venerdì 15 gennaio 2016

L'"invasione" degli immigrati e l'eutanasia dell'Europa

Il punto non è la presunta invasione di immigrati mediorientali, magari eterodiretta da chissà quale regia occulta del male, che controlla tutto e riesce a farlo sempre in silenzio.
Il problema vero è che questi migranti, qualunque sia la ragione per cui entrano in Europa, trovano un deserto, più che una fortezza.
Forze fresche provenienti da terre culturalmente meno sviluppate hanno gioco facile a imporre la propria legge per le strade deserte di un continente che ha completamente perduto autocoscienza, diventando come - da ignoranti - presumiamo siano gli animali di cui non comprendiamo i gesti.
La crociata contro il presepio, o l'esposizione del crocifisso, non l'hanno fatta gli "invasori" ma noi stessi, prede di un cupio dissolvi direttamente conseguente all'opulenza grazie alla quale la borghesia ha decretato la morte di Dio.
E così assistiamo imbelli a quella che chiamiamo "invasione", che è più propriamente la triste fine di un pensiero occidentale soppresso per eutanasia. Lo abbiamo voluto noi: abbiamo sostituito Dio con la Ragione nella presunzione che questa potesse spiegarci tutto, e per convincercene abbiamo dovuto cambiare la domanda: "come?", e non più "perché?"; e disinteressarci al "perché" ci ha trasformati in liberisti, tecnocrati, scientisti... insomma disperati.
La disperazione derivante dall'assenza di un "perché" ci ha costretto a inventare la psicanalisi, ma neanche questo è bastato ed è così diventata inevitabile l'eutanasia: oggi i paesi più "avanzati" della nostra civiltà estendono il diritto al suicidio assistito (sarebbe più corretto chiamarlo omicidio consensuale) anche a coloro che - magari giovani e sani - soffrono di depressione, cioè sentono ancora il bisogno di un "perché".
Ed ecco che questa Europa, divenuta sterile e igienica corsia di un ospedale dove non si guarisce ma si muore, viene ora attraversata da popoli più giovani il cui dio è ancora vivo.
Chiudere le frontiere, sparare, ricollocare non sono soluzioni efficaci contro l'"invasione". I migranti sono portatori di una cultura più viva della nostra, perché sono ancora convinti di inseguire un "perché". Le loro vite hanno uno scopo, per folle che ci appaia, mentre le nostre non più.
E senza colpo ferire, a loro basta osservarci mentre abbattiamo da soli le nostre chiese, mentre cancelliamo da soli i nostri presepi e insegniamo ai nostri bambini che il Natale è la festa della stellina, e che un dio vale l'altro perché l'importante è volerci bene. Anche in questo caso conta solo "come" volerci bene, senza badare al "perché", che non ne è più presupposto.
E se manca il "perché" tutto è possibile, valido, lecito. Non esistono valori universali perché non esiste più l'universale.

Al centro di una città al centro d'Europa, centinaia di persone aggrediscono e molestano delle donne.
In questa occasione Angela Merkel - che è donna ed è famosa per aver dimostrato con l'intransigenza l'indissolubilità degli accordi finanziari - ammonisce: "chi viene in Europa deve rispettare la nostra cultura". Non grida alla vergogna, non denuncia l'inferiorità culturale di quanti dimostrano così di trovarsi a un gradino inferiore della civiltà, non si appella alla dignità intangibile della persona, non rivendica il valore assoluto e universale di principi non negoziabili; piuttosto si richiama al meccanico rispetto di accordi di carattere contrattualistico. Coerente: non esistendo valori universali, neanche il rispetto della donna lo è; è piuttosto una sorta di nostro costume, di tradizione valida qui e non altrove.
Languissero pure sotto veli di sottomissione le donne della penisola araba, d'altronde anche la Serracchiani e la Boldrini lo hanno indossato dimenticando che stavano ponendo sul proprio capo il sigillo della reificazione della donna, che - oggetto - deve sfuggire ai liberi sguardi dell'uomo, unico soggetto.
Abbiamo ucciso Dio, innalzando sull'altare la Ragione: ora, nel tramonto della nostra era, abbiamo condannato a morte anche la Ragione.

martedì 22 dicembre 2015

Tutto passa, e tutto lascia traccia




"Gente che fa buio avanti sera, gente da basto, da bastone, da galera.
Risuona la parola detona rimbomba in me cassa armonica: far fronte e in marcia tra timori sgomenti e baldanza festante.
Certo le circostanze non sono favorevoli, e quando mai?
Bisognerebbe...bisognerebbe niente! Bisogna quello che è, bisogna il presente.

Un contagio dell'anima come pestilenza decreta l'evidente: il tempo che corre, il tempo moderno scivola al piano s'ammassa, s'appiatta, livella l'odierno.
Certo le circostanze non sono favorevoli...

Questo è un buon rifugio in campo aspro, scosceso, eroso e addolcito d'acqua e vento: bastione naturale in prospettiva ariosa.
Terra di passo, di sella, di slitta, mal s'addice alla fretta.
Sa che tutto passa e tutto lascia traccia.

Certo le circostanze non sono favorevoli...

Nato tra i morti, sui monti, vivo sui monti tra i morti e non c'è lama che possa recidere la languida catena generazione su generazione.

Certo le circostanze non sono favorevoli, e quando mai?
Bisognerebbe...bisognerebbe niente! Bisogna quello che è, bisogna il presente."

venerdì 16 ottobre 2015

È colpa mia



È colpa mia se siamo diventati indifferenti, più poveri, più tristi e meno intelligenti.
È colpa mia che non mi curo delle tue speranze, forse perché delle idee non so più che farne.
È colpa mia, non ci avevo mai pensato.
È colpa mia, non presto mai troppa attenzione.
È colpa mia, perché non prendo posizione.
È colpa mia, mi crolla il mondo addosso,
e se ci penso non me ne frega niente.

È colpa mia. Ho aperto gli occhi all'improvviso e ho visto te,
e nessuna spiegazione.
Soltanto quando è troppo tardi ti ricordi ch'è tutto vero. È colpa mia. È colpa mia.
Ho aperto gli occhi all'improvviso e ho visto te, e nessuna spiegazione.
Figlio mio, ci pensi? Un giorno tutto questo sarà tuo.

Neppure se ti vedo piangere riesco ad essere felice.
Neppure se ti parlo veramente quando ti dico che per me non conti niente neppure tu.
È una vita spesa male, ma tanto ormai è finita e lo sai, perché è finita.
Era un autunno mentre l'inverno si avvicina.

È colpa mia, è colpa mia.
È colpa mia se siamo diventati indifferenti, più poveri, più tristi e meno intelligenti.
Perché non mi curo delle tue speranze. È colpa mia se siamo diventati indifferenti
Per piccoli egoismi e altrettante bugie e nessuna spiegazione.
È colpa mia che non mi curo delle tue speranze, per piccoli egoismi
e altrettante bugie e nessuna spiegazione.

Figlio mio, ci pensi? Un giorno tutto questo sarà tuo.

Giulio Favero, Pierpaolo Capovilla 


 
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