giovedì 28 aprile 2016

Imparare la libertà



Allora prese la bottiglia, riempì due bicchieri e gli si avvicinò: "discutiamo della libertà". E lui si stupí, perché non credeva che la libertà potesse essere ancora argomento di discussione, dopo la brutta fine che le avevano fatto fare. Tuttavia lo inuzzolì l'ardimento un po' ingenuo con cui Edna lo guardava attraverso gli occhi spavaldi di ragazzina, che somigliavano tremendamente a quelli di un cucciolo che muove i primi passi all'aria aperta assaporando l'illusione di indipendenza, sotto lo sguardo vigile della mamma.
"Che cos'è, la libertà?", rispose.
"E' l'atto di rompere legami, sciogliere i lacci, sbrogliare i vincoli. È rifiutarsi di restare inerti in questa gabbia, uscire di casa e andare dove si vuole, salire su un treno di cui non si conosce la destinazione..."
"Dunque la libertà è fuggire" la interruppe.
"Forse, sì: è una fuga da un mondo fatto di regole scritte da altri, di pragmatiche abitudini che si fanno stanchi dogmi, di 'devi' e di 'non devi' ma soprattutto di 'puoi', perché è nel permesso il segno più violento dell'autorità, il canto funebre della libertà.
Libertà è la fuga da questa ragnatela di leggi che impedisce al corpo di fare semplicemente ciò che vuole, di essere ciò che vuole, e che lo tiene legato a terra con la gravità, impedendogli di volare come le rondini in cielo: libertà è rifiutare queste leggi, rompere la ragnatela e spiccare il volo; come Monicelli: saltare via dalle grinfie dei carcerieri della gravità".
Aurelio ci pensò qualche secondo, sorridendo. Le rondini salutavano il tramonto con volteggi dalle forme ardite, delle quali era difficile indovinare la trama. L'immagine proposta da Edna lo affascinava, ma ne intuiva l'errore senza indovinarlo esattamente, come chi, osservando il riso apparentemente giocondo di un pagliaccio, non riesca a sopprimere dentro sé un insostenibile disagio.
Dopo qualche istante rispose: "Quella di cui parli mi sembra debba chiamarsi più ragionevolmente indipendenza. L'indipendenza dell'uomo dai vincoli della responsabilità, dalla condanna del tempo che passa, dal qui e ora, dalla trappola della verità che ci costringe in una sola forma, in un tempo, in una sola misura e in nessun altra. Potremmo parlare di quanto sia triste e inutile esercizio quello di non dipendere da nessuno, ma di certo non ha nulla a che fare con la libertà. Fatico a vedere libertà nella solitudine, nell'annientamento di sé, nell'autodistruzione: ho sempre pensato che quanti coltivano l'idea pigra del suicidio come espressione emergenziale di libertà si stanno forzando a rivolgere il proprio sguardo altrove, per cercare di ignorare la paura di morire senza averlo deciso loro stessi. Ma la paura è nemica della libertà, ne è antagonista irriducibile, limite senza rimedio. E io ho la sensazione che la libertà debba essere qualcosa di più sfuggente, e non possa limitarsi all'indipendenza.
Guarda in questo bar: qui si raccoglie un paradigma di quell'umanità disperata di cui traboccano le strade. Vite consumate a tre palmi da uno schermo, nell'attesa distratta che cali la notte: lo sguardo intontonito nella frutta rotante di una slot machine, o nel procedere di vite da diorama di un film o di una serie tv.
Getta lo sguardo fuori: le strade brulicano di un'umanità obesa, adusa al male e pigramente acciambellata nell'indifferenza, che osserva il mondo con lo stesso sguardo di chi per strada rallenta per guardare un incidente. Guarda questa umanità infelice ai limiti della disperazione: è stata la malfondata idea di libertà a ridurli così, a convincerli che possa esistere una libertà che non conduce alla felicità".
Edna ascoltava fremendo, forzando se stessa per non cedere alla tentazione di interromperlo. Dopo tanto sforzo non poté più: "Parli bene tu, ma non capisci che è proprio la mancanza di libertà a costringerli ad attendere la morte di fronte a una slot machine? E' questa società bigotta che ci incastra nei suoi regolamenti, che ci violenta per tutta la vita costringendoci a uno sforzo immane quanto inutile di uscire fuori, come una mosca che sbatte mille e mille volte contro il vetro di una finestra nel tentativo di scappare".
"Ma non è fuori che troverà la libertà, Edna. La libertà non è l'atto di uscire ma il presupposto necessario per riuscirci. L'unico modo che ha quella mosca di essere libera, è comprendere la sua natura di mosca, aderire pienamente al disegno ordinato per la sua vita. Senza questa consapevolezza, potrà trovarsi dentro o fuori, ma non sarà libera".
Edna sorrise beffarda: "Dunque c'è un disegno? E chi lo avrebbe preparato, forse Dio? Quel magnifico prodotto della fantasia umana, creato dall'uomo primitivo per esorcizzare l'innata nostra paura della morte, di cui tu stesso parlavi? Quello attraverso il quale qualcuno 'ci costringe a sognare in un giardino incantato'? Ecco cos'è la Libertà: è aprire gli occhi e collegarli al cervello, e smettere di aspettare il ritorno di presunte entità paranormali, la cui assenza carica di promesse mantiene in piedi un sistema di regole e divieti, che ogni giorno sacrifica la libertà in nome di ciò che non esiste".
"Non sarò così sciocco da parlare di Dio: restiamo a terra, a ciò che sappiamo di certo. Io so di non avere le ali, e perciò so di non poter volare. Non mi interessa in questo momento domandarmi perché sono fatto così, chi o cosa mi ha voluto cosi dissimile da un airone e per quale motivo, ma è una condizione dalla quale non posso 'liberarmi'. Sono ciò che sono, e non saró mai niente di diverso. Allo stesso modo so di essere in grado di fare cose grandi e cose terribili, di avere due braccia e una testa capaci di uccidere e di costruire, di accarezzare e di distruggere. Dunque quale sarebbe la mia libertà? È forse libertà assecondare il mio potere distruttivo, liberandomi dalle leggi che me lo vietano, con la scusa di Dio?
Ora tu risponderai, Edna, che il termine della mia libertà coincide con il principio della tua, e che quindi non ho libertà di ferire ma solo di accarezzare. Ma al tempo stesso rivendichi la mia 'libertà' di distruggere me stesso, di volare fuori dalla finestra 'come una rondine'. Ma quale libertà ci sarebbe nel ridurmi a scimmiottare per qualche istante la rondine, piombando a terra l'istante successivo?
La libertà, cara Edna, sta nell'essere ciò che sono, anzi, come diceva Pindaro, nel tendere con tutte le mie forze a diventare ciò che veramente sono, resistendo con violenza alle spinte centrifughe, alla pigra tentazione di implodere, strangolando nella culla la tensione a essere altro, o la voglia di non essere niente.
E per essere ciò che sono devo superare la tracotante invidia di ciò che non sono, la sciocca illusione di poter essere tutto, o la nichilistica rinuncia a essere ciò che realmente sono, e a realizzare ciò per cui sono nato. Devo rifiutare la brama di indipendenza, e accettare di dipendere da ciò che amo.
Parlavi di rondini, ma hai notato che sono tornate da pochi giorni? Anche quest'anno hanno deciso di ritornare qui, come l'anno passato e quello precedente, nello stesso nido preparato prima dell'inverno. Solo il nostro miope sguardo umano vedrà in questo gesto un'automatica ripetizione priva di volontà: in verità la rondine è libera perché sceglie, liberamente, di essere ciò che è. Non fugge altrove, non asseconda ansie, non cede alle voglie. Accetta con entusiasmo il suo ruolo nel mondo, senza invidiare l'aquila e senza fingersi gabbiano, dedicando la propria vita a essere ciò per cui è nata.
Ciò che amo della rondine, poi, è che nel fare questo non rinuncia neanche un minuto alla propria felicità. Senti il loro canto di gioia in quest'ora per noi malinconica, nella quale il poeta pensava ai suoi cari? Danzano sopra le nostre teste e si preparano alla notte: loro non temono il buio come noi, e sanno che il sonno è vita.

