giovedì 22 ottobre 2009

La carne che uccide


NEW YORK – L’impatto ambientale del consumo di carne è molto più devastante di quanto non si sia pensato fino ad ora. Lo affermano gli scienziati americani Robert Goodland e Jeff Anhang, co-autori di Livestock and Climate Change, uno studio pubblicato sull’ultimo numero dell’autorevole World Watch magazine dove affermano che oltre metà dei gas serra (o GHG) prodotti oggi dall’uomo sono emessi dagli allevamenti industriali di bestiame.



Già nel suo dossier del 2006 Livestock's long shadow (La lunga ombra del bestiame) la Fao aveva attestato come il settore della produzione di carne sia causa del 18% delle emissioni totali di gas serra dovute alle attività umane: una percentuale simile a quella dell'industria e molto maggiore di quella dell'intero settore di trasporti (che ammonta a un 13,5%).

Ma secondo le più recenti rilevazioni effettuate da Goodland e Anhang il bestiame e i suoi sottoprodotti immettono nell’atmosfera oltre 32.6 miliardi di tonnellate di biossido di carbonio all’anno, ovvero il 51 % delle emissioni di GHG prodotte annualmente nell’intero pianeta.




La carne presente nella nostra dieta è responsabile, insomma, dell'immissione in atmosfera di una quantità di gas serra - anidride carbonica (CO2), metano, ossido di azoto e simili – ben maggiore di quella immessa dai mezzi di trasporto o dalle industrie. Il motivo? Per la produzione di 225 grammi di patate si emette una quantità di CO2 pari a quella generata dal guidare un'auto per 300 metri. Per la stessa quantità di asparagi, è come guidare la stessa auto per 440 metri. Per la carne di pollo, molto di più: 1,17 km, per il maiale 4,1 km, per il manzo 15,8 chilometri.

La conclusione dei due ricercatori è drastica quanto inevitabile: “Per invertire il devastante trend che sta inesorabilmente modificando il clima del pianeta Terra basterebbe sostituire i prodotti animali con quelli a base di soia o di altre colture vegetali. “Questo approccio avrebbe effetti molto più rapidi sulle emissioni di GHG e sull’effetto serra di qualsiasi altra iniziativa per rimpiazzare i combustibili fossili con energia rinnovabile”, affermano i due esperti.



Non si tratta, insomma, dell’ennesima moda alimentare o imperativo etico-religioso ma di una condicio sine qua non per assicurarsi che il nostro meraviglioso pianeta esista ancora per i figli dei nostri figli. Prima che sia troppo tardi.

venerdì 16 ottobre 2009

Salvate le scimmie del Nepal!

Vittoria! La campagna "Gateway to Hell" (I cancelli dell'inferno) ha
vinto: il governo del Nepal ha deciso di porre fine definitivamente alla
cattura e allevamento delle scimmie destinate ai laboratori di
vivisezione, e ha ordinato di liberare tutte le scimmie finora
catturate, che potranno così essere libere nelle foreste da cui erano
state prese!

Il governo del Nepal aveva vietato sei mesi fa l'esportazione delle
scimmie, dopo una pressione internazionale con oltre 50 proteste in 13
paesi e innumerevoli mail mandate alle istituzioni nepalesi. Ma le
scimmie rimanevano prigioniere in attesa che fosse deciso se la loro
cattura e allevamento fossero ammessi o meno. A fine agosto 2009,
finalmente, il governo ha deciso che anche l'allevamento doveva essere
vietato, e quindi lo stabilimento finora costruito dovrà essere chiuso e
i 400 animali prigionieri dovranno essere liberati.

Il ministro delle politiche forestali ha dichiarato: "Abbiamo deciso di
non permettere l'esportazione delle scimmie, quindi chiederemo agli
allevatori di rilasciarle nell'arco di una settimana". E una lettera in
questo senso e' stata effettivamente spedita al coordinatore in Nepal
del National Biomedical Research Centre (NBRC) che da 5 anni gestisce
l'impianto di allevamento. L'obiettivo del NBRC era quello di allevare
scimmie rhesus, inizialmente catturate in natura, anche dai templi
sacri, per esportarle in America a scopi di "ricerca scientifica".

Le proteste, i danni di immagine che avrebbe subito un paese che trae
molte risorse dal turismo, il dialogo costruttivo con molti
ambasciatori, e l'attivismo locale hanno avuto la meglio sulle minacce e
richieste di risarcimento degli americani.

La vittoria di questa campagna e' particolarmente importante perche' le
rhesus nepalesi hanno delle caratteristiche che, secondo i vivisettori,
le rendono "indispensabili" per certi tipi di ricerca e non sono
sostituibili dalle altre sottospecie di origine cinese. Se verra'
mantenuto il divieto di esportazione attualmente esistente in India e
Bangladesh, possiamo sperare che nell'arco di pochi anni verranno
invalidati i risultati di molte "ricerche" in quanto non piu'
riproducibili per mancanza di vittime adatte.

I promotori della campagna ringraziano, nel loro comunicato di
"scioglimento" della campagna per "sopravvenuta vittoria", tutte le
persone che in questi anni hanno sostenuto la campagna, a nome delle 400
scimmie che hanno ritrovato la liberta' e di tutti i loro piccoli che
non conosceranno mai la cattivita'.

E terminano dicendo: "Ci auguriamo sinceramente che questo successo
possa ispirare altre campagne. Il movimento antivivisezionista sta
facendo grandi passi avanti, e ci sono molte campagne che val la pena
sostenere. Crediamo fermamente che l'abolizione degli esperimenti sui
primati in Europa sia un obiettivo realistico e raggiungibile, che
potrebbe rappresentare un punto di svolta per la ricerca sui primati a
livello mondiale. Invitiamo tutti i nostri sostenitori europei di
impegnarsi per questo obiettivo".

A questo invito ci associamo come AgireOra Network, e chiediamo di
partecipare alla campagna "Salviamo i primati" e diffonderla il più
possibile!

