mercoledì 8 febbraio 2017

Memento. Michele Pigliucci ricorda i combattimenti per riportare Trieste all'Italia

Memento. Michele Pigliucci ricorda i combattimenti per riportare Trieste all'Italia

Tra foibe e insurrezioni per la Venezia Giulia la guerra continuò ben oltre il '45

0 commenti Stampa l'articolo



Il 25 aprile fu il giorno delle liberazione. Un giorno felice in cui l’Italia si lasciava alle spalle l’oppressione nazifascista per iniziare una nuova era. Ma a Trieste si combatteva ancora. E si combatterà fino al ’53. La città infatti fu al centro delle mire espansionistiche della Jugoslavia di Tito e si trovò divisa con la divisione dell’Europa in due blocchi contraddistinti.
Se ne è parlato lunedì durante l’incontro, nell’ambito della rassegna Memento, con Michele Pigliucci, autore di “Gli ultimi martiri del risorgimento. Gli incidenti per Trieste italiana del novembre 1953”, interessante ricerca su un capitolo della storia italiana ancora poco approfondito.
Maggio ’45. Trieste è stata appena liberata dai tedeschi, grazie all’azione delle brigate partigiane jugoslave, degli alleati, in particolare inglesi, e dei partigiani italiani del CLN. In particolare a giungere prima nella città furono i titini che, grazie all’appoggio britannico diedero inizio all’occupazione jugoslava. Fino al ’47 quando, con il Trattato di Parigi, la città divenne un piccolo stato indipendente protetto dalle Nazioni Unite, sotto il nome di Territorio Libero di Trieste. Una parte era governata dagli alleati angloamericani, un’altra dall’esercito di Tito.
Per i successivi sette anni i combattimenti continuarono tra chi voleva riportare all’Italia quelle terre volute sin dal risorgimento e gli jugoslavi che miravano al controllo di un importante porto come Trieste. Questi ultimi furono appoggiati, come spiega l’autore dagli angloamericani che vollero così portare Tito dalla propria parte approfittando delle divergenze, all’interno del blocco comunista, tra Jugoslavia e Unione Sovietica.
L’autore, dialogando con il giornalista Marino Pagano, ha dunque ricordato alcuni degli insorti nel nome di Trieste italiana, alcuni degli “ultimi martiri del risorgimento” come li definisce il titolo della sua opera.
Le mire titine sulla regione furono anche la principale causa della tragedia delle foibe, che vide scomparire migliaia di italiani, vittime di un genocidio per decenni dimenticato.
«Fu una tragedia italiana, non solo giuliana. E la presenza di un cittadino di Bitonto, città lontanissima, tra le vittime lo conferma (il riferimento è ad Emanuele Pannone, ricordato da Fiorella Carbone, ndr)» ricorda Pigliucci, sottolineando come è vero che anche l'Italia, sotto il governo fascista, fu responsabile di gravi violenze verso la minoranza slava, ponendo in essere un’italianizzazione forzata, «ma mai ci fu l’intenzione di sterminarla fisicamente».
Nella sua analisi storica l'autore punta anche il dito contro le responsabilità di Palmiro Togliatti e del Pci dell'epoca nel nascondere quelle vicende: «Il Pci incito espressamente ad accogliere gli jugoslavi come liberatori. Quella propaganda fece in modo che quei profughi che fuggivano dalla persecuzione fossero visti come fascisti nel resto d'Italia. Nonostante molti di loro fossero stati anche partigiani antifascisti».
L'incontro, infine, ha visto la presenza anche del consigliere regionale Domenico Damascelli, che ha proposto l'intitolazione ai martiri delle foibe per una strada bitontina.

