venerdì 3 marzo 2006

Il nome del Signore


Molto tempo fa viveva nella terra di Palestina un uomo giusto e amato per la sua rettitudine morale, al quale Dio aveva dato in dono ricchezze di ogni genere, una prole numerosa e fedele, buoi e vacche in quantità (ma potremmo dire automobili e case di proprietà) che gli rendevano una mole di denaro più che sufficiente per vivere felice. Quest'uomo si chiamava Giobbe.
Un bel giorno un messaggiero giunse a casa di Giobbe per informarlo che i suoi figli erano morti, e con essi era perduto il bestiame e tutti i suoi averi guadagnati con il sudore della fronte e i sacrifici di una vita.
Costretto a vivere in una grotta, Giobbe passava le giornate seduto nel letame a grattarsi con un coccio le purulenti piaghe di una malattia gravissima e temuta, come oggi il cancro.
La moglie bestemmiava Iddio ripetendo una frase ancora oggi molto attuale: "Se Dio è buono non può volere tutto questo. Dunque o non esiste o è cattivo". E così il cuore di questa donna smise di amare Dio.
Diversa la reazione di Giobbe. Egli sapeva che la ricchezza era stata un dono gratuito del Signore, e così non dubitava di Lui neppure nella disgrazia. Amava ripetere: "Il Signore ha dato, il Signore ha tolto. Sia benedetto il nome del Signore" e così dicendo continuava a benedire Dio nella povertà, come aveva fatto nella ricchezza, come Gesù Cristo stesso farà nell'ora dell'angoscia con quelle splendide parole: "Sia fatta la tua volontà, non la mia".
La storia ha un lieto fine: vista la devozione del suo servo, Dio gli dona dieci volte più di ciò che aveva, e lo accoglie nel suo regno dove non c'è dolore.
L'esperienza quotidiana è purtroppo altra cosa. Quanto spesso i nostri piccoli cervelli - nel vano tentativo di comprendere la grandezza di Dio - si ritrovano a considerarlo piuttosto il servitore delle proprie esigenze, l'amministratore dei propri beni, il soldato posto a guardia del nostro tesoro. E così facendo dimentichiamo di essere noi a dover gioire della sua bontà, a doverci felicitare ogni giorno per la buona notizia, che è la futura, inevitabile, vittoria del bene sul male, della vita contro la morte.
E invece da piccoli uomini ci limitiamo ad aspettare che il Signore arrivi ad appianare come noi vogliamo le montagne della nostra vita, in cambio quando va bene di tre quarti d'ora di noia a settimana. Quei tre quarti d'ora che lui ha creato per noi, che facessero da porto sicuro per non perderci in mare aperto.
Se tutti noi solo ci sforzassimo di benedire le disgrazie e il dolore della vita, consapevoli che ogni passo è necessario sulla strada che conduce inevitabilmente all'alba, bé io credo che sarebbe un mondo decisamente migliore.

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