sabato 12 gennaio 2008

Dell'ozio

Non sempre l’Italiano rende onore al padre latino.
C’è una parola in particolare che in italiano ha assunto un ingiustificabile significato negativo: la parola otium. Nella lingua dei nostri padri, l’otium è in effetti – come invece in italiano – non l’inerzia pigra del nullafacente, adagiato sulla rendita che gli permette di non lavorare dandosi piuttosto ai vizi della “bella vita”. In latino l’otium è piuttosto l’equivalente dell’ebraico shalom, quello che ha trovato compimento nel terzo comandamento: “ricordati di santificare le feste”, o meglio: “ricordati di riposare il sabato” ("idcirco praecepit tibi, ut observares diem sabbati"), e quindi ricordati di celebrare lo shalom, la pace interiore, la contemplazione divina, il riposo del lavoratore che persino Dio decise di celebrare durante la creazione del mondo ("Et benedixit Deus diei septimo et sanctificavit illum, quia in ipso requieverat ab omni opere suo, quod creavit Deus, ut faceret"). Lo shalom, l’otium è un riposo tutt’altro che “ozioso”: lungi dall’essere “il padre dei vizi” è invece la contemplazione sognante del creato, è l’inno di gioia al mondo vivente, è il godimento passivo delle dolcezze della terra, l’amore dell’armonia, della musica, della poesia. L’otium è pace, e infatti l’espressione in otium vivere significa vivere in pace, senza affanni. Ab hoste otium fuit: Dal nemico venne la pace.
Il contrario di otium è ovviamente il negotium, padre del nostro “negozio”. In latino significa dissidio, discordia, inimicizia, ma anche difficoltà, fatica. Il negotium è di fatto il dolore frutto della condanna di Dio ad Adamo disobbediente: “Poiché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell'albero, di cui ti avevo comandato: «Non ne devi mangiare», maledetto sia il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita”. Se oggi ha un’accezione positiva è solamente perché – nella società dei consumi – restare fermi è male, e bene è lavorare sempre e comunque. Lavorare per produrre, per guadagnare, per occupare le giornate. Nella società fondata sulla crescita del PIL il non lavoro è per forza di cose un male, e il tempo passato fuori dall’ufficio deve essere “speso” a favore di altri lavori: nei locali, nei bar, nelle sale, nei tanti luoghi deputati al reddito.
Nella società di oggi, il tempo passato a fare del volontariato, o in parrocchia o con il proprio nonno o ad aiutare dei bambini disagiati, o a fare politica o volontariato in un canile o dove altro si possa aiutare chi soffre, nella società di oggi questo tempo è buttato perché non produce reddito, non aumenta il PIL, non fa circolare denaro. Lo stesso dicasi per quel tempo riservato all’approfondimento dei rapporti umani, dei legami comunitari di piccolo, medio e ampio raggio ma finalizzati alla pura conoscenza.
Oggi chi avrebbe la coscienza pulita dopo aver passato una giornata sotto un albero, a leggere o a suonare il piffero come il Titiro di virgiliana memoria (tu, Tityre, lentus in umbra formosam resonare doces Amaryllida siluas), o come un animale selvatico, che passa il giorno a godere del sole dopo essersi procacciato il cibo?
Sarebbe una grande sfida riscoprire il gusto dell’ozio. Bisognerebbe trovare il coraggio di dedicare qualche ora della giornata a non far niente di produttivo: televisione spenta, telefono spento, contemplare la natura che ci circonda silente, riconciliarsi con la propria vita al suono dolce del coro degli uccelli, senza mai guardare l’orologio. Sarebbe una piccola rivoluzione che ci porterebbe a recuperare la dimensione delle cose. E così capiremmo che sono proprio le ore “oziose”, le ore passate senza produrre reddito, quelle più degne di essere vissute.
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