giovedì 9 luglio 2015

L'unica speranza che l'uomo ha di sopravvivere sulla Terra è nella scelta di smettere di mangiare carne

Lo sviluppo sostenibile e responsabile e l’impatto ambientale dell’industria zootecnica


1 Premessa – L'Esposizione Internazionale di Milano rappresenta un'occasione importante di confronto critico su alcuni degli argomenti che sempre più impegneranno il dibattito del mondo scientifico e politico: quelli, cioè, relativi all’alimentazione e alla capacità di nutrimento di una popolazione in continua crescita (Vacchelli, 2015). Scopo di questo contributo è fornire alcuni spunti di valutazione relativi all’impatto dell’industria zootecnica sull’ambiente e sulla capacità di nutrimento della popolazione umana, e al conseguente ruolo della responsabilità individuale nelle scelte alimentari.

2 Ogni anno una Germania in più – Il forte incremento demografico è uno dei dati più fortemente caratterizzanti il tempo nel quale viviamo, foriero di incognite che da diversi fronti costringono a un radicale ripensamento delle dinamiche economiche e sociali.
La popolazione mondiale ha raggiunto infatti, da diversi anni, un tasso di crescita annua superiore all'1%: questo significa che ogni dodici mesi è necessario sfamare all'incirca 80 milioni di nuovi esseri umani, una popolazione pari a quella dell'intera Germania che ogni anno si affaccia a un già sovraccarico mercato alimentare mondiale.

Fig. 1 – Incremento della popolazione mondiale in miliardi.

Fonte: Population Division of the United Nations Department of Economic and Social Affairs

La crescita è inoltre destinata ad accelerare grazie al progressivo sviluppo delle condizioni di vita generali e ai progressi in campo medico. L'aspettativa di vita mondiale è cresciuta di 2 anni fra il 2005 e il 2013, passando da 69 a 71: il dato è frutto della media fra dati fortemente dispari, che separano i paesi maggiormente sviluppati (primo fra tutti il Giappone, con una vita media di 83 anni) e i paesi più poveri: un bambino nato nel 2013 in Sierra Leone, in Botswana, nello Swaziland o nel Lesotho può ha un’aspettativa di vita inferiore ai 50 anni[1]. Quando queste differenze dovessero auspicabilmente ridursi, il dato relativo alla crescita della popolazione non potrà che aumentare ulteriormente.
In questo senso è possibile calcolare che, senza grossi cambiamenti, nei prossimi 10 anni la popolazione mondiale dovrebbe crescere del 12%, cioè di oltre 850 milioni di persone, con una vita media fino a 73 anni: ma le proiezioni ufficiali parlano di un incremento di gran lunga maggiore, che potrebbe portare il mondo a toccare i 9 miliardi fra appena dieci anni[2].
È fin troppo evidente come questi dati ci costringano a un generale e rapido ripensamento dell'intero sistema-mondo, allo scopo di garantire a tutti questi nuovi cittadini il diritto alla sicurezza alimentare.
Non è dunque più rinviabile il problema della capacità alimentare di una terra sempre più al limite, sulla quale pesano gravissime disparità nella catena distributiva: a crescere di numero è principalmente la popolazione dei paesi a minor tasso di sviluppo; parallelamente, nei paesi più sviluppati, cresce il consumo e lo spreco alimentare, incrementando una disparità di mercato che nel frattempo danneggia le economie locali e accresce la povertà.
Secondo la Banca Mondiale, per sfamare i 9 miliardi di uomini che abiteranno la terra nel 2025 sarà necessario aumentare la produzione di cibo almeno del 50%: una cifra enorme che, rebus sic stantibus, supera inevitabilmente la possibilità del pianeta. Umberto Veronesi ha recentemente denunciato, infatti, come sia paradossale che nel mondo ci siano oltre 800 milioni di persone soggette a una grave malnutrizione, mentre la sovralimentazione dei paesi più ricchi mette a repentaglio la salute dei cittadini causando l'insorgere delle nuove malattie legate al disordine alimentare (diabete, obesità, tumori, malattie cardiovascolari). «In questo stesso istante c'è chi muore per poco cibo e chi muore per troppo cibo»[3]: con questa espressione l'oncologo riassume il paradosso del disordine di una catena distributiva delle risorse alimentari, e soprattutto denuncia l'insostenibilità del nostro sistema alimentare nei prossimi anni, salvo una radicale revisione.

