venerdì 21 novembre 2008

Est etica?

26 anni di vita mi hanno insegnato molte cose. L'ultima, che ho capito recentemente, mi ha permesso di liberarmi di un po' di quella pesantezza che mi portavo appresso da quando sono al mondo, rendendomi possibile guardare il mondo con occhi liberi, compassionevoli talora e comunque assai leggeri. E chi mi conosce sa quanto questo mi fosse difficile.
Mi riferisco all'aver finalmente capito che la vita è una bellissima recita su questo palcoscenico comune. Mi rendo conto: non è un pensiero così originale ma neanche pretende di esserlo... Semplicemente è una "intuizione" (come qualcuno mi ha insegnato): un aver capito a livello di sensazioni qualcosa che capire con la testa non serve.
Da allora guardo le persone intorno a me con occhi diversi: ne noto le piccolezze, le debolezze, osservo le loro recite, ne cerco di capire i segreti, le cause... E comunque li vedo finalmente tutti come umani: né migliori né peggiori - in partenza - di qualunque altro umano, di cui condividono i medesimi limiti; è l'intervento delle peculiarità a rendere ciascuno unico.
Da quando ho avuto la ventura di accorgermi di questa verità tanto banale, da allora ho imparato a guardare i "grandi" del mondo da pari a pari. "Grandi", ovviamente, non intendo soltanto Putin e Obama, ma i tanti "grandi" che ciascuno di noi ha intorno, e che un limite infantile ha fatto credere fossero privi dei limiti di partenza di cui io invece mi danno. Guardando costoro da pari a pari ho imparato ad apprezzare ed amare gli sforzi compiuti da costoro per uscire dalla mediocrità umana, sforzi che guadagnano loro il nome appunto di "grandi". Al tempo stesso, ho imparato a non dare per scontati i miei sforzi per giungere alla perfezione, ed anzi a considerarli viatico nobile quanto doloroso per pormi nel cerchio di chi lascerà un segno sulla terra. Ambizione, o forse missione?

Nel capire tutto questo ho anche imparato a contestualizzare una caratteristica fondamentale del genere umano: la recita. Non vi è uomo al mondo che sia in grado di vivere senza maschere. L'ho percepito osservando la foto che un ragazzo usava per presentare se stesso su "Faccialibro": capelli curati, barba studiatamente incolta, sigaretta tenuta tra le mani con aria vagamente sognante... Questa immagine mi ispirava una indicibile povertà d'animo, e non ne capivo realmente il motivo; ma se Maometto non va alla montagna, la montagna andrà da Maometto, e la spiegazione mi si è presentata da sola di fronte: la povertà di costui non sta nel recitare, ma nell'essere rimasto imprigionato nel proprio personaggio.
Recitare, infatti, non è di per sé una colpa. Tutti noi recitiamo, tutti indossiamo migliaja di maschere ogni giorno e questa è la nostra natura stessa ad imporcelo, non c'è da vergognarsene. Qualcuno lo considerava anzi la grandezza dell'essere umano: ce l'ha insegnato d'Annunzio: "navigare è necessario, vivere non è necessario".
Recitare è vivere, anzi navigare in questa vita, e ciascuno di noi lo fa. Ma la maggior parte di noi lo nega, non è in grado di accettarlo, e dunque rimane incastrato nel proprio personaggio convinto che in realtà sia una persona reale. Anche in questo caso non mi sto inventando niente: è quanto cerca di spiegarci Pirandello nell'"Enrico IV": un uomo impazzisce e crede di essere Enrico IV, e finisce per essere assecondato da tutti in questa convinzione. Ma quanto di questo è una recita, e quanto è realtà? Dov'è il limite fra la finzione e la vita reale, fra il protagonista e il re, fra l'attore e il personaggio?
In verità l'attore è esso stesso un personaggio, e smessi i panni di Enrico IV tornerebbe a vestirne altri: più umili ma non meno fasulli. Allo stesso modo, il giovane della fotografia mentre tiene la sua sigaretta tra le mani in una posa studiatissima è convinto di essere libero da maschere, ed in realtà questa convinzione lo rende piccolo e schiavo.