Articolo pubblicato su dabitonto.com

venerdì 23 settembre 2016

Ai ragazzi di Azione Studentesca

Ho conosciuto Azione Studentesca ai tempi del liceo: erano gli ormai lontanissimi anni '90, io frequentavo il glorioso Nucleo Giulio Cesare e il responsabile cittadino era una ragazza appena ventenne di nome Giorgia Meloni.
Un'esperienza che mi ha segnato irrimediabilmente: AS era un movimento eccezionale, fatto di studenti veri che vivevano la comunità prima ancora di capire esattamente cosa significasse.
La sua grandezza è stata la capacità di incarnare lo spirito del proprio tempo: finalmente la destra mobilitava le piazze, entrava nelle occupazioni, organizzava cortei per dar voce a quanti volevano costruire un sistema scolastico incentrato sugli studenti invece che sui sindacati dei professori, protestava contro le riforme minimaliste e tecnocratiche di Berlinguer e della Moratti ma dalla prospettiva identitaria del pensiero forte, senza obbedire a chi ancora scimmiottava un '74 fuori tempo massimo.
Divenni Responsabile Nazionale di Azione Studentesca nel 2004, quando Giorgia vinse il congresso di Viterbo dando vita alla bellissima nuova stagione di Azione Giovani.
Anni indimenticabili.


Mentre guidavo AS, ebbi la soddisfazione di vederla al suo massimo splendore: per ben due anni il nostro movimento totalizzò il maggior numero di presidenti di Consulta Provinciale degli Studenti superando lo storico monopolio dell'Unione degli Studenti. Un risultato unico nella storia della destra, il cui merito va ai tantissimi ragazzi che da ogni parte d'Italia animavano e riempivano di contenuti e di passione il nostro movimento.
Mi piacerebbe ringraziarli uno per uno, ma non faccio nomi per non far torto a quanti inevitabilmente dimenticherei in un elenco brulicante di volti che hanno incarnato e dato vita a un sogno, da Pordenone a Catania passando per Reggio Emilia e Cosenza. Sarebbe bello vivere ancora con voi la passione di quegli anni, ma l'orologio del tempo non gira mai al contrario, e stare nel movimento giovanile a 34 anni sarebbe ridicolo.
A tutti coloro che hanno condiviso questa esperienza con me, e che fortuitamente sono inciampati in questa lettera, vorrei che giungesse il mio più sincero ringraziamento: per piccolo che sia, abbiamo fatto il nostro pezzo di rivoluzione. E quel che è più bello è che nel farlo ci siamo davvero divertiti.


Scopro che, a 20 anni dalla sua fondazione (letteralmente, in un millennio diverso), i sedicenni di oggi decidono di recuperare il simbolo e il nome di Azione Studentesca - un movimento nato prima di loro - per dare uno scossone a un movimento giovanile agonizzante.
Non condivido la scelta: avrei voluto che i nostri eredi avessero il coraggio e la fantasia di inventare qualcosa di completamente nuovo, perché mi è stato insegnato che qualunque idea sia già venuta a qualcun altro è un'idea vecchia.
Non condivido ma li capisco: nella completa inesistenza di un movimento giovanile loro hanno avuto voluto ripartire dagli ultimi ricordi felici, come un viandante che, persa la via e trovatosi nel mezzo di un deserto, ritornasse indietro sui suoi passi fino all'ultimo tratto riconoscibile di sentiero e da lì provasse una nuova direzione. Non è tanto colpa loro, ma di chi ha smesso di insegnare loro a gettare il cuore oltre l'ostacolo.
Ma a questo punto, ragazzi, mi auguro che sappiate recuperare non solo il simbolo di AS - quella croce che rappresenta l'immortalità dell'anima, l'eternità della lotta, il vincolo della comunità, il rigenerarsi continuo della tradizione - ma la sua tensione rivoluzionaria, la sua insoddisfazione nervosa; che sappiate individuare un percorso nuovo senza ripercorrere ciò che è stato, sfruttare gli antichi simboli come un trampolino e non come una gabbia, dimostrando che anche dall'albero secco può rinascere un ramo più verde e più alto di quello che lo ha preceduto.
Mi auguro che sappiate resistere al realismo cinico e modaiolo, percepire ogni ingiustizia al mondo come fatta sulla vostra pelle, incarnare quello spirito della comunità a volte tradito da chi avrebbe dovuto insegnarvelo, sentirvi parte di qualcosa di grande e bello, di qualcosa che è destinato a cambiare il mondo: solo così sarete in grado di cambiarlo davvero.