Vai alla Campagna "Salviamo i primati dalla vivisezione" - fase 2:
http://www.agireora.org/info/news_dett.php?id=815

Fonte:
Comunicato della Campagna Gateway to Hell, The monkeys are going to stay
in their own country, 1 settembre 2009
http://www.gatewaytohell.net/news/2009/june/01_09_NP_2.htm

martedì 11 agosto 2009

Diario di viaggio - III giorno: Aquile e mine


Giungo a Jajce di buon mattino. Sarebbe una città deliziosa, se solo gli abitanti decidessero di reagire alle ferite della guerra.
Una cittadina medievale, dove furono incoronati alcuni sovrani dello storico e glorioso Regno di Bosnia.
Attraverso una scala stretta e frustata dal sole raggiungo la fortezza: il paesaggio da qui non potrebbe essere altro che bosniaco, e da' la misura esatta del fascino di questa terra. Jajce - il cui nome deriva dalla forma della città, che ricorda un uovo - si trova praticamente al centro della Bosnia; il fiume crea due splendide cascate di diciotto e venti metri proprio all'interno della città. Tutt'intorno una gola chiusa fra montagne verdissime.
A poca distanza sta Travnik, che raggiungo attraverso un sentiero montuoso. Tutto il percorso è costellato di scheletri di case, che la cartina chiama villaggi. In realtà di essi non resta che qualche muro diroccato, e all'interno le travi ancora bruciate dal fuoco. Solo alcune di queste che non oso chiamare abitazioni ospitano ancora qualche vecchietto serbo, stupito del mio passaggio, abituato forse soltanto agli animali che sicuramente popolano la vegetazione completamente selvaggia, e alle splendide aquile reali, una delle quali vola in alto sulla mia testa mentre passo, facendosi riconoscere grazie al suo grido.
Entro in un bosco, e mi colpisce la vegetazione: qui l'uomo sembra non passare molto spesso, e comunque mai fuori dallo stretto sentiero battuto. Il perché lo immagino, ma ne ho presto la conferma: sul limitare di un bosco, proprio a fianco alla strada, un cartello rosso indica la presenza di mine. In tutta la Bosnia-Erzegovina sono centinaja di migliaja, e di moltissime non si conosce la posizione, motivo per il quale è vivamente sconsigliato uscire dai sentieri e dalle strade. Sempre, certo, che si sia affezionati ad entrambe le gambe...
Arrivo a Travnik, ed è una liberazione. L'antica residenza dei visir - dove riposavano in vita e dove molti riposano ancora nelle tante "turbe" - assomiglia vagamente a qualche nostro villaggio della Calabria, ma le moschee sono tantissime e fra tutte spicca la bellissima "moschea multicolore". La chiesa di San Giovanni Battista invece è frequentata dai croati della città.
Al centro svetta il castello, da cui si domina la vallata.
Ma il sole sta calando, e Sarajevo mi aspetta.

sabato 8 agosto 2009

Diario di viaggio - II Giorno: il limes


Entro in Bosnia di buon mattino e subito mi ritrovo nella triste conca di Bihac, bagnata dal fiume Una; pare che i legionari romani lo chiamassero così per sottolinearne l'unicità e la bellezza, ed effettivamente è uno spettacolo incredibile. La città è cresciuta attorno a questo fiume diversi secoli fa, e per diverso tempo è stata contesa tra ottomani e croati. I segni di questa lotta stanno tutti nella prima chiesa di Sant'Antonio trasformata in moschea, e nella seconda chiesa dedicata allo stesso santo, mai portata a termine.
Riparto da Bihac in direzione Banja Luka, e mi ritrovo nella Kranjia, che vuol dire "terra di confine": questa regione è abitata in buona parte da serbi discendenti di coloro che furono trasferiti dagli Asburgo perché - buoni combattenti - difendessero con la loro presenza il confine coi turchi.
Mi fermo a Bosanska Krupa, ancora sul fiume Una. Qui la guerra deve essersi sentita molto: dal castello che domina la città sono ancora affacciati due mortai. Nel piccolo centro, una chiesa cattolica, una ortodossa e una moschea, a distanza di pochi metri. E mentre il muezzin canta la sua nenia araba noto che sulla facciata della chiesa ortodossa qualcuno deve aver "fucilato" il mosaico della Madonna col bambino, un po' come facevano gli anarchici nella guerra civile spagnola.

Dopo un diversi chilometri sono a Banja Luka. E' una città moderna, viva, completamente ricostruita dalle devastazioni di un terremoto e della guerra. Vi erano sedici moschee prima che i serbi del posto le facessero saltare in aria nel 1993. Ora ne stanno ricostruendo una, lentamente, da più di tre anni.
E' la capitale della Repubblica Sprska, l'entità serba separata che controlla il 49% del territorio della Bosnia-Erzegovina e di cui in occidente si sa così poco. Bandiere serbe dappertutto, tutte le scritte in cirillico, chiese ortodosse maestose quasi a segnare un nuovo confine, un limes che stavolta non scorre sulle cime delle colline ma tra gli abitanti di questa terra.

venerdì 7 agosto 2009

Diario di viaggio - I Giorno: il confine


Mi avvicino alla Bosnia come ci si avvicina ad un animale selvatico di cui si ignora la ferocia. Poche ore di viaggio mi portano dalla bella Trieste - a cui lascio in affidamento un pezzetto di cuore - al Parco della Plitvicka Jezera, nell'entroterra croato. Mi appollajo qui questa notte, a Dreznic Grad, uno degli ultimi paesini prima del confine bosniaco. Prima di trovare alloggio presso la famiglia Franjkovic (con cui comunico a gesti) decido di andae a guardare il confine che valicherò l'indomani. Dista soli tre chilometri da Licko Petrovo Selo, ultimo agglomerato di case croate perlopiù danneggiate dalla guerra. L'intera zona è minata e le facciate delle abitazioni mostrano bei gerani rossi, non curandosi dell'intonaco bucherellato da esplosioni e spari. Un cartello mostra i campi ancora minati conosciuti: praticamente tutta la zona.

Mi addentro in una viuzza e scopro esattamente quello che un viaggiatore nei Balcani si aspetta di trovare: i poveri resti di un aereo da guerra spiaggiato tra gli alberi. Il portello del pilota è completamente crivellato di projettili: non è difficile provare pietà per il pilota. Sul fianco, la stessa sorte è toccata al simbolo nazionale dipinto sul veivolo: qualcuno ci si è accanito con disperata ferocia, e l'ha reso irriconoscibile.
Tornando indietro mi fermo a scrutare il confine: una distesa pianeggiante di tre chilometri, completamente disseminata di mine. Di là, si vede distintamente il minareto di Mala Peca; fa un effetto stranissimo uno spettacolo simile nel cuore della vecchia Europa, su di un confine che ha parecchi secoli (era l'antico confine fra Impero Ottomano e Impero Abrurgico) ancora non completamente asciutto dal sangue.

mercoledì 17 giugno 2009

Io vorrei

Guido, i' vorrei che tu e Lapo ed io
fossimo presi per incantamento,
e messi in un vasel ch'ad ogni vento
per mare andasse al voler vostro e mio,
sì che fortuna od altro tempo rio
non ci potesse dare impedimento,
anzi, vivendo sempre in un talento,
di stare insieme crescesse 'l disio.
E monna Vanna e monna Lagia poi
con quella ch'è sul numer de le trenta
con noi ponesse il buono incantatore:
e quivi ragionar sempre d'amore,
e ciascuna di lor fosse contenta,
sì come i' credo che saremmo noi.

lunedì 15 giugno 2009

Parole... Parole... Parole...

