26 dicembre 2009

Volta la carta

22 ottobre 2009

La carne che uccide


NEW YORK – L’impatto ambientale del consumo di carne è molto più devastante di quanto non si sia pensato fino ad ora. Lo affermano gli scienziati americani Robert Goodland e Jeff Anhang, co-autori di Livestock and Climate Change, uno studio pubblicato sull’ultimo numero dell’autorevole World Watch magazine dove affermano che oltre metà dei gas serra (o GHG) prodotti oggi dall’uomo sono emessi dagli allevamenti industriali di bestiame.



Già nel suo dossier del 2006 Livestock's long shadow (La lunga ombra del bestiame) la Fao aveva attestato come il settore della produzione di carne sia causa del 18% delle emissioni totali di gas serra dovute alle attività umane: una percentuale simile a quella dell'industria e molto maggiore di quella dell'intero settore di trasporti (che ammonta a un 13,5%).

Ma secondo le più recenti rilevazioni effettuate da Goodland e Anhang il bestiame e i suoi sottoprodotti immettono nell’atmosfera oltre 32.6 miliardi di tonnellate di biossido di carbonio all’anno, ovvero il 51 % delle emissioni di GHG prodotte annualmente nell’intero pianeta.




La carne presente nella nostra dieta è responsabile, insomma, dell'immissione in atmosfera di una quantità di gas serra - anidride carbonica (CO2), metano, ossido di azoto e simili – ben maggiore di quella immessa dai mezzi di trasporto o dalle industrie. Il motivo? Per la produzione di 225 grammi di patate si emette una quantità di CO2 pari a quella generata dal guidare un'auto per 300 metri. Per la stessa quantità di asparagi, è come guidare la stessa auto per 440 metri. Per la carne di pollo, molto di più: 1,17 km, per il maiale 4,1 km, per il manzo 15,8 chilometri.

La conclusione dei due ricercatori è drastica quanto inevitabile: “Per invertire il devastante trend che sta inesorabilmente modificando il clima del pianeta Terra basterebbe sostituire i prodotti animali con quelli a base di soia o di altre colture vegetali. “Questo approccio avrebbe effetti molto più rapidi sulle emissioni di GHG e sull’effetto serra di qualsiasi altra iniziativa per rimpiazzare i combustibili fossili con energia rinnovabile”, affermano i due esperti.



Non si tratta, insomma, dell’ennesima moda alimentare o imperativo etico-religioso ma di una condicio sine qua non per assicurarsi che il nostro meraviglioso pianeta esista ancora per i figli dei nostri figli. Prima che sia troppo tardi.

16 ottobre 2009

Salvate le scimmie del Nepal!

Vittoria! La campagna "Gateway to Hell" (I cancelli dell'inferno) ha
vinto: il governo del Nepal ha deciso di porre fine definitivamente alla
cattura e allevamento delle scimmie destinate ai laboratori di
vivisezione, e ha ordinato di liberare tutte le scimmie finora
catturate, che potranno così essere libere nelle foreste da cui erano
state prese!

Il governo del Nepal aveva vietato sei mesi fa l'esportazione delle
scimmie, dopo una pressione internazionale con oltre 50 proteste in 13
paesi e innumerevoli mail mandate alle istituzioni nepalesi. Ma le
scimmie rimanevano prigioniere in attesa che fosse deciso se la loro
cattura e allevamento fossero ammessi o meno. A fine agosto 2009,
finalmente, il governo ha deciso che anche l'allevamento doveva essere
vietato, e quindi lo stabilimento finora costruito dovrà essere chiuso e
i 400 animali prigionieri dovranno essere liberati.

Il ministro delle politiche forestali ha dichiarato: "Abbiamo deciso di
non permettere l'esportazione delle scimmie, quindi chiederemo agli
allevatori di rilasciarle nell'arco di una settimana". E una lettera in
questo senso e' stata effettivamente spedita al coordinatore in Nepal
del National Biomedical Research Centre (NBRC) che da 5 anni gestisce
l'impianto di allevamento. L'obiettivo del NBRC era quello di allevare
scimmie rhesus, inizialmente catturate in natura, anche dai templi
sacri, per esportarle in America a scopi di "ricerca scientifica".

Le proteste, i danni di immagine che avrebbe subito un paese che trae
molte risorse dal turismo, il dialogo costruttivo con molti
ambasciatori, e l'attivismo locale hanno avuto la meglio sulle minacce e
richieste di risarcimento degli americani.