3 Il problema dell'acqua e l’industria zootecnica – All'interno di questo quadro assume inoltre una crescente importanza una risorsa che negli ultimi decenni abbiamo dato per scontata: l'acqua (Leto, 2009). La sempre maggiore domanda di acqua potabile da parte della nuova popolazione mondiale si scontra infatti con una crescente carenza idrica legata in parte ai cambiamenti climatici, in parte agli sprechi di cui si rendono responsabili sia l'agricoltura sia l'industria, sia anche la stessa popolazione dei Paesi a maggior tasso di ricchezza. Il problema dell'accesso all'acqua potabile è infine una delle cause di maggior tensione geopolitica, foriera di sviluppi imprevedibili.
L'Unione Europea ha recentemente dovuto affrontare in maniera imponente l'emergenza legata a una carenza idrica che riguarda l'11% della popolazione e il 17% del territorio europeo. Negli anni tra il 1976 e il 2006 il numero delle aree e degli abitanti colpiti da siccità è aumentato di un quinto, costringendo il vecchio continente a una spesa di oltre 100 miliardi di euro (Commissione Europea, 2010).
In questo quadro diviene indispensabile porsi il problema del futuro accesso delle risorse idriche, e di come riorganizzare l'agricoltura e l’industria per ridurre il più possibile l'impatto ambientale soprattutto in relazione alla carenza idrica e alla crescita di domanda alimentare.
Fra le attività umane di maggiore impatto ambientale emerge l’industria zootecnica. Già nel 2009 un documento dell'Unione Europea denunciava come per produrre 1kg di carne bovina fosse necessario il consumo di ca. 16.000 litri di acqua, mentre ne servono meno di 1.000 per produrre una pari quantità di cereali ad alto contenuto proteico. Nel processo di produzione di carne, infatti, viene utilizzata una grande quantità di acqua sia per abbeverare gli animali, sia nella macellazione, sia soprattutto per coltivare il foraggio ad essi destinato. Oltre al consumo di acqua, infatti, nel processo di produzione di carne vanno persi i 9/10 delle risorse alimentari utilizzate: in un animale da allevamento, soltanto il 10% del cibo assunto si trasforma in carne edibile, mentre il restante 90% viene consumato dall'animale stesso per consentire le funzioni vitali (Mekonnen, 2010).
In un mondo a risorse alimentari sempre più ridotte salta agli occhi come vengano utilizzati, per foraggiare gli animali da macello, addirittura il 33% del mais, il 50% dei cereali e il 75% della soia coltivata sul pianeta, da cui il consumatore ricaverà soltanto il 10% delle calorie utilizzate. Per comprendere al meglio il paradosso basti pensare che i 7 miliardi di animali allevati nei soli Stati Uniti d'America consumano una quantità di grano 5 volte superiore a quella direttamente consumata da tutta la popolazione statunitense (Pimentel, 2003). Da un punto di vista di apporto nutrizionale, poi, per produrre 1kg di proteine animali sono necessari ben 6kg di proteine vegetali, mentre il rapporto calorico è addirittura di 1 a 28.
Un altro aspetto legato all’industria zootecnica è il consumo di suolo: il 30% delle terre emerse non coperte da ghiacci è destinato all’allevamento di animali (fra pascoli e colture riservate al foraggio) con un tasso di espansione che sta causando la distruzione di migliaia di ettari di foreste, oltre all’erosione di terre fertili specialmente nelle zone semiaride, dove i pascoli favoriscono l’avanzata dei deserti (Schillaci, 2013)[4].
Anche analizzando l'impatto degli allevamenti sulla qualità dell'ambiente emergono dati di grave insostenibilità: secondo la FAO ben il 18% delle emissioni inquinanti causate dall’uomo proviene dalle attività di allevamento e macellazione degli animali[5] (Steinfeld, 2006), e sempre gli allevamenti consumano fino a 54 volte più energia di origine fossile rispetto a una pari produzione di alimenti vegetali.