Passo di fronte al ristorante. L'ellera verde fa da tettoja in questo torrido mezzogiorno di giugno.
Sono invaso dai ricordi: una sera splendida, l'atmosfera di una magia che non si crea con la sola volontà, come non si ricrea ora con le parole.
E' un posto bello, anche di giorno. La prepotente bellezza di Roma si impone tra le foglie; ma il sole romano sgomita e si fa strada per appoggiarsi sui sampietrini.
Sull'uscio una cameriera; non bella, non brutta, attende clienti sperduta in pensieri sudati.
Ho dei bellissimi ricordi, sdrajati su quei tavolini. Ricordi di una sera tanto bella, di una notte che si attardava per non sciupare un'atmosfera irriproducibile.
Non riesco a pensare come momenti simili non siano stati nulla. Non riesco a pensare che fossi solo.
Sensazioni, emozioni, battiti accelerati di un cuore ubriaco, momenti sospesi nel tempo, eterni come è eterno qualcosa che non può finire e che non ha mai avuto inizio perché è sempre stato.
Forse ero solo. Forse mentre il mio cuore ballava sulle corde di un mandolino suonato da un vecchio gobbo, forse anche allora ero solo. Forse la mia anima sola volava, mentre il mondo rimaneva inutilmente incastrato nel proprio corpo, imbrigliato tra mille parole. Già, le parole... Come ali di una gallina, come stupidi legacci con la loro incapacità a descrivere l'impalpabile ci tengono ben saldi a questa terra, a guardare il cielo lontano.
Forse ero solo.

sabato 30 maggio 2009

La passeggiata

Voi non mi amate ed io non vi amo. Pure
qualche dolcezza è ne la nostra vita
da ieri: una dolcezza indefinita
che vela un poco, sembra, le sventure
nostre e le fa, sembra, quasi lontane.

Ben, ieri, mi sembravano lontane
mentre io parlava, mentre io v'ascoltava,
e il mare in calma a pena a pena ansava,
ed eran quei vapori come lane
di agnelli, sparsi in un benigno cielo.

Mi veniva da voi o da quel cielo
e da quel mare l'umile riposo?
Certo, in un punto, io fui quasi oblioso.
Lane di agnelli, gigli senza stelo,
vaghe bianche apparenze, in cielo, in mare...

Come leggero ai lidi ansava il mare!
Il vostro passo diventò più lento.
Come leggero anche! Ed io era attento
più al ritmo di quel passo o a quell'ansare,
o a le vostre parole, o al mio pensiero?

Parea che io non avessi alcun pensiero.
Non pensava. Sentiva, solamente.
Dite: non foste mai convalescente
in un aprile un po' velato? È vero
che nulla al mondo, nulla è più soave?

Qualche cosa era in me, di quel soave.
Pure, voi non mi amate ed io non vi amo.
Pure, quando vi chiamo, io non vi chiamo
per, nome. E il vostro nome è quel de l'Ave:
nome che pare un balsamo a la bocca!

Quando parlate, io non guardo la bocca
parlare, o al men non troppo guardo. Ascolto;
comprendo, vi rispondo. Il vostro volto
non muta se la mia mano vi tocca.
La vostra mano è quella che non dona.

Nulla di voi, nulla di voi si dona.
Però, nulla io vi chiedo, nulla attendo
se bene, debolmente sorridendo
come chi langue e pur non s'abbandona...
Oh, no! Voi eravate, ieri, stanca.

Voi eravate ieri molto stanca,
oh tanto che vi caddero di mano
i fiori. Non è vero che di mano
vi caddero le rose, tanto stanca
eravate? Così vi vedo ancóra.

E fate che così vi veda ancóra,
un'altra volta, un'altra volta sola.
Forse... Oh no. Sorridete. È una parola
vana questa che io dico. Voi, signora,
siete per me come un giardino chiuso.

Siete per me come un giardino chiuso,
dove nessuno è penetrato mai.
Di profondi invisibili rosai
giunge tale un divino odore effuso
che atterra ogni desìo di chi l'aspira.

Non ad altro la nostra anima aspira
che a una tristezza riposata, eguale.
Conosco il vostro portentoso male;
e il dolore ch'è in voi forse m'attira
più de la vostra bocca e dei capelli

vostri, dei grandi medusèi capelli
bruni come foglie morte
ma vivi e fien come l'angui attorte
de la Górgone, io temo, se ribelli,
e pieni del terribile mistero.

Me non avvolgerà tanto mistero.
Dicono che nel folto de le chiome
voi abbiate una ciocca rossa come
una fiamma: nel folto chiusa. È vero?
Io la penso, e la veggo fiammeggiare.

La veggo stramente fiammeggiare
come un segno fatale. - O passione
arsa a quel fuoco! - Tutte le corone
de la terra non possono oscurare
quel segno unico. Voi siete l'Eccelsa.

Voi che passate, voi siete l'Eccelsa.
E passate così, per vie terrene!
Chi osa? Chi vi prende? Chi vi tiene?
Siete come una spada senza l'elsa,
pura e lucente, e non brandita mai...

Oh, dove sono giunto! Perché mai
vi dico queste cose? Perdonate
chi sogna. Perdonate, perdonate.
Il tramonto è una fiamma, e i marinai
cantano da le navi, e odora il mare.

Voi vedete: non è lo stesso mare
di ieri. Voi vedete: è un altro cielo.
Lane di agnelli, gigli senza stelo,
vaghe bianche apparenze, in cielo, in mare:
queste cose rispondon meglio a noi,

meglio a le nostre anime stanche. Noi
saremo paghi di qualche dolcezza
mite, noi cercheremo una tristezza
riposata ed eguale. Ed abbia i suoi
cieli velati Aprile, come ieri,

i suoi mari quieti, come ieri;
sì che possiamo noi recar lungh'essi
i lidi, o sotto gli alberi, sommessi
colloqui e sogni e taciti pensieri,
- o voi dal dolce nome che io non chiamo! -

perché voi non mi amate ed io non vi amo.

Gabriele D'Annunzio

venerdì 22 maggio 2009

Solitudine

Solitudine è una bella parola.
Come tutte le sdrucciole, nell'endecasillabo italiano fa rima in "udi" invece che in "ine", che pur essendo la dodicesima sillaba non rende il verso dismetrico, in quanto ciò che conta è che la tonica cada sulla decima.
Per cui solitudine può fare rima con "studi", ricordando così l'isolamento dello studioso e dello studente. Può far rima con "rudi", perché stando soli è facile rendersi grezzi nei confronti del prossimo e diviene impossibile celare il disprezzo dell'altro che è inevitabile causa, o effetto, della solitudine.
La rima con "sudi" rende l'idea della fatica del vivere fuori dal mondo, e quella con "chiudi" disegna quasi fisicamente un isolamento nel quale è difficile entrare.
Ovviamente poi fa rima con altre parole sdrucciole: gratitudine, similitudine, beatitudine... Su ciascuno di questi accostamenti si potrebbero scrivere pagine intere; dell'ultimo è famoso il binomio: beata solitudo - sola beatitudo.
Ma tutto questo è valido solo come gioco di concetto. La solitudine è bene che non abbia altra rima che con se stessa. E' meglio lasciarlo solo questo sostantivo neutro che non ama la compagnia...
Né bella né brutta, né facile né difficile, né chiara né scura, né maschile né femminile... La solitudine è, e non potrebbe essere altrimenti, semplicemente solitudine.

venerdì 15 maggio 2009

Contento di esser luna...