La vittoria di questa campagna e' particolarmente importante perche' le
rhesus nepalesi hanno delle caratteristiche che, secondo i vivisettori,
le rendono "indispensabili" per certi tipi di ricerca e non sono
sostituibili dalle altre sottospecie di origine cinese. Se verra'
mantenuto il divieto di esportazione attualmente esistente in India e
Bangladesh, possiamo sperare che nell'arco di pochi anni verranno
invalidati i risultati di molte "ricerche" in quanto non piu'
riproducibili per mancanza di vittime adatte.

I promotori della campagna ringraziano, nel loro comunicato di
"scioglimento" della campagna per "sopravvenuta vittoria", tutte le
persone che in questi anni hanno sostenuto la campagna, a nome delle 400
scimmie che hanno ritrovato la liberta' e di tutti i loro piccoli che
non conosceranno mai la cattivita'.

E terminano dicendo: "Ci auguriamo sinceramente che questo successo
possa ispirare altre campagne. Il movimento antivivisezionista sta
facendo grandi passi avanti, e ci sono molte campagne che val la pena
sostenere. Crediamo fermamente che l'abolizione degli esperimenti sui
primati in Europa sia un obiettivo realistico e raggiungibile, che
potrebbe rappresentare un punto di svolta per la ricerca sui primati a
livello mondiale. Invitiamo tutti i nostri sostenitori europei di
impegnarsi per questo obiettivo".

A questo invito ci associamo come AgireOra Network, e chiediamo di
partecipare alla campagna "Salviamo i primati" e diffonderla il più
possibile!

Vai alla Campagna "Salviamo i primati dalla vivisezione" - fase 2:
http://www.agireora.org/info/news_dett.php?id=815

Fonte:
Comunicato della Campagna Gateway to Hell, The monkeys are going to stay
in their own country, 1 settembre 2009
http://www.gatewaytohell.net/news/2009/june/01_09_NP_2.htm

11 agosto 2009

Diario di viaggio - III giorno: Aquile e mine


Giungo a Jajce di buon mattino. Sarebbe una città deliziosa, se solo gli abitanti decidessero di reagire alle ferite della guerra.
Una cittadina medievale, dove furono incoronati alcuni sovrani dello storico e glorioso Regno di Bosnia.
Attraverso una scala stretta e frustata dal sole raggiungo la fortezza: il paesaggio da qui non potrebbe essere altro che bosniaco, e da' la misura esatta del fascino di questa terra. Jajce - il cui nome deriva dalla forma della città, che ricorda un uovo - si trova praticamente al centro della Bosnia; il fiume crea due splendide cascate di diciotto e venti metri proprio all'interno della città. Tutt'intorno una gola chiusa fra montagne verdissime.
A poca distanza sta Travnik, che raggiungo attraverso un sentiero montuoso. Tutto il percorso è costellato di scheletri di case, che la cartina chiama villaggi. In realtà di essi non resta che qualche muro diroccato, e all'interno le travi ancora bruciate dal fuoco. Solo alcune di queste che non oso chiamare abitazioni ospitano ancora qualche vecchietto serbo, stupito del mio passaggio, abituato forse soltanto agli animali che sicuramente popolano la vegetazione completamente selvaggia, e alle splendide aquile reali, una delle quali vola in alto sulla mia testa mentre passo, facendosi riconoscere grazie al suo grido.
Entro in un bosco, e mi colpisce la vegetazione: qui l'uomo sembra non passare molto spesso, e comunque mai fuori dallo stretto sentiero battuto. Il perché lo immagino, ma ne ho presto la conferma: sul limitare di un bosco, proprio a fianco alla strada, un cartello rosso indica la presenza di mine. In tutta la Bosnia-Erzegovina sono centinaja di migliaja, e di moltissime non si conosce la posizione, motivo per il quale è vivamente sconsigliato uscire dai sentieri e dalle strade. Sempre, certo, che si sia affezionati ad entrambe le gambe...
Arrivo a Travnik, ed è una liberazione. L'antica residenza dei visir - dove riposavano in vita e dove molti riposano ancora nelle tante "turbe" - assomiglia vagamente a qualche nostro villaggio della Calabria, ma le moschee sono tantissime e fra tutte spicca la bellissima "moschea multicolore". La chiesa di San Giovanni Battista invece è frequentata dai croati della città.
Al centro svetta il castello, da cui si domina la vallata.
Ma il sole sta calando, e Sarajevo mi aspetta.

