giovedì 16 aprile 2015

Il femminismo della Chiesa Cattolica

Il XXI secolo ha completamente rimescolato le carte con le quali siamo stati abituati a interpretare la realtà, modificando radicalmente le confinazioni concettuali fondate principalmente sulle distinzioni di tipo "sociale", sulla divisione in classi, sulle
strategie economiche di sviluppo, per lasciare spazio a quelle tematiche di carattere etico-spirituale che covano da sempre sotto la cenere della storia del pensiero umano e che in questo secolo sembrano voler esplodere e occupare il centro dell'agone politico.
La destra e la sinistra non sono quindi più categorie in grado di riassumere e raccogliere la multiforme realtà umana in macroaree concettuali. Al loro posto prendono forma categorie nuove, trasversali alle precedenti ma portatrici dello stesso carico di aspettative e di timori delle precedenti.
In questo senso si riorganizzano gli schieramenti (nell'attesa che i partiti seguano l'ormai inarrestabile tendenza) dando vita a un mosaico dai colori fino a ieri impensabili, nel quale le ricette di gestione dello stato sociale lasciano spazio alle considerazioni relative alla natura stessa dell'uomo e del mondo che abita.
A fronte di un ritardo surreale da parte della politica parlamentare nella comprensione e nell'accettazione dei cambiamenti, emerge il protagonismo della Chiesa Cattolica che non rinuncia ma anzi rilancia la propria proposta "politica" fondata sulla percezione del proprio ruolo di guida, per "illuminare le coscienze" secondo la felice definizione di Benedetto XVI.
Un esempio sta nell'idea della donna: fra i fantasmi del Novecento trova uno spazio grottesco la triste parabola del movimento femminista, che ha fatto la parte del leone nel secolo passato e che oggi suggella il proprio fallimento con un vergognoso silenzio rispetto alle nuove forme di sfruttamento della donna: la crescente tolleranza verso la prostituzione, le discriminazioni islamiche, le politiche contro la maternità e soprattutto le nuove forme di sfruttamento e di mercificazione del corpo femminile, come nel caso della cosiddetta "madre surrogata".
Il vuoto lasciato dal silenzio del femminismo viene riempito dalla Chiesa Cattolica, che testimonia l'unica confessione monoteista che non ha mai discriminato le donne e ha sempre riconosciuto la parità di dignità fra i due sessi (chi ha dubbi in merito è caldamente invitato a leggere l'illuminante analisi della prof.sa Scaraffia: Due in una carne. Chiesa e sessualità nella storia).

Ieri Papa Francesco ha proposto una catechesi splendida, che non commento oltre ma di cui vi propongo la lettura, alla luce di questa premessa.
Non senza condividere con voi una certa soddisfazione al pensiero della delusione dei tanti che credevano (e speravano) che il linguaggio innovativo di questo papa fosse preludio di una "modernizzazione" del pensiero cattolico. Pensiero che, invece, appare oggi più moderno che mai, nel pieno rispetto dell'immutabile sistema di valori.



Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
La catechesi di oggi è dedicata a un aspetto centrale del tema della famiglia: quello del grande dono che Dio ha fatto all’umanità con la creazione dell’uomo e della donna e con il sacramento del matrimonio. Questa catechesi e la prossima riguardano la differenza e la complementarità tra l’uomo e la donna, che stanno al vertice della creazione divina; le due che seguiranno poi, saranno su altri temi del Matrimonio.