Fig. 2 – Quantità di cibo pro capite disponibile nel mondo, in kg l’anno.
Fonte: FAO


Fig. 3 – Quantità di alimenti proteici, in grammi pro capite per diem, disponibili nel mondo ogni anno.
Fonte. FAO


4 Per uno sviluppo sostenibile e responsabileL’occasione di EXPO 2015 sarà giudicata soprattutto dall’eredità di indirizzi e orientamenti che lascerà in particolare ai giovani, considerati tra i principali destinatari del messaggio dell’esposizione (Brusa, 2014).
Perché questo evento contribuisca a generare una nuova coscienza, più rispettosa e consapevole nei confronti delle grandi tematiche destinate a occupare i primi posti delle agende del futuro, è auspicabile che i contenuti dei padiglioni siano orientati alla trasmissione di messaggi coerenti con il sistema di valori dello sviluppo sostenibile e responsabile (Leto, 2005).
Le generazioni a venire dovranno infatti pianificare uno sviluppo il più compatibile possibile con le vere e proprie emergenze di cui stiamo avendo presagio e che sempre più coinvolgeranno le scelte della politica e degli individui. Ed è per questo che assume oggi una sempre maggior importanza la responsabilità dei singoli cittadini: se infatti da un lato è fondamentale che le istituzioni pubbliche facciano quanto in loro potere per correggere le dinamiche macroeconomiche che sono alle origini delle disparità economiche e sociali, è altrettanto fondamentale che nel processo intervenga l’acquisizione di una responsabilità individuale senza la quale non sarà possibile alcun cambiamento di lunga durata (Leto, 2005).
Le scelte individuali relative all’alimentazione, in questo senso, rappresentano un paradigma fondamentale per quanto riguarda l’impatto di una cultura alimentare oramai insostenibile sia a livello ambientale e sociale sia per quanto concerne la salute stessa dei cittadini (Rifkin, 2001). La drastica riduzione del consumo di alimenti di origine animale, cui stiamo assistendo negli ultimi anni nei paesi maggiormente sviluppati, è difatti un importante segnale di responsabilità individuale nella gestione del rapporto tra l’uomo e il territorio, che va nella direzione dello sradicamento di abitudini alimentari che danneggiano l’ambiente e le economie dei paesi più poveri; si tratta di scelte tutt’altro che simboliche, in grado di incidere profondamente sulla realtà: basti pensare, a riguardo, che se la popolazione italiana decidesse di astenersi dal consumo di carne per un solo giorno alla settimana, la riduzione di emissioni di CO2 in un anno sarebbe paragonabile al ritiro di un decimo delle automobili italiane circolanti[6].
In questo senso il ruolo delle strutture statali e sovrastatali e delle organizzazioni internazionali, e il ruolo stesso di EXPO, dovrà essere quello di orientare e accompagnare le scelte di responsabilità, fornendo i dati e gli indirizzi e agevolando la creazione di contesti favorevoli a quel necessario ripensamento collettivo della nostra cultura alimentare, presupposto insostituibile per la sopravvivenza stessa dell’uomo sulla terra.




Bibliografia:

BOER, J. DE, SCHÖSLER, H., BOERSEMA, J.J., « Climate change and meat eating: An inconvenient couple?», Journal of Environmental Psychology, 33(1), pp.1-8.
BOER J. DE, SCHÖSLER H., AIKING H., «“Meatless days” or “less but better”? Exploring strategies to adapt Western meat consumption to health and sustainability challenges», Appetite, 76, pp. 120-128.
BRUSA C., «Spunti per una lettura geografica dei temi di Expo 2015», Nuova Secondaria, 2, 2014, pp. 50-57.
COMMISSIONE EUROPEA, Carenza idrica e siccità nell’Unione Europea, 2010. Disponibile su .
FANELLI D., «Meat is murder on the environment», New scientist, 2613, 2007.
LETO A., Alle origini dello Sviluppo Sostenibile: l’Uomo fra Crescita e Sviluppo, Cr.Edi., Milano 2005
LETO A., Water Today, Elvetica Edizioni, Chiasso 2009.
MEKONNEN M.M., HOEKSTRA A.Y., The green, blue and grey water footprint of farm animals and animal products, Value of Water Research Report Series n.48, UNESCO, Delft 2010.
PIMENTEL D., PIMENTEL M., «Sustainability of meat-based and plant-based diets and the environment», American Journal of Clinical Nutrition, 78, 3, 2003, pp. 6605-6635.
RIFKIN J., Ecocidio. Ascesa e caduta della cultura della carne, Mondadori, Milano 2001.
SCHILLACI F. (a cura di), Un pianeta a tavola, Edizioni per la decrescita felice, Roma 2013.
SCHÖSLER, H., BOER, J. DE, BOERSEMA, J.J., «Can we cut out the meat of the dish? Constructing consumer-oriented pathways toward meat substitution», Appetite, 58, pp. 39-47.
STEINFELD H. GERBER, P., WASSENAAR, T., CASTEL, V., ROSALES, M., HAAN, C. DE, Livestock's Long Shadow, FAO, Roma 2006.
UNEP-UNITED NATIONS ENVIRONMENT PROGRAMME, Kick the habit, UNEP, Malta 2008.
VACCHELLI O., «Per una nuova alleanza tra uomo e ambiente verso EXPO 2015», Ambiente, società, territorio, 2, 2015.
VERONESI, U., PAPPAGALLO, M., Verso la scelta vegetariana, il tumore si previene anche a tavola. Giunti, Firenze 2011.