Canto notturno di un pastore errante dell'Asia

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
Silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
Contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
Di riandare i sempiterni calli?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
Di mirar queste valli?
Somiglia alla tua vita
La vita del pastore.
Sorge in sul primo albore;
Move le greggia oltre pel campo, e vede
Greggi, fontane ed erbe;
Poi stanco si riposa in su la sera:
Altro mai non ispera.
Dimmi, o luna: a che vale
Al pastor la sua vita,
La vostra vita a voi? dimmi: ove tende
Questo vagar mio breve,
Il tuo corso immortale?

Vecchierel bianco, infermo,
Mezzo vestito e scalzo,
Con gravissimo fascio in su le spalle,
Per montagna e per valle,
Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
Al vento, alla tempesta, e quando avvampa
L'ora, e quando poi gela,
Corre via, corre, anela,
Varca torrenti e stagni,
Cade, risorge, e più e più s'affretta,
Senza posa o ristoro,
Lacero, sanguinoso; infin ch'arriva
Colà dove la via
E dove il tanto affaticar fu volto:
Abisso orrido, immenso,
Ov'ei precipitando, il tutto obblia.
Vergine luna, tale
È la vita mortale.

Nasce l'uomo a fatica,
Ed è rischio di morte il nascimento
Prova pena e tormento
Per prima cosa; e in sul principio stesso
La madre e il genitore
Il prende a consolare dell'esser nato.
Poi che crescendo viene,
L'uno e l'altro il sostiene, e via pur sempre
Con atti e con parole
Studiasi fargli core,
E consolarlo dell'umano stato:
Altro ufficio più grato
Non si fa da parenti alla lor prole.
Ma perché dare al sole,
Perché reggere in vita
Chi poi di quella consolar convenga?
Se la vita è sventura,
Perché da noi si dura?
Intatta luna, tale
È lo stato mortale.
Ma tu mortal non sei,
E forse del mio dir poco ti cale.

Pur tu, solinga, eterna peregrina,
Che sì pensosa sei, tu forse intendi,
Questo viver terreno,
Il patir nostro, il sospirar, che sia;
Che sia questo morir, questo supremo
Scolorar del sembiante,
E perir della terra, e venir meno
Ad ogni usata, amante compagnia.
E tu certo comprendi
Il perché delle cose, e vedi il frutto
Del mattin, della sera,
Del tacito, infinito andar del tempo.
Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
Rida la primavera,
A chi giovi l'ardore, e che procacci
Il verno co' suoi ghiacci.
Mille cose sai tu, mille discopri,
Che son celate al semplice pastore.
Spesso quand'io ti miro
Star così muta in sul deserto piano,
Che, in suo giro lontano, al ciel confina;
Ovver con la mia greggia
Seguirmi viaggiando a mano a mano;
E quando miro in ciel arder le stelle;
Dico fra me pensando:
A che tante facelle?
Che fa l'aria infinita, e quel profondo
Infinito seren? che vuol dir questa
Solitudine immensa? ed io che sono?
Così meco ragiono: e della stanza
Smisurata e superba,
E dell'innumerabile famiglia;
Poi di tanto adoprar, di tanti moti
D'ogni celeste, ogni terrena cosa,
Girando senza posa,
Per tornar sempre là donde son mosse;
Uso alcuno, Alcun frutto
Indovinar non so. Ma tu per certo,
Giovinetta immortal, conosci il tutto.
Questo io conosco e sento,
Che degli eterni giri
Che dell'esser mio frale,
Qualche bene o contento
Avrà fors'altri; a me la vita è male.

O greggia mia che posi, oh te beata
Che la miseria tua, credo, non sai!
Quanta invidia ti porto!
Non sol perché d'affanno
Quasi libera vai;
Ch'ogni stento, ogni danno,
Ogni estremo timor subito scordi;
Ma più perché giammai tedio non provi.
Quando tu siedi all'ombra, sovra l'erbe,
Tu se' queta e contenta;
E gran parte dell'anno
Senza noia consumi in quello stato
Ed io pur seggo sovra l'erbe, all'ombra,
E un fastidio m'ingombra
la mente, ed uno spron quasi mi punge
Sì che, sedendo, più che mai son lunge
Da trovar pace o loco.
E pur nulla non bramo,
E non ho fino a qui cagion di pianto.
Quel che tu goda, o quanto,
Non so già dir; ma fortunata sei.
Ed io godo ancor poco,
O greggia mia, né di ciò sol mi lagno.
Se tu parlar sapessi, io chiederei:
Dimmi: perché giacendo
A bell'agio, ozioso,
S'appaga ogni animale;
Me, s'io giaccio in riposo, il tedio assale?

Forse s'avvess'io l'ale
Da volar su le nubi,
E noverar le stelle ad una ad una,
O come il tuono errar di giogo in giogo,
Più felice sarei, dolce mia grerggia,
Più felice sarei, candida luna.
O forse erra dal vero,
Mirando l'altrui sorte, il mio pensiero:
Forse in qual forma, in quale
Stato che sia, dentro covile o cuna,
È funesto a chi nasce il dì natale.

Giacomo Leopardi

giovedì 14 maggio 2009

La vendetta di Cartesio

Interrogata, una persona cui voglio bene scelse dal mazzo un aggettivo che mi rappresentasse.
"Confuso" affermò senza troppa esitazione. Gli occhi grandi e azzurri mi guardavano come quelli di un bimbo. "Quando ti vedo mi sembri sempre confuso e triste".
E' la vendetta di Cartesio.
Ho costruito ideologicamente la mia vita senza dubbi: ora sono il più confuso.
Ho ribaltato ogni centimetro della mia casa, neanche ci fossero le pulizie di primavera, ed ho dovuto scoprire che è vero: io non ho ancora capito nulla di questo enorme "imbroglio che ci illudiamo ancor chiamando vita".
Sono confuso sull'onore, mia fortissima tensione irrazionale ormai scomoda, che non so dove collocare e come gestire in questo mondo; sono confuso sul bene, e sulle ragioni a me incomprensibili per le quali spesso ci è impossibile conseguirlo e addirittura desiderarlo; sono confuso sul trionfo e sulla rovina, "impostori" di eguale ipocrisia che giocano a rimpiattino con l'uomo. Sono confuso sull'amore, di cui mi rendo conto di non aver mai capito niente.
Invidio, amica dagli occhi di bambino, il tuo paniere di certezze, la tua capacità di imparare ancora dall'esperienza come se fossi a scuola, la tua lucidità nel non mettere sempre in dubbio ogni direzione presa.
E' uguale all'alba il tramonto?
Forse sì. Solo è più rosso.

