte della negazione, e la verità farsi strada nello scandalo e nelle tenebre. L`amore chiede il suo prezzo: credere è stupore della ragione, resa all`Altro che chiama. Sì, «è terribile cadere nelle mani del Dio vivente» (Lettera agli Ebrei 10,31)! Eppure, anche questo è vivere Pasqua, cammino di morte e di resurrezione: oggi, per tutti, in compagnia del Dio che si è fatto vicino al nostro dolore, ha fatto sua la nostra morte e ci ha aperto la speranza della vita.

Anche per i morti e i sopravvissuti della tragedia che si è consumata in Abruzzo nella notte di questo lunedì santo.


Bruno Forte
Arcivescovo di Chieti-Vasto
(Articolo pubblicato su "Il sole 24 Ore" Sabato 11 Aprile)
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