Michele Pigliucci
Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, Dipartimento di Scienze Storiche, Filosofico-Sociali, dei Beni Culturali e del Territorio.


[1] Dati della Banca Mondiale, 2013 .
[2] Dati della Banca Mondiale < http://www.worldbank.org/en/topic/foodsecurity>
[3] VERONESI U., «Malnutrizione e obesità. Il paradosso da eliminare», Il Corriere della sera-EXPO, 1 maggio 2015, p. 3.
[4] Il problema dell’erosione del suolo causa la perdita di circa 75 miliardi di tonnellate di suolo l’anno. Gli USA hanno perso, negli ultimi due secoli, circa un terzo delle proprie terre fertili. Una quota pari al 55% del fenomeno è causata dall’allevamento (Schillaci, 2013, p. 41).
[5] In particolare gli allevamenti sarebbero responsabili del 37% delle emissioni di metano e del 65% delle emissioni di protossido di azoto provenienti da attività umane (UNEP, 2008, p. 43).
[6] Dati calcolati sulla base dello studio svolto dal Institute for Environmental Studies, Free University of Amsterdam, relativo alla popolazione olandese. < http://www.ivm.vu.nl/>
 


Alimentazione, Ambiente, Società e Territorio per uno sviluppo sostenibile e responsabile

lunedì 1 giugno 2015

"Malnutrizione e obesità: il paradosso da eliminare"

L'EXPO di Milano ha un lascito intellettuale per tutti. La nostra ambizione è che il tema "Nutrire il pianeta, energia per la vita" sia anche un'occasione di dibattito e riflessione per tutti i visitatori. Perché il cibo è sicuramente cultura ed espressione vitale di un Paese, ma è anche elemento di giustizia sociale e di equilibrio ambientale. In questo senso il titolo di EXPO 2015 "Nutrire il pianeta" può essere un titolo di sfida per individuare soluzioni concrete che rispondano ai bisogni di una popolazione mondiale che nel 2050 raggiungerà i 9 miliardi di persone, per cui cibo e acqua saranno insufficienti, e che già oggi è segnata da un'innaccettabile ingiustizia nella distribuzione delle risorse alimentari.
Su una popolazione attuale di 7 miliardi, da una parte ci sono 805 milioni di persone che soffrono di malnutrizione. Dall'altra, nei Paesi più ricchi, l'emergenza è invece la sovralimentazione, che ha prodotto un notevole aumento di obesità, diabete, malattie cardiovascolari e tumori. Quindi ci troviamo nella situazione paradossale per cui in questo stesso istante c'è chi muore per poco cibo e chi muore per troppo cibo. Come trovare al più presto un equilibrio fra questi estremi? Le conoscenze della scienza e della tecnologia sono le prime candidate a identificare una soluzione, ma da sole non bastano, se non sono affiancate da comportamenti responsabili, come la riduzione degli sprechi e del consumo di carne. E' necessaria nel mondo occidentale una nuova etica della responsabilità, basata sulla convinzione che ognuno di noi può contribuire a cancellare oggi le tragedie legate alla mancanza o l'eccesso di cibo, e scongiurare domani lo spettro di un Pianeta affamato ed assetato. Non è per nulla difficile: basta mangiare meno, che significa anche precare meno, e il più possibile vegetariano. La carne è un cibo non sostenibile, oltre che dannoso per la salute. E' stato calcolato che per produrre un chilo di carne sono necessari 20 mila litri di acqua, mentre ce ne vogliono 1.000 per ottenere un chilo di cereali. Gli animali da macello trasformano in carne da consumare non più del 10% del cibo che ricevono, e che potrebbe essere impiegato direttamente nell'alimentazione umana. Pochi sanno che circa il 50% dei cereali e il 75% della soia prodotti nel mondo servono per nutrire 4 miliardi di animali da trasformare in cibo per un miliardo di persone sovralimentate, invece che per sfamare persone disperate. Ma ancor meno sono coscienti del fatto che in questo quadro già critico i Paesi emergenti stanno acquisendo le abitudini alimentari dell'occidente, e prima fra tutte il consumo di carne.
Si prospetta dunque l'incubo di un Pianeta in cui avremo più animali d'allevamento che uomini, infrangendo ogni tipo di equilibrio dell'ecosistema terrestre. Anche Albert Einstein, diventato vegetariano negli ultimi anni della sua vita, ha dichiarato "Niente aumenterà la possibilità di sopravvivenza di vita sulla Terra quanto l'evoluzione verso un'alimentazione vegetariana". Eppure anche di fronte a questo spettro, dobbiamo però essere fiduciosi perché sono chiari, soprattutto nelle nuove generazioni, i segnali di una presa di coscienza molto profonda. Il principio del consumismo esasperato nei confronti del cibo così come delle altre risorse naturali è ormai al tramonto per lasciare spazio a una sensibilità speciale alla protezione del Pianeta. I giovani di oggi sono cittadini del mondo e tutto il mondo è la loro casa, quindi da loro possiamo imparare un atteggiamento più responsabile verso gli atti individuali. Con una nuova generazione collaborativa, anche la scienza potrà ingegnarsi per "nutrire il pianeta". (...)
Con la diffusione dell'idea del valore etico del cibo e con linee guida scientificamente condivise per una agricoltura moderna, raggiungeremo un rapporto più equilibrato fra uomini, animali e piante e gli ecosistemi ad essi collegati, e faremo concreti progressi verso una riduzione della fame nel mondo e dell'incidenza delle malattie legate all'ambiente e all'alimentazione.