martedì 28 aprile 2009

Corto circuito

Esistono momenti nei quali il tempo sembra fermarsi, inaspettatamente e involontariamente. In quei momenti l'eterno dinamismo dei tempi, la corsa senza fine che caratterizza il fluire dei minuti si interrompe in uno schiocco; allora tutto sembra sospeso nel vuoto. Dura pochi attimi nei quali i corpi procedono per inerzia in uno spazio divenuto surreale, dove tutto sembra appeso all'invisibile filo del nulla.
Poi, senza che niente permetta di prevederlo, crolla al suolo in una festa di polvere e calcinacci, ed è un'implosione dell'esistente che si sorregge su nulla se non sulla velocità, all'interno del quale l'insensato trova comunque un effimero sostegno.
Questo è ciò che chiamo corto circuito.
L'implosione è fragorosa e dura un tempo indefinibile: il tempo necessario per distruggere ciò che ha richiesto anni di cinetica convinzione per essere costruito. Basta un istante di sospensione, e ciò che non è mai stato non è più.
E' come un treno il cui motore fosse composto di elementi incastrati tra loro e tenuti insieme dalla velocità stessa del moto. Quando per un accidente imprevisto, nel momento di massima accelerazione del mezzo, il motore dovesse spegnersi, il treno correrebbe ancora per qualche metro prima che le ruote dentate, le cinghie di trasmissione e i pistoni interrompessero la propria effimera unione e rovinassero a terra in un violento abbandono alla gravità.
Questo è ciò che chiamo corto circuito.
E l'attimo eterno tra la rottura e il crollo è ciò che chiamiamo vita.

lunedì 13 aprile 2009

La sfida della Croce nel nome dell`Abruzzo

Perché tanto dolore? La domanda è nata nel cuore di molti davanti alle scene strazianti e alle notizie terribili del terremoto che ha sconvolto il cuore dell`Abruzzo. E una domanda che ritorna: dopo lo spaventoso terremoto di Lisbona del 1755, Voltaire aveva consegnato a un poema l`interrogativo, lo sdegno e la protesta. Perfino Rousseau era rimasto ferito dalla severità del giudizio sul Dio impossibile, espresso in quel testo a nome del tribunale della ragione:

«Tutte le mie rimostranze scriveva in una lettera a Voltaire del 18 agosto 1756 sono rivolte contro il Poema sul disastro di Lisbona, perché mi aspettavo da voi un risultato più degno dell`umanità che sembra avervelo ispirato».

Continua? pagina 5 "Arcivescovo metropolita di Chieti-Vasto ? Continua da pagina 1 «Ora, cosa mi dice, invece, il vostro Poema? "Soffri per sempre, infelice. Se esiste un Dio che ti ha creato, senza dubbio è onnipotente; poteva evitarti tutti i mali: non sperare, dunque, che questi avranno fine; perché non c`è altro motivo per la tua,esistenza, oltre la sofferenza e la morte"». Rousseau contesta così al Maestro dei Lumi questa risposta alla domanda sul dolore innocente, prodotto dal terremoto: «Se il problema dell`origine del male vi costringeva a intaccare qualcuna delle perfezioni di Dio, perché voler giustificare la sua potenza a scapito della sua bontà? Se è necessario scegliere tra i due errori, personalmente preferisco il primo».

Questa disputa - all`apparenza soltanto dotta - segna per alcuni l`inizio della modernità matura, il tempo del disincanto del mondo e dell`ateismo proclamato. In realtà, essa fa eco alle eterne domande dei nostro cuore davanti al dramma del male, e soprattutto alla sfida del dolore che giunge improvviso a colpire la gente comune, quella gente che agli occhi di tutti non poteva certo aver meritato il castigo.

Certo, le catastrofi naturali - non ultima quella devastante che ha colpito in questi giorni l`Abruzzo ci lasciano attoniti per la loro violenza e la nostra incapacità di prevenirle o evitarle. Chiamare in causa un Dio impietoso è però troppo semplice e banale:

Dio non può essere la proiezione dei nostri desideri e delle nostre logiche. L`idea di un Dio "tappabuchi" è l`apripista dell`adorazione degli idoli. La questione radicale del male si presenta come sfida all`immagine di un Dio, che sia la verità eterna ed assoluta del mondo, disponibile alle nostre catture.

È Dostoevskij - il grande "scrittore cristiano",1`avvocato dell`uomo" - a guidarci nel ragionamento stringente, terribile: se Dio esiste, l`orrore del male che devasta la terra è senza fine. Ma questo orrore è infinito: dunque, Dio esiste. Al tempo stesso, l`argomento si rovescia nel suo contrario:

se Dio esiste, non può essere ammesso l`orrore di un male infinito. Ma questo orrore c`è: dunque, Dio non esiste. Dal paradosso non si esce che per una radicale conversione del concetto di Dio:

solo se Dio fa sua la sofferenza del mondo abbandonato al male, solo se egli entra nelle tenebre più fitte della miseria umana, il dolore è redento ed è vinta la morte.

È questo che è avvenuto sulla Croce del Figlio: perciò il Dio crocifisso è la prova della verità che salva, è anzi la verità alternativa alle presunte verità che la ragione è capace di costruirsiconle sue dimostrazioni.

La singolarità del vero, la verità incarnata in un Singolo, identificata con la sua persona, è quanto di più lontano possa esserci rispetto a un pensiero "euclideo": ma è quanto Dostoevskij sceglie, precisamente in alternativa all`esito nichilista della metafisica occidentale: «Se mi si dimostrasse che Cristo è fuori dellaverità ed effettivamen- te risultasse che la verità è fuori di Cristo, io preferirei restare con Cristo, anziché con la verità» (lettera a Madame von Vizin, febbraio 1854).

La verità che dà ragione di tutto e tutto organizza in un`armonia universale, l`apoteosi della conoscenza di cui parla Ivan Karamazov, non vale il suo prezzo: al Dio di questa verità lo stesso Ivan non esita a restituire il biglietto d`ingresso nel suo regno.

Solo la verità che è passata attraverso il fuoco della negazione e si è lasciata lambire dal nulla, solo quella verità salverà il mondo. È la risposta diAlèsa ad Ivan: «Fratello...

tu mi hai chiesto dianzi se esiste in tutto il mondo un essere che possa perdonare e abbia il diritto di farlo.

Ma questo essere c`è, e lui può perdonare tutto, tutti, e per tutti, perché lui stesso ha dato il suo sangue innocente per tutti e per tutto» (da lfratelii Karamazov).

Solo dal suo interno, il nichilismo si lascia confutare: solo dalle tenebre del Venerdì Santo, dove Dio soffre e muore per amore del mondo, è possibile proclamare la vittoria dellavita, perché quella morte è la morte della morte. Il "Deus mortuus, absurdus" della protesta ateistica non è che la verità concepita come nostro possesso, garante della soffocante totalità, pervasa dall`orrore dell`infinita sofferenza umana.11 Dio vivo non è così: è il Dio che amore, íl Dio "compassionato", come amava chiamarlo l`italiano del Trecento.