video


In quei nidi intrecciati di terra e saliva questi splendidi ballerini del cielo si ameranno di un amore monogamo, libero dalla nostra ansia violenta, dalle tentazioni di cui siamo prigionieri noialtri, che seduti a una tavola imbandita cerchiamo di arraffare tutto ciò che possiamo, con l'ingordigia di chi ignora se mangerà mai più. Nelle danze delle rondini, nei loro canti mattutini e seròtini, nel loro amore sponsale e nel riposo quieto, nell'eleganza con la quale insegnano ai piccoli a viaggiare, nell'allegria immutabile con cui tornano a primavera e con cui ci lasciano nella malinconia di settembre: è in questo che dobbiamo osservare e imparare la libertà".


giovedì 10 marzo 2016

La terribile libertà

"Era difficile capire che cosa avessero in mente i cavalli; la mattinata era bella ed essi correvano. Forse la corsa e il foraggio son le sole grandi passioni equine, se si considera che Pepi e Hans erano castrati e non conoscevano l’amore come esigenza tangibile, ma soltanto come un anelito e una velatura che talvolta rivestiva di nubi sottili e lucenti il loro cosmo. Il culto del foraggio si celebrava in una mangiatoia marmorea con biade squisite, in una greppia piena di fieno fresco, al tintinnio degli anelli sulle cavezze; e si riassumeva nelle esalazioni caldo-umide della stalla, il cui afrore schietto, ammoniacale, penetrava come aghi in quel forte senso di individualità: qui sono i cavalli! 
In quanto alla corsa, doveva essere diverso. Allora la povera anima è ancora legata al branco, ove da qualche parte giunge al puledro che lo guida, o a tutti insieme, un impulso alla corsa, e si slanciano tutti incontro al vento e al sole; perché quando l’animale è solo e lo spazio gli sta aperto nelle sue quattro dimensioni, sovente un fremito di follia gli attraversa il cervello ed egli scatta via al galoppo, senza meta, e si precipita in una terribile libertà, che è vuota in una direzione come nell’altra, finché smarrito si ferma, ed è facile allettarlo al ritorno con un sacchetto d’avena. 
Pepi e Hans erano cavalli ben addestrati al tiro; si misero al trotto, battendo con gli zoccoli la strada soleggiata con le siepi di case; gli uomini apparivan loro come un brulichio grigio che non diffondeva né gioia né spavento; le mostre variopinte dei negozi, le donne sfoggianti colori luminosi, erano pezzi di prato non commestibili; i cappelli, le cravatte, i libri e i brillanti lungo la strada, un deserto."

