domenica 13 agosto 2006

Israele sbaglia


Muovo a nausea quando vedo l'opinione pubblica disgustarsi per i cadaveri dei bambini libanesi uccisi dalle bombe: l'ipocrisia è una brutta bestia. L'uomo conosce un solo sistema di risoluzione delle controversie internazionali: la guerra. E questo malgrado la costituzione italiana preveda il nostro ripudio, salvo però non individuare alcuna alternativa. Dunque la guerra è l'unico mezzo conosciuto per portare la pace, e la guerra fa vittime civili, uccide bambini, suore, animali. Dunque basta con la favola che Israele sbaglia perché uccide civili: la guerra ad Hezbollah è quantomeno comprensibile, ed è normale che nel colpire i miliziani si colpiscano i cosiddetti civili. Anche se certo non si capisce come l'antico faro di Beirut costituisca un obiettivo militare. Ma tant'è. Israele non sbaglia dunque nel fare la guerra a chi ne desidera la distruzione. È suo diritto e anzi dovere garantirsi la sopravvivenza distruggendo con ogni mezzo chi la minaccia: magari lo avessimo fatto noi quando a Bolzano esplodeva il monumento alla Vittoria, o a Bologna la stazione. Israele sbaglia nel non volere la pace, e nell'aver fatto di tutto per evitarla, servendo un'ideologia malvagia quanto il fondamentalismo islamico: il fondamentalismo sionista. Questa ideologia razzista sostiene la creazione di una Grande Israele dal Mediterraneo alle rive del Giordano (qualcuno dice addirittura dal Tigri al Nilo) che aspetti la venuta del Messia il quale romperà la testa dei nemici del popolo di Dio. Non ho elementi per sostenere che questa convinzione sia maggioritaria, certamente è al potere. La colpa di Israele è di aver prodotto nei decenni un'esasperazione che ha sempre più allontanato la pace, perché questa avrebbe significato la costituzione dello stato di Palestina e quindi la definitiva rinuncia di ogni pretesa su Cisgiordania e Gaza.
D'altronde risale ormai al 1947 la risoluzione dell'ONU n.181, che prevedeva la costituzione dello Stato di Palestina, impedita da subito dalle truppe di David. Da allora ci sono stati parecchi conflitti vinti sempre dallo stato ebraico, il quale nel 1967 compie il grande passo: l'occupazione dei territori teoricamente "destinati" allo Stato di Palestina: la cosiddetta Cisgiordania e la striscia di Gaza. La comunità internazionale ha costretto poi lo stato ebraico ad abbandonare quelle zone (mai completamente, neanche per un giorno) lasciando all'Autorità Nazionale Palestinese il graduale controllo di alcune città , non prima però di aver sparso un po' ovunque quella che non può aver altro nome se non quello di vergogna: le colonie. Sono città fortificate, abitate da sionisti convinti e difese da parecchi soldati, da muri sormontati da filo spinato. La vergogna di queste colonie è che si trovano a centinaia in pieno territorio palestinese, spezzettando e frammentando la continuità territoriale di quello che dal ’47 aspetta di diventare uno stato arabo. In questa maniera Israele ha messo un'ipoteca sul futuro: "Siamo costretti ad andarcene - sembrano dire quelle colonie - ma ritorneremo".
Per qualche anno, malgrado tutto, la terra di Palestina ha comunque conosciuto la pace. Quando c'è stato chi scrive era il Settembre del 2000. Non si sparava un colpo da tempo, le città principali della Cisgiordania erano in mano all'ANP, che con i suoi poliziotti governava decisamente bene. Gerico, Hebron, Ramallah, Betlemme. Certo da questa città, povera ma bella, si poteva vedere a poche centinaia di metri una colonia israeliana fortificata e ricca, e così nel cuore di Hebron viveva una città di 400 ebrei protetti da parecchi soldati all’interno di un’altra città di migliaia di arabi. Ma quantomeno si viveva, c'era la pace. Tutto è finito un bel giorno di Settembre quando Sharon, il capo del Partito anti-arabo, pensò bene di fare una passeggiata nel terzo luogo sacro all'Islam: la spianata delle moschee, da dove si crede Maometto sia asceso al cielo. Sharon sapeva benissimo della provocazione che questo significava. E riuscì nel suo intento: sassaiola, scontri, e lo scoppio della seconda Intifada, a quel tempo ancora la guerra dei sassi contro i carri armati. Questa passeggiata permise al suddetto politico di vincere le elezioni, e questo pone seri dubbi sulla voglia di pace del popolo israeliano. Il mondo scandalizzato dalla recente vittoria di Hamas non disse una parola per la vittoria del Likud cinque anni fa. Subito il pretesto era colto: rioccupati i territori con i carri armati, rase al suolo le case, distrutti i campi, ripreso il controllo delle città arabe. Dopo cinque anni di occupazione, di violenze da entrambe le parti (quelle israeliane più "efficaci", stando almeno al numero dei morti), di povertà, di campi distrutti e di acquedotti interrotti, le elezioni in Palestina, svolte con un imposto sistema democratico, hanno visto la vittoria di Hamas, l'organizzazione che non riconosce lo Stato di Israele. Noi chi avremmo votato? O meglio, chi si sente di condannare un popolo che vissuto nell'indigenza, nella guerra, nel terrore e nell'odio per decenni decide di votare l'unica organizzazione che sembra voler risolvere il problema per sempre, l'unica organizzazione che non avendo mai governato non si è ancora macchiata di corruzione, e che ancora crede nella rinascita del popolo palestinese? Chi scrive forse avrebbe votato Hamas, e io credo anche molti di quelli che leggono. Comunque Hamas ha vinto, e il mondo intero ha tagliato i fondi alla già inutile ANP, interrompendo il pagamento degli stipendi dei dipendenti pubblici e costringendo i palestinesi ad accettare il corteggiamento dell'Iran, ricco e disposto ad aiutare l'ANP.
Ciò che farebbe ridere, se non facesse rabbia, è la motivazione con cui i fondi sono stati tagliati: Hamas non riconosce lo stato di Israele. Un'"autorità" senza alcun potere, senza libertà né continuità territoriale si permette di non riconoscere una democrazia forte e solida, ricchissima e dotata di testate nucleari e di appoggi internazionali. Nessuno però si sogna di tagliare i fondi a chi non riconosce lo Stato di Palestina, anzi a chi non ne permette neppure la costituzione.
Le prese in giro non sono finite. È lo stesso Sharon ad annunciare un “doloroso” piano di smantellamento delle colonie. Sono in venti ad essere svuotate ed abbandonate, tutte nella Striscia di Gaza. La presa in giro sta nel fatto che mentre venivano abbandonate queste (la punta dell’iceberg, se pensiamo che l’intera Israele è grande pressappoco come il Lazio, e la Striscia di Gaza ne rappresenta l’1,8%) si rafforzavano quelle in Cisgiordania: centinaia, abitate da migliaia di coloni. L’integrità territoriale palestinese veniva quindi per la prima volta riconosciuta, ma per il solo territorio intorno a Gaza; la Cisgiordania, decisamente più grande, veniva occupata con maggior convinzione grazie anche al muro anti-terrorismo: niente di scandaloso, se non divorasse intere fette di territorio arabo.
Insomma Israele ha torto da vendere. Questa guerra sarebbe da condividere, se non fosse il frutto scatenato da una politica coloniale di non riconoscimento dell'altro. Una politica che alla lunga sta colpevolmente logorando le ultime possibilità di una convivenza pacifica tra i due popoli. E questo, forse, è proprio lo scopo di chi comanda, a Tel Aviv.
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