Ciò che farete oggi vi segnerà per tutta la vita: assaporatene ogni istante. Imboccate strade che altri vi diranno essere perdenti, affezionatevi a un'idea tanto da costringerla a divenire realtà, sognate senza timore di svegliarvi, illudetevi a costo di rimanere continuamente delusi, non vi rassegnate mai, dimostrate a voi stessi che si può incarnare davvero la fedeltà, l'onore, il coraggio, la disciplina, il superamento di sé... E rifiutate con violenza i consigli di chi vorrà convincervi che bisogna pensare alle cose importanti, dedicare il tempo alle cose serie..: non c'è niente al mondo più importante e più serio della vostra rivoluzione.
Se saprete aprire strade nuove, parlare linguaggi nuovi, incoronare nuovi eroi, battere nuovi sentieri senza alcun riguardo nei confronti del passato e della nostra generazione, noi probabilmente non vi capiremo. E quando non vi capiremo sarete sulla strada giusta.

In bocca al lupo.


Michele Pigliucci

martedì 28 giugno 2016

Riflessioni sul risultato di Fratelli d'Italia alle elezioni amministrative 2016

Chiunque si sia preso la briga di andare ad analizzare i risultati nazionali di Fratelli d'Italia alle amministrative, avrà senz'altro chiaro ciò che perlopiù è passato in sordina: quello che si candida a rappresentare la destra in Italia soffre di una sostanziale stagnazione dei consensi.
Malgrado i sondaggi come sempre inaffidabili facessero sperare in un 5%, il partito di Giorgia Meloni si è piantato un'altra volta sotto la sua insuperabile soglia del 4%.
Al di là di Roma, dove la figura di Giorgia candidata ha permesso al partito di raggiungere il 12,27% (comunque non esaltante), nel resto del Paese FdI registra risultati veramente sconfortanti.
Provando ad analizzare i 17 capoluoghi di provincia che sono andati al voto, otteniamo infatti una media percentuale pari al 3,87%: in questo dato spicca il 2,42% di Milano, da dove pure provengono alcuni importanti dirigenti del partito, l'1,46% di Torino e l'1,28% di Napoli, dove FdI esprimeva addirittura un candidato sindaco (trovate i dati completi a fondo pagina).
Se poi facciamo l'esercizio di escludere Roma dal calcolo della media percentuale dei voti dei capoluoghi di provincia, otteniamo un misero 3,41%.
Dunque, al netto di crisi economica, della crisi dei migranti, dell'ondata antieuropea, del lepenismo in crescita continentale, delle qualità indiscusse di Giorgia Meloni e dell'assenza di avversari credibili in tutto il centrodestra, il partito rimane piantato al palo, tanto da far pensare che in condizioni normali potrebbe persino ridurre il proprio elettorato.
Si tratta di una vera e propria débacle, o come diremmo a Roma, una sonora scanizza.

La prima tentazione a cui è necessario resistere è quella di sottovalutare questo fallimento: si tratta di una battuta d'arresto grave, che tra l'altro porta il partito fuori dalla maggior parte delle amministrazioni pubbliche.
Ma proviamo a parlare delle cause:

Puntare al basso... ventre
La prima è senza dubbio l'assenza totale di una struttura di partito credibile: l'intero partito, infatti, ha potuto finora contare soltanto sulle capacità personali di Giorgia Meloni, sul credito di cui gode come persona onesta e capace, sulla sua capacità di distrarre consensi dai cinque stelle e dalle altre destre, e sulla sua originalità. Purtroppo questo vantaggio è stato perlopiù annientato dall'inconsistenza di un partito poco credibile, per nulla affidabile e soprattutto autoghettizzato in una marginalità politica che non fa onore alla storia di cui è erede.
Fin dalla sua fondazione carica di aspettative, e soprattutto dall'operazione che ha permesso di appropriarsi del nome "Alleanza Nazionale", FDI si è candidata a ricostruire il mondo dell'area tradizionale, sociale, nazionale, popolare, ma anche liberale e cattolica, che proprio in AN ha avuto il suo ultimo contenitore autorevole, prima che Fini perdesse il lume della ragione e azionasse la sua cintura esplosiva al centro dell'agone politico.
Mai aspettativa fu più grandemente delusa: invece che proporsi come realtà politica seria, costruttiva e autorevole, FDI si è immediatamente andata a scavare una nicchia di consenso caldo e sicuro, fatto di quella particolare categoria di popolo che non manca mai, soprattutto in periodo di crisi: gli ignoranti scontenti, gli animi semplici e arrabbiati.
È una colpa grave, anzi un vero e proprio tradimento della propria missione: finché si è all'opposizione inseguire il facile consenso della massa imbufalita è fin troppo semplice, soprattutto se quando si governava non si è data una gran prova.
Ma soprattutto è un'operazione politicamente disonesta: così facendo si rinuncia al ruolo di guida che è proprio delle élite politiche (soprattutto a destra), assecondando il moto ondoso e inconsapevole della massa, invece di indirizzarla verso una direzione come essa stessa bramerebbe.
Perché è semplicemente ingenuo - o segno di cattiva fede - trasformare in messaggio politico la legittima rabbia di una pletora crescente di scontenti. E quel che è peggio: è un'operazione che non porta voti, soprattutto quando quello spazio è già occupato dall'ingombrante presenza di un partito che sull'ignoranza urlante ha costruito un impero.
La destra nazionale (per quanto io abbia in odio il termine "destra") che si fa populismo è una vergogna storica e politica, che non rende onore - anzi, che disonora - i tanti intellettuali che hanno contribuito a costruirla come realtà complessa e autorevole.
A costoro si contrappone oggi una pletora di "organizzatori", più o meno bravi nella loro capacità di gestire il consenso (poco, a come si vede), ma comunque ideologicamente contrari a qualsiasi forma di elaborazione, allergici alla complessità, restii alla discussione vista come borghese orpello contrapposto all'azione, eletta a divinità fine a se stessa dagli slogan che esaltano "la magia del fare". Una magia vuota, se al verbo fare non segue un complemento oggetto che funga da aggettivo qualitativo. Fare il bene del Paese o, come avremmo detto quando ci credevamo tutti, fare la rivoluzione. Rivoluzione che invece stanno facendo proprio i 5 stelle, fondandola su un sistema di valori perlopiù antitetico al nostro e condannandoci all'umiliante posizione di "reazione".
Si spiegano così, in FDI, i richiami ossessivi all'orgoglio populista e al lepenismo, l'uso di un linguaggio ricercatamente triviale, la semplificazione offensiva dei problemi più complessi, e la loro riduzione in slogan da curva.
Perché se è vero che la politica è anche di linguaggio, le scelte comunicative di FDI fanno letteralmente cadere le braccia.
La campagna elettorale romana è stata aperta da un volantino sul quale figurava la foto di Giorgia accompagnata da una matita rosso-blu, al fianco della quale stavano segnate in rosso le cose contro cui FDI intendeva lottare, e in blu le cose da difendere.
Ebbene gli ideatori della campagna, nel riassumere i punti salienti della propria iniziativa politica, non trovavano di meglio che scegliere "cittadini, imprenditori, italiani" dalla parte dei buoni, e "rapinatori, banche, immigrati" nella zona rossa.
Ora, posto che di tanti problemi che Roma ha credo che quello dei rapinatori non sia esattamente il principale, e posto che mi va bene la provocazione semplicistica del mettere le banche nel gruppo dei cattivi, ciò che proprio non mi spiego è come si faccia, nel 2016, a inserire la parola "immigrati" tra le cose da combattere. Per esigenze di corsa al ribasso verso il becero, la lotta contro la clandestinità, contro i trafficanti di uomini, contro il meticciato culturale e contro i ghetti si è trasformata in una battaglia contro "gli immigrati".
Se dietro questa scelta ci fosse l'elaborazione di una precisa linea politica, l'adesione consapevole a posizione xenofobiche fuori tempo massimo, sarebbe sufficiente rassegnarsi a non votare mai più FDI e lasciare che la storia seppellisca anche questo retaggio di ignoranza politica. Invece ciò che è davvero grave è che, quando mi è capitato di interrogare alcuni tra i massimi dirigenti del partito, ho scoperto che molti di loro non aver neppure visto questo volantino, fatto in fretta e furia perché serviva del materiale da distribuire.
La magia del fare.
Tuttavia smentite ufficiali non ne ho lette, e quel che è peggio nessun giornale ha denunciato l'abominio, a riprova del fatto che FDI è ormai catalogata nel ghetto delle realtà residuali, e la sua presunta xenofobia non fa neanche più notizia.
D'altronde tutto questo si riassume nella scelta dello slogan della campagna "Questa è Roma", che richiama le atmosfere grottescamente epiche del film "300" (la scena in cui Leonida uccide un ambasciatore a tradimento in barba a qualsiasi legge d'onore, e per giustificarsi gli grida "Questa è Sparta").
Come si può pretendere di governare la capitale d'Italia e della cristianità proponendosi con uno slogan di questo genere, che tra l'altro possono capire in pochissimi?