(...) L’esperienza ce lo insegna: per conoscersi bene e crescere armonicamente l’essere umano ha bisogno della reciprocità tra uomo e donna. Quando ciò non avviene, se ne vedono le conseguenze. Siamo fatti per ascoltarci e aiutarci a vicenda. Possiamo dire che senza l’arricchimento reciproco in questa relazione – nel pensiero e nell’azione, negli affetti e nel lavoro, anche nella fede – i due non possono nemmeno capire fino in fondo che cosa significa essere uomo e donna.
La cultura moderna e contemporanea ha aperto nuovi spazi, nuove libertà e nuove profondità per l’arricchimento della comprensione di questa differenza. Ma ha introdotto anche molti dubbi e molto scetticismo. Per esempio, io mi domando, se la cosiddetta teoria del gender non sia anche espressione di una frustrazione e di una rassegnazione, che mira a cancellare la differenza sessuale perché non sa più confrontarsi con essa. Sì, rischiamo di fare un passo indietro. La rimozione della differenza, infatti, è il problema, non la soluzione. Per risolvere i loro problemi di relazione, l’uomo e la donna devono invece parlarsi di più, ascoltarsi di più, conoscersi di più, volersi bene di più. Devono trattarsi con rispetto e cooperare con amicizia. Con queste basi umane, sostenute dalla grazia di Dio, è possibile progettare l’unione matrimoniale e familiare per tutta la vita. Il legame matrimoniale e familiare è una cosa seria, lo è per tutti, non solo per i credenti. Vorrei esortare gli intellettuali a non disertare questo tema, come se fosse diventato secondario per l’impegno a favore di una società più libera e più giusta.
Dio ha affidato la terra all’alleanza dell’uomo e della donna: il suo fallimento inaridisce il mondo degli affetti e oscura il cielo della speranza. I segnali sono già preoccupanti, e li vediamo. Vorrei indicare, fra i molti, due punti che io credo debbono impegnarci con più urgenza.
Il primo. E’ indubbio che dobbiamo fare molto di più in favore della donna, se vogliamo ridare più forza alla reciprocità fra uomini e donne. E’ necessario, infatti, che la donna non solo sia più ascoltata, ma che la sua voce abbia un peso reale, un’autorevolezza riconosciuta, nella società e nella Chiesa. Il modo stesso con cui Gesù ha considerato la donna in un contesto meno favorevole del nostro, perché in quei tempi la donna era proprio al secondo posto, e Gesù l’ha considerata in una maniera che dà una luce potente, che illumina una strada che porta lontano, della quale abbiamo percorso soltanto un pezzetto. Non abbiamo ancora capito in profondità quali sono le cose che ci può dare il genio femminile, le cose che la donna può dare alla società e anche a noi: la donna sa vedere le cose con altri occhi che completano il pensiero degli uomini. E’ una strada da percorrere con più creatività e audacia.
Una seconda riflessione riguarda il tema dell’uomo e della donna creati a immagine di Dio. Mi chiedo se la crisi di fiducia collettiva in Dio, che ci fa tanto male, ci fa ammalare di rassegnazione all’incredulità e al cinismo, non sia anche connessa alla crisi dell’alleanza tra uomo e donna. In effetti il racconto biblico, con il grande affresco simbolico sul paradiso terrestre e il peccato originale, ci dice proprio che la comunione con Dio si riflette nella comunione della coppia umana e la perdita della fiducia nel Padre celeste genera divisione e conflitto tra uomo e donna.
Da qui viene la grande responsabilità della Chiesa, di tutti i credenti, e anzitutto delle famiglie credenti, per riscoprire la bellezza del disegno creatore che inscrive l’immagine di Dio anche nell’alleanza tra l’uomo e la donna. La terra si riempie di armonia e di fiducia quando l’alleanza tra uomo e donna è vissuta nel bene. E se l’uomo e la donna la cercano insieme tra loro e con Dio, senza dubbio la trovano. Gesù ci incoraggia esplicitamente alla testimonianza di questa bellezza che è l’immagine di Dio.

mercoledì 10 dicembre 2014

Il nano dentro noi

Gramsci odiava gli indifferenti, io li capisco. E li compatisco.
Li capisco perché in ciascuno di noi si nasconde un nano vigliacco, un pavido, uno che vorrebbe starsene soltanto tranquillo, senza doversi schierare, senza combattere, senza difendersi, senza scegliere (chi scrive non fa ovviamente eccezione). Si tratta del nano che alberga nei nostri cuori, e che ci invita ogni giorno, sussurrando con la voce suadente, a cercare gli angoli ombrosi fuggendo la luce del sole.
Che c'è di male, tutto sommato, a cercare la quiete, il silenzio, il niente?
C'è che questo nano mente.
Mente, perché in tutto ciò che facciamo e non facciamo stiamo prendendo una posizione, perché quel "niente" verso il quale ci spinge è in realtà una delle due trincee, scegliendo la quale stiamo comunque combattendo da una parte, invece che dall'altra.
Mente perché la neutralità non esiste, gli schieramenti sono sempre due, e stare da una parte o dall'altra fa la differenza.
Mente perché la "forza è qualità che viene giudicata per quel che fa o non fa", e ciascuno di noi è responsabile delle proprie omissioni, almeno quanto delle proprie azioni.
Mente perché non esiste nell'agire umano alcun atto neutro, vuoto, indifferente, privo di carica morale, di significato. Stare fermi su una sedia, scegliendo di non combattere mentre la battaglia infuria, significa combattere a favore del più forte.
E così è una scelta attiva quella di ignorare i mille e mille angoli della terra nei quali un essere vivente (umano o non umano) sta soffrendo, fare spallucce, girare lo sguardo altrove, sgomberare la mente.Non si sfugge al nostro essere uomini. Quando nel Paradiso Terrestre abbiamo deciso di disobbedire a Dio e di cogliere dell'albero della conoscenza del Bene e del Male, abbiamo scelto di scegliere sempre. O il Bene, o il Male. Tertium, ehu!, non datur.

Capisco chi cede al canto sireneo di questo nano, e capisco anche Gramsci e il suo odio nei confronti di queste spine dorsali morbide, di questi uomini che scelgono di esercitare la propria libertà nella maniera peggiore: che scelgono di non scegliere, convinti sia possibile.
Capisco il suo odio, perché non c'è nefandezza al mondo, non c'è crudeltà, non c'è ingiustizia che non si sostenga sull'indifferenza.
Nell'esercito del male l'armata degli indifferenti è la più forte, perché costoro credono di non combattere.

Così coloro che mi chiedono conto della scelta vegetariana spesso ignorano di aver fatto una scelta altrettanto forte. Mangiare carne per abitudine, o per indifferenza, significa scegliere di farlo, decidere liberamente della vita di alcuni individui animali che in base a questa scelta vivranno o moriranno.
E' una scelta legittima. Purché non ci si nasconda dietro l'illusione di non averla fatta.

mercoledì 5 novembre 2014

A tutte le vittime innocenti della nostra superbia

Cos'è che risuona dall'alto dei cieli?
è un pianto sommesso, un guaito lontano.
E' Laika che piange: dov'è che noi andiamo?
Andiamo nel cielo, sogniamo la luna,
vedremo anche Marte se avremo fortuna.
A me non importa di sogni di gloria.
mi importa di Laika, che piange da sola.
 (Pasquale Pozzessere)


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