Robert Musil, "L'uomo senza qualità" 

venerdì 15 gennaio 2016

L'"invasione" degli immigrati e l'eutanasia dell'Europa

Il punto non è la presunta invasione di immigrati mediorientali, magari eterodiretta da chissà quale regia occulta del male, che controlla tutto e riesce a farlo sempre in silenzio.
Il problema vero è che questi migranti, qualunque sia la ragione per cui entrano in Europa, trovano un deserto, più che una fortezza.
Forze fresche provenienti da terre culturalmente meno sviluppate hanno gioco facile a imporre la propria legge per le strade deserte di un continente che ha completamente perduto autocoscienza, diventando come - da ignoranti - presumiamo siano gli animali di cui non comprendiamo i gesti.
La crociata contro il presepio, o l'esposizione del crocifisso, non l'hanno fatta gli "invasori" ma noi stessi, prede di un cupio dissolvi direttamente conseguente all'opulenza grazie alla quale la borghesia ha decretato la morte di Dio.
E così assistiamo imbelli a quella che chiamiamo "invasione", che è più propriamente la triste fine di un pensiero occidentale soppresso per eutanasia. Lo abbiamo voluto noi: abbiamo sostituito Dio con la Ragione nella presunzione che questa potesse spiegarci tutto, e per convincercene abbiamo dovuto cambiare la domanda: "come?", e non più "perché?"; e disinteressarci al "perché" ci ha trasformati in liberisti, tecnocrati, scientisti... insomma disperati.
La disperazione derivante dall'assenza di un "perché" ci ha costretto a inventare la psicanalisi, ma neanche questo è bastato ed è così diventata inevitabile l'eutanasia: oggi i paesi più "avanzati" della nostra civiltà estendono il diritto al suicidio assistito (sarebbe più corretto chiamarlo omicidio consensuale) anche a coloro che - magari giovani e sani - soffrono di depressione, cioè sentono ancora il bisogno di un "perché".
Ed ecco che questa Europa, divenuta sterile e igienica corsia di un ospedale dove non si guarisce ma si muore, viene ora attraversata da popoli più giovani il cui dio è ancora vivo.
Chiudere le frontiere, sparare, ricollocare non sono soluzioni efficaci contro l'"invasione". I migranti sono portatori di una cultura più viva della nostra, perché sono ancora convinti di inseguire un "perché". Le loro vite hanno uno scopo, per folle che ci appaia, mentre le nostre non più.
E senza colpo ferire, a loro basta osservarci mentre abbattiamo da soli le nostre chiese, mentre cancelliamo da soli i nostri presepi e insegniamo ai nostri bambini che il Natale è la festa della stellina, e che un dio vale l'altro perché l'importante è volerci bene. Anche in questo caso conta solo "come" volerci bene, senza badare al "perché", che non ne è più presupposto.
E se manca il "perché" tutto è possibile, valido, lecito. Non esistono valori universali perché non esiste più l'universale.

Al centro di una città al centro d'Europa, centinaia di persone aggrediscono e molestano delle donne.
In questa occasione Angela Merkel - che è donna ed è famosa per aver dimostrato con l'intransigenza l'indissolubilità degli accordi finanziari - ammonisce: "chi viene in Europa deve rispettare la nostra cultura". Non grida alla vergogna, non denuncia l'inferiorità culturale di quanti dimostrano così di trovarsi a un gradino inferiore della civiltà, non si appella alla dignità intangibile della persona, non rivendica il valore assoluto e universale di principi non negoziabili; piuttosto si richiama al meccanico rispetto di accordi di carattere contrattualistico. Coerente: non esistendo valori universali, neanche il rispetto della donna lo è; è piuttosto una sorta di nostro costume, di tradizione valida qui e non altrove.
Languissero pure sotto veli di sottomissione le donne della penisola araba, d'altronde anche la Serracchiani e la Boldrini lo hanno indossato dimenticando che stavano ponendo sul proprio capo il sigillo della reificazione della donna, che - oggetto - deve sfuggire ai liberi sguardi dell'uomo, unico soggetto.
Abbiamo ucciso Dio, innalzando sull'altare la Ragione: ora, nel tramonto della nostra era, abbiamo condannato a morte anche la Ragione.
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