La libertà in effetti non è "essere se stessi" come va di moda dire, perché "se stesso" è già di per sé il personaggio di una scena. Libertà non è fingere che le maschere non esistano, ma scegliere la propria, giudicandone il valore estetico e formale e così dominarle, senza lasciarsi dominare.
Perché - in qualunque caso - la forma è sostanza. E la libera scelta della forma è sostanza di libertà dalle forme.
Non c'è niente di finto, niente di fasullo, niente di forzato. Niente, almeno, di maggiormente finto rispetto alla realtà. E' la consapevolezza di dover comunque recitare un ruolo, ed allora la libera scelta di ciò che si vuole apparire è la libera scelta di ciò che si vuole essere.
La foto che vedete è il personaggio che mi sono scelto: il professor Boris Pupak. Quanto è reale? Quanto è finzione? E' una domanda che non ha senso: è realtà e finzione ad un tempo. Come tutto.

Bisogna fare della propria vita come si fa un'opera d'arte. Bisogna che la vita d'un uomo d'intelletto sia opera di lui. La superiorità vera è tutta qui.
Gabriele d'Annunzio


lunedì 10 novembre 2008

Umano. Troppo umano.

Mi ha insegnato qualcuno che l'umanità bellissima ha come carattere essenziale il limite.
Questo limite ci circoscrive, ci rende differenti ed uguali ad un tempo, ci fa confrontare con noi stessi e con ciò che è altro da noi... Il limite è parte integrante di noi.
Ma come tutte le verità questa è una consapevolezza pericolosa: troppo spesso il limite diventa la caratteristica, il segno distintivo e orgoglioso di un umano che ha rinunciato al sogno.
L'essere nati senza ali è nella natura stessa dell'uomo. Ma questa mutilazione di partenza si è spesso trasformata nella rassegnazione al non tentare neppure il volo. Ma chi può esser realmente certo di non saper volare, finché non prova?
Il risultato? Il castrante gioco al ribasso nel quale la fallacità propria dell'uomo diventa un comodo porto ove rassegnarsi a priori. "Cosa posso farci? Sono solo un uomo..!"
Ciascuno di noi si fa volontariamente indulgente nei confronti delle piccole, continue incoerenze che da sole non cambiano niente, ma che rappresentano in sé la rinuncia alla ricerca della perfezione. Ed è invece proprio quella ricerca la tensione della corda pronta a scoccare la freccia, la positiva pressione dell'anima intrappolata in un corpo troppo troppo stretto, il non rassegnarsi mai alla mediocrità delle nostre mille debolezze ribellandocene continuamente, cercando incessantemente una perfezione che non avremo mai.
Ma se il limite è in verità invalicabile, se il nostro corpo è realmente incapace di volare, a che vale questo doloroso esercizio mentale? In verità, è tutt'altro che superfluo. E' l'unico modo che abbiamo per non rassegnarci alla mortalità, all'errare humanum inscritto nel nostro genoma, a questa dannata forza di gravità che ci tiene inesorabilmente legati alla terra sporca.
Rassegnarci ad essa, questo si è un limite umano. Troppo umano.

"Se nella vita umana trovi qualcosa di superiore alla giustizia, alla verità, alla temperanza, alla fortezza, e, in una parola, al fatto che alla tua mente basti se stessa, nelle azioni che ti fa compiere secondo la retta ragione, e il destino, nella sorte che ci viene assegnata indipendentemente dalla nostra scelta; se, dico, vedi qualcosa di superiore a questo, rivolgiti a esso con tutta l'anima e godi del bene supremo che vi trovi. Se invece niente ti risulta superiore al demone stesso che dimora in te e che ha sottomesso a sé i tuoi impulsi personali, che vaglia le tue rappresentazioni, che si è sottratto (come diceva Socrate) alle passioni dei sensi, che si è sottomesso agli dèi e si cura degli uomini; se rispetto a questo trovi tutto il resto più piccolo e vile, non lasciare spazio a nient'altro: perché una volta che tu abbia preso a inclinare e a gravitare verso qualcos'altro non sarai più in grado di onorare indisturbato, al di sopra di tutto, quel bene che è davvero e solo tuo: al bene della ragione e della società, infatti, non è lecito contrapporre qualsivoglia cosa di altra natura, come gli elogi della gente o le cariche o la ricchezza o il godimento dei piaceri. Tutte cose, queste, che se anche per un po' sembrano rispondere a un intimo equilibrio, all'improvviso prendono il sopravvento e fuorviano. Tu però, dico; scegli in modo semplice e libero il meglio e attieniti a questo. «Ma il meglio è l'utile». Se intendi l'utile dell'essere razionale, osservalo sempre; se invece intendi l'utile dell'essere animale, dichiaralo e tieni fermo il tuo giudizio, senza vane esibizioni; soltanto, cerca di condurre la tua valutazione con assoluta sicurezza."

Marco Aurelio
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