Si coglie qui la tragicità ineliminabile dalla conoscenza del vero:

non si arriva alla luce che attraverso la croce; non si entra nella vita che conoscendo la morte. Perciò la fede deve passare nel travaglio del dubbio, l`affermazione nella notte della negazione, e la verità farsi strada nello scandalo e nelle tenebre. L`amore chiede il suo prezzo: credere è stupore della ragione, resa all`Altro che chiama. Sì, «è terribile cadere nelle mani del Dio vivente» (Lettera agli Ebrei 10,31)! Eppure, anche questo è vivere Pasqua, cammino di morte e di resurrezione: oggi, per tutti, in compagnia del Dio che si è fatto vicino al nostro dolore, ha fatto sua la nostra morte e ci ha aperto la speranza della vita.

Anche per i morti e i sopravvissuti della tragedia che si è consumata in Abruzzo nella notte di questo lunedì santo.


Bruno Forte
Arcivescovo di Chieti-Vasto
(Articolo pubblicato su "Il sole 24 Ore" Sabato 11 Aprile)

domenica 12 aprile 2009

Per riflettere...



I primi concetti educativi, la scuola, le tradizioni e tutte le informazioni che ci vengono sparate a raffica dalla società in cui viviamo, innestano in noi usi e consuetudini talmente radicate, da farle diventare delle verità serrate e indiscusse che, troppo spesso, influenzano inconsapevolmente e sistematicamente pensieri e scelte quotidiane. Tutti questi "ovvi" e "solidi" luoghi comuni, riescono a radicarsi in noi così profondamente che, quando incontriamo concetti e informazioni completamente contrastanti, facciamo spesso una naturale opposizione persino a prenderle in considerazione.
In una comunità di cannibali, è "normale" mangiare essere umani, così come in Cina è "normale" allevare, macellare e mangiare i cani, allo stesso modo come è altrettanto "normale" in Occidente allevare, macellare e mangiare mucche, pecore, conigli, maiali, struzzi, ecc.. Quelle normalità all'interno delle loro proprie appartenenze di cultura e pensiero, stravolgono completamente il senso della parola "normale" quando un occidentale si ritrova a scontrarsi con l'idea di doversi mangiare il cane che considera il suo migliore amico.
Se affermassi che, cannibali, cinesi e occidentali, in sostanza, si nutrono di "cadaveri", suonerebbe come qualcosa di difficile da digerire per come siamo abituati o ci hanno abituato a chiamare le cose eppure, è esattamente così.
L'uomo, che è fondamentalmente un "frugivoro", ossia predisposto ad un'alimentazione a base di frutta, verdura e semi, ha aberrato e diffuso le sue abitudini alimentari con usanze e tradizioni che ne hanno degenerato completamente la salute e l'evoluzione ad ogni livello. Questa alterazione di adattamento, non fa di lui un "onnivoro" solo perché mangia di tutto come ci hanno insegnato e fatto credere fino a diventare un "ovvio" luogo comune, allo stesso modo come i gabbiani che si nutrono in una di quelle discariche puzzolenti di rifiuti lontani dal mare, non sono dei "rifiutivori". Entrambi, si sono semplicemente adattati a mangiare ciò che avevano di fronte e alterando le loro primordiali esigenze alimentari, hanno alterato anche il loro metabolismo degenerando, di conseguenza, in salute e in bellezza rispetto alla loro natura originaria.
Quello che molti ignorano del tutto, è che le cellule trasmettono la loro memoria le une con le altre attraverso le vibrazioni delle loro oscillazioni. Nella memoria delle cellule degli animali uccisi al macello, sono contenuti dolore, paura, disperazione, risentimento, odio, morte, queste emozioni negative vengono esasperate al momento della morte dell'organismo e conservandosi per un certo periodo anche dopo la loro morte, trasmettono queste emozioni in chi se ne nutre, generando parte dell'aggressività e della violenza attuali.
Dolore genera dolore, violenza genera violenza e morte genera morte, in ogni condizione e forma dell'esistenza
L'insensibilità e la totale indifferenza dell'uomo di questo tempo, è uno dei più tangibili riscontri sul reale stato "involutivo" della sua esistenza. Come qualcuno ha detto, in futuro ci sarà un documentario che racconterà di quando l'uomo si cibava ancora di animali e l'essere ignaro degli effetti e le conseguenze, lo rendevano comunque carnefice ed ugualmente responsabile con il suo tacito consenso e la sua noncuranza!
Sta a noi e a noi soltanto fare ciascuno la propria parte affinché quel tempo, non sia troppo lontano.
Se vogliamo veramente che le cose comincino davvero a cambiare, dobbiamo necessariamente cambiarle cominciando con il riflettere molto più attentamente e sinceramente sulle scelte della nostra vita e sul nostro modo di considerare l'esistenza. E' vero che ognuno ha il diritto di fare le sue scelte nella massima libertà, ma è altrettanto vero che ha anche il dovere di riconsiderare ogni cosa quando quelle scelte, direttamente o indirettamente, causano del male a chi è più debole. Non si tratta soltanto di astenersi da un male così grande che, in ogni caso, si ripercuote sempre e comunque su noi stessi, ma di fermarsi a riflettere, sinceramente, nella presa di coscienza di un momento della nostra esistenza per "sentire" quell'urlo straziante del resto del mondo, soffocato dal nostro egoismo e dalla nostra indifferenza che ha bisogno della stessa comprensione e compassione di cui anche noi abbiamo bisogno per essere perdonati di tanto male e per trovare il coraggio di fare quelle scelte radicali che possono solo avere un effetto costruttivo e meraviglioso su noi stessi e sull'intera umanità .
Al di là del rovinarsi la salute e del danno ecologico, nutrirsi nel rispetto degli altri esseri viventi e della natura, è solo una questione di amore.

giovedì 2 aprile 2009

Se...

Se riesci a conservare il controllo quando tutti
Intorno a te lo perdono e te ne fanno una colpa;
Se riesci ad aver fiducia in te quando tutti
Ne dubitano, ma anche a tener conto del dubbio;
Se riesci ad aspettare e non stancarti di aspettare,
O se mentono a tuo riguardo, a non ricambiare in menzogne,
O se ti odiano, a non lasciarti prendere dall'odio,
E tuttavia a non sembrare troppo buono e a non parlare troppo saggio;
Se riesci a sognare e a non fare del sogno il tuo padrone;
Se riesci a pensare e a non fare del pensiero il tuo scopo;
Se riesci a far fronte al Trionfo e alla Rovina
E trattare allo stesso modo quei due impostori;
Se riesci a sopportare di udire la verità che hai detto
Distorta da furfanti per ingannare gli sciocchi
O a contemplare le cose cui hai dedicato la vita, infrante,
E piegarti a ricostruirle con strumenti logori;
Se riesci a fare un mucchio di tutte le tue vincite
E rischiarle in un colpo solo a testa e croce,
E perdere e ricominciare di nuovo dal principio
E non dire una parola sulla perdita;
Se riesci a costringere cuore, tendini e nervi
A servire al tuo scopo quando sono da tempo sfiniti,
E a tener duro quando in te non resta altro
Tranne la Volontà che dice loro:"Tieni duro!".
Se riesci a parlare con la folla e a conservare la tua virtù,
E a camminare con i Re senza perdere il contatto con la gente,
Se non riesce a ferirti il nemico né l'amico più caro,
Se tutti contano per te, ma nessuno troppo;
Se riesci a occupare il minuto inesorabile
Dando valore a ogni minuto che passa,
Tua è la Terra e tutto ciò che è in essa,
E - quel che è di più - sei un Uomo, figlio mio!