Ignorare il mondo che cambia
Ma la vera colpa di FDI è quella di non voler vedere un mondo che cambia rapidamente e radicalmente, con una velocità e radicalità che non si esaurisce nel trinomio immigrazione, rom e Europa ladrona.
Il tema dei beni comuni, del riscaldamento globale, dei diritti degli animali, così come il tema delle tutele sociali, dei nuovi indicatori di sviluppo umano, della rapida e terribile trasformazione del mondo del lavoro, dell'accesso all'istruzione, dell'emigrazione, della coesione territoriale, della collocazione in un quadro geopolitico mutevole, sono temi di centrale importanza nell'agenda del mondo intero, e in Italia l'attenzione nei loro confronti è la ragione più profonda della fortuna dei M5S, ma in FDI non trovano il minimo spazio.
A titolo di esempio racconterò un episodio che riguarda il tema a me particolarmente caro, quello cioé legato al rispetto degli animali non umani: un'esigenza crescente sia per ragioni etiche, sia perché ad esempio il sistema alimentare fondato sull'allevamento condanna il mondo al collasso e un miliardo di persone alla fame (per approfondire leggere qui e qui).
Nella naturale dialettica fra categorie del mondo "civile" e politica, prima delle amministrative le associazioni animaliste hanno proposto ai candidati sindaco di sottoscrivere cinque punti specifici nel proprio programma, che segnassero il passo di una città più moderna a partire dal rapporto con la natura e gli animali.
FDI ha deciso di rispondere alla richiesta non programmando neppure un incontro diretto con il candidato sindaco (indovino che la scelta non sia stata di Giorgia), ma decidendo di convocarli presso un altro dirigente il quale ha aperto timidamente (e verbalmente) soltanto su alcuni argomenti, ribadendo il deciso rifiuto di qualunque impegno scritto e contrastando i punti principali, in particolare la chiusura dello zoo, retaggio oramai medievale.
So benissimo che tra i lettori di queste mie riflessioni pochi condivideranno la mia opinione circa la portata della questione animale, ma a costoro consiglio di riflettere sul fatto che tutti gli altri candidati (tranne Giachetti) hanno aderito convintamente ai 5 punti. Addirittura Marchini, che certo non è un estremista, si è recato personalmente nella sede della LAV per firmare il programma.
È lecito avere opinioni differenti, ma è miope non accorgersi quando si ha a che fare con una realtà dal peso crescente, con la quale si deve ragionare. Quantomeno concedendo udienza diretta ai rappresentanti.
Ora quello degli animalisti è soltanto un esempio di una questione di metodo più che di merito: qualche giorno dopo il mancato incontro, gli organizzatori della campagna elettorale di Giorgia hanno capito che era necessario compiacere il mondo degli animalisti, ma hanno deciso di farlo senza coinvolgere le associazioni che li raccolgono: hanno così organizzato una giornata dedicata alla questione, alla quale le associazioni principali non sono state coinvolte. Durante la giornata, Giorgia ha scelto temi e lanciato proposte che qualunque animalista considererebbe assurde. Classico caso di pezza peggiore del buco: molto meglio non parlare di un tema, che rischiare di farlo a sproposito.
 Il punto, una volta ancora, non è tanto la questione animale, quanto la prova di un atteggiamento di disprezzo nei confronti di chi ha competenza su un tema. Per alcuni l'approfondimento è considerato più un fastidioso impiccio alla rapidità e all'approssimazione della comunicazione politica, che una risorsa. Potremmo fare decine di altri esempi, che non riguardano gli animalisti ma tutte le mille e una categorie che compongono il tessuto sociale italiano, e che rappresentano con la propria attività la nuova forma di impegno politico.