08 agosto 2009

Diario di viaggio - II Giorno: il limes


Entro in Bosnia di buon mattino e subito mi ritrovo nella triste conca di Bihac, bagnata dal fiume Una; pare che i legionari romani lo chiamassero così per sottolinearne l'unicità e la bellezza, ed effettivamente è uno spettacolo incredibile. La città è cresciuta attorno a questo fiume diversi secoli fa, e per diverso tempo è stata contesa tra ottomani e croati. I segni di questa lotta stanno tutti nella prima chiesa di Sant'Antonio trasformata in moschea, e nella seconda chiesa dedicata allo stesso santo, mai portata a termine.
Riparto da Bihac in direzione Banja Luka, e mi ritrovo nella Kranjia, che vuol dire "terra di confine": questa regione è abitata in buona parte da serbi discendenti di coloro che furono trasferiti dagli Asburgo perché - buoni combattenti - difendessero con la loro presenza il confine coi turchi.
Mi fermo a Bosanska Krupa, ancora sul fiume Una. Qui la guerra deve essersi sentita molto: dal castello che domina la città sono ancora affacciati due mortai. Nel piccolo centro, una chiesa cattolica, una ortodossa e una moschea, a distanza di pochi metri. E mentre il muezzin canta la sua nenia araba noto che sulla facciata della chiesa ortodossa qualcuno deve aver "fucilato" il mosaico della Madonna col bambino, un po' come facevano gli anarchici nella guerra civile spagnola.

Dopo un diversi chilometri sono a Banja Luka. E' una città moderna, viva, completamente ricostruita dalle devastazioni di un terremoto e della guerra. Vi erano sedici moschee prima che i serbi del posto le facessero saltare in aria nel 1993. Ora ne stanno ricostruendo una, lentamente, da più di tre anni.
E' la capitale della Repubblica Sprska, l'entità serba separata che controlla il 49% del territorio della Bosnia-Erzegovina e di cui in occidente si sa così poco. Bandiere serbe dappertutto, tutte le scritte in cirillico, chiese ortodosse maestose quasi a segnare un nuovo confine, un limes che stavolta non scorre sulle cime delle colline ma tra gli abitanti di questa terra.

07 agosto 2009

Diario di viaggio - I Giorno: il confine


Mi avvicino alla Bosnia come ci si avvicina ad un animale selvatico di cui si ignora la ferocia. Poche ore di viaggio mi portano dalla bella Trieste - a cui lascio in affidamento un pezzetto di cuore - al Parco della Plitvicka Jezera, nell'entroterra croato. Mi appollajo qui questa notte, a Dreznic Grad, uno degli ultimi paesini prima del confine bosniaco. Prima di trovare alloggio presso la famiglia Franjkovic (con cui comunico a gesti) decido di andae a guardare il confine che valicherò l'indomani. Dista soli tre chilometri da Licko Petrovo Selo, ultimo agglomerato di case croate perlopiù danneggiate dalla guerra. L'intera zona è minata e le facciate delle abitazioni mostrano bei gerani rossi, non curandosi dell'intonaco bucherellato da esplosioni e spari. Un cartello mostra i campi ancora minati conosciuti: praticamente tutta la zona.

Mi addentro in una viuzza e scopro esattamente quello che un viaggiatore nei Balcani si aspetta di trovare: i poveri resti di un aereo da guerra spiaggiato tra gli alberi. Il portello del pilota è completamente crivellato di projettili: non è difficile provare pietà per il pilota. Sul fianco, la stessa sorte è toccata al simbolo nazionale dipinto sul veivolo: qualcuno ci si è accanito con disperata ferocia, e l'ha reso irriconoscibile.
Tornando indietro mi fermo a scrutare il confine: una distesa pianeggiante di tre chilometri, completamente disseminata di mine. Di là, si vede distintamente il minareto di Mala Peca; fa un effetto stranissimo uno spettacolo simile nel cuore della vecchia Europa, su di un confine che ha parecchi secoli (era l'antico confine fra Impero Ottomano e Impero Abrurgico) ancora non completamente asciutto dal sangue.

16 luglio 2009

I CAMPO CYRANO