Rudyard Kipling

giovedì 26 marzo 2009

Ancora sull'Africa...

PARLA IL MEDICO FILIPPO CIANTIA


Aids: «Il successo dell’Uganda
dà ragione a Benedetto XVI»


La posizione del Papa sull’Aids? Realista, ragionevole e scien­tificamente fondata. Parola di un medico che da anni si misura col problema in uno dei Paesi africani dove il virus ha colpito più dura­mente, l’Uganda, e dove le strategie di contrasto hanno portato a risul­tati molto significativi, fino a farne un modello. Filippo Ciantia ci vive dal 1980 con la moglie e otto figli. È il rappresentante regionale dell’ong italiana Avsi per la Regione dei Grandi laghi ed è autore di nume­rosi interventi su riviste scientifiche. In uno di questi, pubblicato su Lan­cet, ha messo in evidenza l’efficacia della dottrina cattolica nell’affron­to dell’Aids.

In che senso Benedetto XVI esprime una posizione realista?
La strategia vincente di fronte al vi­rus non può essere meramente sa­nitaria e farmacologica. Si vince te­nendo conto di tutti i fattori che co­stituiscono la persona. I dati dimo­strano che l’Aids è diminuito solo nei Paesi in cui si è lavorato per mo­dificare i comportamenti sessuali e gli stili di vita delle persone, cosa che a sua volta deriva da un lavoro di informazione e educazione che coinvolge le famiglie, le donne, le scuole. È accaduto così in Kenya, E­tiopia, Malawi, Zambia, Zimbabwe e soprattutto qui in Uganda. Ma per ottenere risultati bisogna avere il co­raggio di scelte forti, come hanno fatto da queste parti...

Quali scelte?
Il cuore del problema sta nella mo­dificazione dei comportamenti, per esempio i rapporti sessuali a rischio contemporanei con più partner, che in Africa sono molto diffusi. C’è u­na notevole ritrosia a intervenire su questo terreno perché si dice che in nome della libertà non è lecito in­tromettersi nelle scelte della gente. Ma questa è una posizione ipocri­ta. Come la mettiamo allora con le campagne contro il fumo, l’alcol, la droga che si vanno moltiplicando? Anche questa è invasione di campo? Se un comportamento mette a ri­schio la salute, astenersi dall’inter­venire per cercare di modificarlo si­gnifica in realtà danneggiare le per­sone che lo mettono in atto e l’inte­ra società.

Quindi la Chiesa non fa invasione di campo parlando di astinenza e fedeltà al partner?
La Chiesa fa il suo mestiere e, fa­cendolo, contribuisce al bene di tut­ti. Non c’è un posto al mondo dove l’Aids sia diminuito senza un cambia­mento radicale dei comportamenti ses­suali. Ma per arrivare a questo si deve lavo­rare a livello educati­vo, non ci si può cer­to accontentare di di­stribuire preservativi, confidando nel loro effetto taumaturgico e deresponsabiliz­zando la gente. Lo ha capito bene il governo ugandese che ha laicamente lanciato con succes­so la strategia dell’ABC.

In cosa consiste l’ABC?
Alle persone viene consigliata l’a­stensione dai rapporti (Abstinence), la fedeltà al partner (Being faithful) e – in casi molto particolari e solo per certe, limitate categorie di per­sone – l’uso corretto del profilattico (Condom use). Risultato? La preva­lenza dell’Hiv è passata dal 15% del 1992 al 5% del 2004. E sa qual è sta­to il costo dei programmi avviati per favorire la modifica degli stili di vi­ta? 23 centesimi di dollaro a testa. Ha ragione il Papa: siamo di fronte a una tragedia che non può essere vinta solo con i soldi. Serve una stra­tegia multilaterale che metta al cen­tro il bene della persona.

Cosa vuol dire con­cretamente?
Promozione della condizione femmini­le, sostegno a chi è colpito dal virus con i farmaci (la gratuità è un elemento fonda­mentale e rischia di venire colpito dagli ef­fetti della crisi econo­mica), lotta allo stig­ma e alla discrimina­zione nei confronti dei malati, campagne di educazio­ne preventiva nelle scuole primarie raggiungendo i bambini prima che diventino sessualmente attivi. E per raggiungere questi obiettivi, non si può prescindere dal fattore comu­nitario.

Perché è fondamentale questo ele­mento?
In una società come quella africana è necessario coinvolgere i leader re­ligiosi e le comunità locali. In U­ganda molte organizzazioni si sono prese cura degli orfani (che sono due milioni e mezzo), hanno aiuta­to le famiglie colpite, si sono prodi­gate nell’attività educativa e so­prattutto hanno fatto compagnia ai malati. Come fanno quelli del Mee­ting Point, il partner locale di Avsi, che da anni aiutano migliaia di don­ne a Kampala e in altre città.

Cosa fanno?
Promuovono corsi di igiene e salu­te, prestiti per piccole attività lavo­rative, distribuiscono cibo. Molte donne sono state aiutate a capire che la loro esistenza è più grande della malattia, hanno cominciato il trattamento antiretrovirale che pri­ma rifiutavano perché si sentivano finite, si aiutano a vicenda a pren­dere le medicine. Se una di loro muore, i figli vengono presi in casa da un’altra. Si sentono amate da qualcuno che le considera impor­tanti. È un piccolo miracolo quoti­diano, un’esperienza d’amore più contagiosa del virus. Filippo Ciantia

mercoledì 25 marzo 2009

L'Africa e i preservativi

AFRICA/ 1. Jovine (malata Aids): senza marito e con sei figli ormai orfani, a che mi servono i condom? (Il Sussidiario.net/Italia)
Il Sussidiario.net, 20.03.2009

Cronaca

INT.

Rose Busingye

venerdì 20 marzo 2009

Discutere del problema dell’Aids dalle redazioni dei giornali o dagli uffici politici delle varie istituzioni europee è una cosa; parlarne avendo negli occhi la situazione di decine di donne sieropositive, e dei loro figli che hanno preso il contagio, è tutt’altro affare. Rose Busingye dirige il Meeting Point di Kampala, un luogo di rinascita per 4 mila persone, tra malati e orfani, altrimenti condannate a vivere nel silenzio e nell’abbandono il loro destino di marchiate dall’Hiv.

In questo luogo di intensa umanità, le polemiche sull’uso del preservativo per abbattere il flagello dell’Aids giungono come un’eco lontana.

