sabato 24 giugno 2006

La libertà

Parco del Colle Oppio, 22 giugno.
È sempre frequentato così male questo posto. Non bastavano gli immigrati costretti a dormire tra le rovine e a morire di caldo o di freddo in nome di un assistenzialismo mascherato da solidarietà. Ora ci si mettono anche i "pankabbestia", brutti da far paura alla fame, sporchi che loro sanno, e con l'immancabile seguito di cani.
Sono quattro-cinque, disgustosi, neri vestiti come capita e coi capelli rasati per metà e per metà lunghi, da bravi figli di papà alla moda.
Mi giro pensando ad altro, mi da fastidio che si siano spinti fin qua, ma non mi suiciderò per questo.
Guardo l'albero, rischia di cadere. Sarebbe un disastro storico, ma non so come evitarlo... Improvvisamente sento guaire, latrare in quella maniera strappalacrime come solo i cani sanno fare. Mi affaccio: è il cane dello zozzone, piange senza essere toccato, cerca rifugio su se stesso dall'omino che lo cerca di prendere. Il pianto risveglia nel suo ricordo bastonate che non ha mai capito.
Il ragazzotto lo afferra per il collare, lo solleva un po' e comincia a camminare trascinandolo. Non ha voglia di restare piegato, e quindi lo solleva per il collo costringendo il cane ad un andatura innaturale.
La corazza che mi sono costruito funziona a metà. Non soffro, provo rabbia. E la rabbia è un sentimento positivo.
Torno a pensare al mio albero, ed agli incerti destini del mondo appesi ad esso.
Passano dieci minuti, e il mio pensiero è volato verso altre spiagge lontane, che forse neanche esistono.
Altri latrati attirano la mia attenzione. Stavolta sono grida umane, berci senza musica che chiamano senza impegno un nome inglese. Torno a girarmi verso il parco, le grida sono ancora lontane. Dopo qualche secondo passa di fronte a me, correndo come una freccia in una direzione che solo lui sapeva, il cane bianco dalla coda arricciata, lo stesso che dieci minuti prima piangeva per l'ingiustizia della propria condizione. Ha trovato il coraggio, forse proprio per non vedersi piangere più.
E corre come un felino, attraversa il parco umano e punta dritto a quella che sa essere l'uscita. Non si guarda mai indietro, non ci pensa un istante. Non si ferma neppure superata la recinzione, imbocca Via del Monte Oppio, riposerà più tardi, ora deve soltanto correre, raggiungere la libertà della propria natura. Il cane fedele fino alla morte ha scelto la libertà, ha scelto di correre più veloce di loro, dove due sole zampe non sanno arrivare. Dietro di lui, a sempre più metri di distanza, due drogati corrono sempre più piano, e cercano di tenere gli occhi su quel punto bianco sempre più piccolo.
Dio solo sa se mi sono ingannato, ma sul muso di quel cane mi è parso di vedere uno sguardo nuovo.
Nessuno mi convincerà che non fosse un sorriso animale.

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