Umberto Veronesi
(Il Corriere della Sera, speciale EXPO, 1 maggio 2015, p.3)

giovedì 16 aprile 2015

Il femminismo della Chiesa Cattolica

Il XXI secolo ha completamente rimescolato le carte con le quali siamo stati abituati a interpretare la realtà, modificando radicalmente le confinazioni concettuali fondate principalmente sulle distinzioni di tipo "sociale", sulla divisione in classi, sulle
strategie economiche di sviluppo, per lasciare spazio a quelle tematiche di carattere etico-spirituale che covano da sempre sotto la cenere della storia del pensiero umano e che in questo secolo sembrano voler esplodere e occupare il centro dell'agone politico.
La destra e la sinistra non sono quindi più categorie in grado di riassumere e raccogliere la multiforme realtà umana in macroaree concettuali. Al loro posto prendono forma categorie nuove, trasversali alle precedenti ma portatrici dello stesso carico di aspettative e di timori delle precedenti.
In questo senso si riorganizzano gli schieramenti (nell'attesa che i partiti seguano l'ormai inarrestabile tendenza) dando vita a un mosaico dai colori fino a ieri impensabili, nel quale le ricette di gestione dello stato sociale lasciano spazio alle considerazioni relative alla natura stessa dell'uomo e del mondo che abita.
A fronte di un ritardo surreale da parte della politica parlamentare nella comprensione e nell'accettazione dei cambiamenti, emerge il protagonismo della Chiesa Cattolica che non rinuncia ma anzi rilancia la propria proposta "politica" fondata sulla percezione del proprio ruolo di guida, per "illuminare le coscienze" secondo la felice definizione di Benedetto XVI.
Un esempio sta nell'idea della donna: fra i fantasmi del Novecento trova uno spazio grottesco la triste parabola del movimento femminista, che ha fatto la parte del leone nel secolo passato e che oggi suggella il proprio fallimento con un vergognoso silenzio rispetto alle nuove forme di sfruttamento della donna: la crescente tolleranza verso la prostituzione, le discriminazioni islamiche, le politiche contro la maternità e soprattutto le nuove forme di sfruttamento e di mercificazione del corpo femminile, come nel caso della cosiddetta "madre surrogata".
Il vuoto lasciato dal silenzio del femminismo viene riempito dalla Chiesa Cattolica, che testimonia l'unica confessione monoteista che non ha mai discriminato le donne e ha sempre riconosciuto la parità di dignità fra i due sessi (chi ha dubbi in merito è caldamente invitato a leggere l'illuminante analisi della prof.sa Scaraffia: Due in una carne. Chiesa e sessualità nella storia).

Ieri Papa Francesco ha proposto una catechesi splendida, che non commento oltre ma di cui vi propongo la lettura, alla luce di questa premessa.
Non senza condividere con voi una certa soddisfazione al pensiero della delusione dei tanti che credevano (e speravano) che il linguaggio innovativo di questo papa fosse preludio di una "modernizzazione" del pensiero cattolico. Pensiero che, invece, appare oggi più moderno che mai, nel pieno rispetto dell'immutabile sistema di valori.



Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
La catechesi di oggi è dedicata a un aspetto centrale del tema della famiglia: quello del grande dono che Dio ha fatto all’umanità con la creazione dell’uomo e della donna e con il sacramento del matrimonio. Questa catechesi e la prossima riguardano la differenza e la complementarità tra l’uomo e la donna, che stanno al vertice della creazione divina; le due che seguiranno poi, saranno su altri temi del Matrimonio.

(...) L’esperienza ce lo insegna: per conoscersi bene e crescere armonicamente l’essere umano ha bisogno della reciprocità tra uomo e donna. Quando ciò non avviene, se ne vedono le conseguenze. Siamo fatti per ascoltarci e aiutarci a vicenda. Possiamo dire che senza l’arricchimento reciproco in questa relazione – nel pensiero e nell’azione, negli affetti e nel lavoro, anche nella fede – i due non possono nemmeno capire fino in fondo che cosa significa essere uomo e donna.
La cultura moderna e contemporanea ha aperto nuovi spazi, nuove libertà e nuove profondità per l’arricchimento della comprensione di questa differenza. Ma ha introdotto anche molti dubbi e molto scetticismo. Per esempio, io mi domando, se la cosiddetta teoria del gender non sia anche espressione di una frustrazione e di una rassegnazione, che mira a cancellare la differenza sessuale perché non sa più confrontarsi con essa. Sì, rischiamo di fare un passo indietro. La rimozione della differenza, infatti, è il problema, non la soluzione. Per risolvere i loro problemi di relazione, l’uomo e la donna devono invece parlarsi di più, ascoltarsi di più, conoscersi di più, volersi bene di più. Devono trattarsi con rispetto e cooperare con amicizia. Con queste basi umane, sostenute dalla grazia di Dio, è possibile progettare l’unione matrimoniale e familiare per tutta la vita. Il legame matrimoniale e familiare è una cosa seria, lo è per tutti, non solo per i credenti. Vorrei esortare gli intellettuali a non disertare questo tema, come se fosse diventato secondario per l’impegno a favore di una società più libera e più giusta.
Dio ha affidato la terra all’alleanza dell’uomo e della donna: il suo fallimento inaridisce il mondo degli affetti e oscura il cielo della speranza. I segnali sono già preoccupanti, e li vediamo. Vorrei indicare, fra i molti, due punti che io credo debbono impegnarci con più urgenza.
Il primo. E’ indubbio che dobbiamo fare molto di più in favore della donna, se vogliamo ridare più forza alla reciprocità fra uomini e donne. E’ necessario, infatti, che la donna non solo sia più ascoltata, ma che la sua voce abbia un peso reale, un’autorevolezza riconosciuta, nella società e nella Chiesa. Il modo stesso con cui Gesù ha considerato la donna in un contesto meno favorevole del nostro, perché in quei tempi la donna era proprio al secondo posto, e Gesù l’ha considerata in una maniera che dà una luce potente, che illumina una strada che porta lontano, della quale abbiamo percorso soltanto un pezzetto. Non abbiamo ancora capito in profondità quali sono le cose che ci può dare il genio femminile, le cose che la donna può dare alla società e anche a noi: la donna sa vedere le cose con altri occhi che completano il pensiero degli uomini. E’ una strada da percorrere con più creatività e audacia.
Una seconda riflessione riguarda il tema dell’uomo e della donna creati a immagine di Dio. Mi chiedo se la crisi di fiducia collettiva in Dio, che ci fa tanto male, ci fa ammalare di rassegnazione all’incredulità e al cinismo, non sia anche connessa alla crisi dell’alleanza tra uomo e donna. In effetti il racconto biblico, con il grande affresco simbolico sul paradiso terrestre e il peccato originale, ci dice proprio che la comunione con Dio si riflette nella comunione della coppia umana e la perdita della fiducia nel Padre celeste genera divisione e conflitto tra uomo e donna.
Da qui viene la grande responsabilità della Chiesa, di tutti i credenti, e anzitutto delle famiglie credenti, per riscoprire la bellezza del disegno creatore che inscrive l’immagine di Dio anche nell’alleanza tra l’uomo e la donna. La terra si riempie di armonia e di fiducia quando l’alleanza tra uomo e donna è vissuta nel bene. E se l’uomo e la donna la cercano insieme tra loro e con Dio, senza dubbio la trovano. Gesù ci incoraggia esplicitamente alla testimonianza di questa bellezza che è l’immagine di Dio.
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...