Rose, che effetto le fa sentire tante voci polemiche intorno a un problema col quale lei lotta ogni giorno?

Chi alimenta la polemica intorno alle dichiarazioni del Papa deve in realtà capire che il vero problema della diffusione dell’Aids non è il preservativo; parlare di questo significa fermarsi alle conseguenze e non andare mai all’origine del problema. Alla radice della diffusione dell’Hiv c’è un comportamento, c’è un modo di essere. E poi non dimentichiamo che la grande emergenza è prendersi cura delle tante persone che hanno già contratto la malattia, e per quelle il preservativo non serve.

Però resta il fatto che comunque si può fare qualcosa per evitare che il contagio si diffonda ulteriormente: in questo caso la prevenzione non è uno strumento utile?

Riporto un esempio, per far capire come veramente a volte non ci si rende conto della situazione in cui viviamo qui in Africa. Un po’ di tempo fa erano venuti alcuni giornalisti per fare un reportage sull’attività del Meeting Point: videro la condizione delle donne sieropositive che sono qui, e rimasero commossi. Decisero allora di rendersi utili, facendo un piccolo gesto per loro: regalarono alcune scatole di preservativi. Vedendo questo, una delle nostre donne, Jovine, li guardò e disse: «Mio marito sta morendo, e ho sei figli che tra poco saranno orfani: a cosa mi servono queste scatole che voi mi date?». L’emergenza di quella donna, e di tantissime altre come lei, è avere qualcuno che la guardi e le dica: «donna, non piangere!». È assurdo pensare di rispondere al suo bisogno con una scatola di preservativi, e l’assurdità è nel non vedere che l’uomo è amore, è affettività.

E per quanto riguarda invece le persone che possono avere rapporti con altre e diffondere il contagio?

Anche lì vale lo stesso discorso: bisogna innanzitutto guardare la loro umanità. Una volta stavamo parlando ai nostri ragazzi dell’importanza di proteggere gli altri, di evitare il contagio; uno di loro si mise a ridere, dicendo: «ma cosa me ne importa, chi sono gli altri? Chi sono le donne con cui vado?». E un altro diceva: «anch’io sono stato infettato, e allora?». L’Aids è un problema come tutti i problemi della vita, che non si può ridurre a un particolare. Bisogna innanzitutto partire dal fatto che bisogna essere educati, anche nel vivere la sessualità. Ma l’educazione riguarda innanzitutto la scoperta di sé stessi: la persona che è cosciente di sé, sa che ha un valore che è più grande di tutto. Senza la scoperta di questo valore – di sé e degli altri – non c’è nulla che tenga. Anche il preservativo, alla fine, può essere usato bene solo da una persona che abbia scoperto qual è il valore dell’umano, se ama veramente, e se è amato. Si pensa forse che dove il preservativo viene distribuito non prosegua il contagio dell’Aids? E poi in certi casi il discorso del preservativo, nelle condizioni in cui ci troviamo, può sembrare a tratti anche ridicolo.

In che senso?

Pochi giorni fa, ad esempio, abbiamo fatto vedere alle nostro donne che cos’è il preservativo, spiegando anche le istruzioni per l’uso: prima di usarlo bisogna lavarsi le mani, non ci deve essere polvere, deve essere conservato a una certa temperatura. Sono state loro stesse a interrompermi: lavarsi le mani, quando per avere un po’ d’acqua dobbiamo fare venti chilometri a piedi? E poi la polvere: anche qualche granello può essere pericoloso e rischiare di strappare il preservativo. Ma queste donne spaccano le pietre dalla mattina alla sera, e hanno la pelle delle mani screpolata e dura come la roccia! Per questo dico che si parla senza minimamente conoscere il problema e la condizione in cui ci troviamo.

Alla luce di questa diffusa ignoranza riguardo ai problemi reali della gente che vive in Africa, che effetto le fanno le polemiche contro il Papa?

Il Papa non fa altro che difendere e sostenere proprio quello che serve per aiutare questa gente: affermare il significato della vita e la dignità dell’essere umano. Quelli che lo attaccano hanno interessi da difendere, mentre il Papa di interessi non ne ha: ci vuole bene, e vuole il bene dell’Africa. Da lui non arrivano le mine che fanno saltare per aria i nostri ragazzi, i nostri bambini che fanno i soldati, che si trovano amputati, senza orecchie, senza bocca, incapaci di deglutire la saliva: e a loro cosa diamo, i preservativi?

In effetti l’Aids non è certo l’unico problema che attanaglia l’Africa.

Ci sono moltissimi altri problemi e situazioni tragiche su cui c’è totale indifferenza. Quando qualche anno fa c’è stato il genocidio del Ruanda tutti stavano a guardare. Qui vicino c’è un paese piccolissimo, che poteva essere protetto, e non si è fatto nulla: lì c’erano i miei parenti, e sono morti tutti in modo disumano. Non si è mosso nessuno, e adesso vengono qui con i preservativi. Ma anche a livello di malattie vale lo stesso discorso: perché non ci portano le aspirine, o le medicine anti-malaria? La malaria è una malattia che qui miete più vittime rispetto all’Aids.

Qual è la situazione ora in Uganda riguardo alla diffusione dell’Aids?

In Uganda si stanno facendo grandi progressi, e il nostro presidente sta operando benissimo e ottenendo ottimi risultati. E il suo metodo non è puntare sulla diffusione dei preservativi, ma sull’educazione: ha istituito un ministero per questo, e ha mandato la gente in giro, nei villaggi di analfabeti per educarli a un cambiamento della vita. La moglie del presidente è stata qui da noi poco tempo fa, e ha detto con forza che il vero punto che può far cambiare la situazione è smettere di vivere come i cani o i gatti, che devono sempre soddisfare i loro istinti; e ha parlato del fatto che l’uomo è dotato di ragione, che lo rende responsabile di quello che fa. Se l’uomo rimane legato all’istinto come un animale, dargli un preservativo non serve a nulla. Questo è il metodo che sta dando risultati, e ha portato la diffusione dell’Aids in Uganda dal 18% della popolazione al 3%. Il metodo funziona, e il cuore del metodo è fare in modo che la gente si senta voluta bene. Lo vediamo qui al Meeting Point: quando le persone arrivano qua, non vogliono più andare via.

(Rossano Salini)

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domenica 22 febbraio 2009

L'adducazzione

Fijo nu ribbartà mai tata tua
abbada a tte, nun te fa mette sotto
si quarchiduno te viè a dà un cazzotto
lì callo callo tu dajene dua.

Si poi quarcantro porcaccio da ua
te ce facessi un po' de predicotto
dije: "de ste raggione io me ne fotto:
iggnuno penzi a li fattacci sua"

quanno giuchi un bucale a mora, o a boccia,
bevi fijo, e a sta gente buggiarona
nun gnene fa restà manco na goccia

d'esse cristiano e ppuro cosa bbona:
pe questo hai da portà ssempre in zaccoccia
er cortello arrotato e la corona

Giuseppe Gioacchino Belli
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