Per concludere una riflessione del genere non sarebbe bello esimersi dall'impegno di proporre idee in maniera costruttiva, anche per evitare l'accusa di far parte del "partito dei no" (cit.).
FDI può sopravvivere ai propri errori. Se vuole (e non è detto che lo voglia) deve innanzitutto procedere a una radicale riorganizzazione interna. Come tutti i partiti seri, non deve fondare la propria classe dirigente sugli eletti negli enti locali (anche perché ne ha sempre di meno) o sui professionisti dell'amministrazione, e deve scindere radicalmente la fase dell'elaborazione politica da quella della traduzione in prassi.
Deve dotarsi di una direzione nazionale aperta al contributo di idee e pensiero di studiosi, docenti, intellettuali, oltre che dai rappresentanti delle categorie non solo produttive.
Questa nuova direzione nazionale dovrà farsi carico dei problemi culturali della crisi presente, non limitandosi alla contingenza economica ma estendendo il proprio sguardo al mondo che cambia, cercando di prevenire e guidare i processi e proponendo il partito come realtà di avanguardia, in grado di elaborare una proposta politica complessa e radicale, frutto dell'incrocio di competenze messe al servizio del sistema di valori, coraggiosa e in grado di proporre un sereno estremismo armato di ferrea volontà e di sguardo lungo.
Interrompere l'affannosa rincorsa alle nicchie di consenso ancora libere e proporsi invece obiettivi ambiziosi, di ampio respiro e di lungo termine, cioè la costruzione di un'alternativa dalle basi culturali e storiche solide, che si distingua per capacità di visione e per modernità tradizionalista.
Alla magia del fare, contrapponiamo la magia del pensare. E poi fare, ma fare bene.
Questa sì sarebbe una rivoluzione.

Michele Pigliucci



Risultati elettorali di Fratelli d'Italia alle amministrative del 5 giugno 2016 (dati relativi ai capoluoghi di provincia):

Bologna: 4.073 (2,40%)
Brindisi: 784 (1,68%)
Cagliari: 2.611 (3,65%)
Caserta: 1382 (3,27%)
Grosseto: 3.151 (7,87%)
Isernia: 358 (2,81%)
Latina: 4.033 (6,00%)
Milano: 12.197 (2,42%)
Napoli: 4.829 (1,28%)
Novara: 2.907 (6,61%)
Olbia: 162 (0,65%)
Pordenone: 1.536 (7,28%)
Ravenna: 1.205 (1,69%)
Rimini: 1.781 (2,91%)
Roma: 146.054 (12,27%)
Salerno: 1.175 (1,61%)
Torino: 5.259 (1,46%)
Trieste: 3.246 (4,33%)
Varese: 1.138 (3,47%)
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...