martedì 25 giugno 2019

Perché è necessario che le Zone Economiche Speciali siano solo al Sud

L'istituzione delle Zone Economiche Speciali è una misura contenuta nel Decreto Mezzogiorno proposto nel 2017 dall'allora Ministro De Vincenti (Governo Gentiloni): l'ultima misura specifica per lo sviluppo del Sud Italia, prima che l'istituzione di un apposito Ministero - dal nome ridondante e per certi versi umiliante - segnasse un forte rallentamento delle politiche per le nostre regioni in ritardo di sviluppo.


Prima del Decreto Mezzogiorno, alcune misure importanti erano state messe in campo per invertire la rotta, e in particolare il vincolo del 34% di spesa pubblica da destinare al Sud, cioé l'obbligo per lo Stato di spendere nelle regioni meridionali una cifra proporzionata alla quota di popolazione residente. Forse non tutti sanno che a oggi lo Stato investe al Sud cifre molto inferiori, dedicando la propria spesa pubblica principalmente al Centro-Nord (con buona pace della propaganda autonomista di Zaia). La norma del Decreto prevedeva che, abitando al Sud il 34% della popolazione italiana, lo Stato dovesse spendere almeno il 34% della propria spesa corrente in queste regioni.
Il vincolo del 34% è stato rinviato per troppo tempo, tanto che nel triennio scorso il Sud ha ricevuto 61 miliardi di euro in meno di quanto avrebbe avuto diritto ad avere (se non ci credete approfondite).
Il Ministro "del Sud" Lezzi ha ottenuto l'inserimento della norma nella Legge di Bilancio, presentandola come una battaglia propria (non mi risulta abbia mai citato l'autore della norma, che è De Vincenti), e recentemente Conte ha firmato il decreto. Non posso nascondere il sospetto che questo passaggio rappresenti lo zuccherino con cui preparare il Mezzogiorno alla decisione di procedere con l'autonomia differenziata, che sarebbe la lapide mortuaria per qualsiasi progetto di rilancio del Sud e quindi dell'Italia intera, perché - non si illudano i leghisti veneti e lombardi - il Paese è destinato a rimanere indietro finché non accompagnerà il suo Meridione a un degno livello di crescita, riducendo l'esigenza di migrazione interna e facendo ripartire i consumi anche in queste otto regioni, dando così sbocco e respiro alle stesse aziende del Nord.

Il Decreto Mezzogiorno prevedeva invece l'istituzione delle ZES, Zone Economiche Speciali. Si tratta di zone geograficamente definite, all'interno delle quali sono garantite agevolazioni fiscali e burocratiche alle imprese che vogliano investire. Quella delle ZES è una misura fondamentale per il Mezzogiorno, in quanto necessaria al recupero di competitività dovuto alla cronica carenza di infrastrutture (di cui è responsabile lo Stato centrale) che rende poco conveniente l'investimento industriale.
La legge prevede che siano le otto Regioni del Mezzogiorno a individuare il territorio da dedicare a ZES, che deve comprendere obbligatoriamente un porto della rete europea TEN-T, cioé un porto in grado di movimentare almeno un millesimo del traffico complessivo continentale.
Le Regioni sono chiamate a redigere un Piano di Sviluppo Strategico contenente l'indicazione dei territori da trasformare in ZES, dei collegamenti con il porto e dei settori produttivi sui quali puntare per lo sviluppo del territorio.
Malgrado il Decreto prevedesse la possibilità di accedere a questa misura per le sole Regioni del Sud e delle Isole, si sono subito levate da territorii Centro-Nord richieste di estensione della norma anche ad altre zone, in particolare il Polesine, il cratere sismico marchigiano, la costa di Livorno-Piombino. Alle radici di queste richieste ci sono legittime aspettative: tutte e tre queste zone soffrono crisi economiche importanti e sperano con l'istituzione della ZES di rilanciare la propria competitività.
Ma bisogna avere il coraggio di ammettere che la misura ha senso solamente se riservata al solo Sud Italia.
Spiego perché: l'istituzione della Zona Economica Speciale ha motivo di esistere come misura compensativa di un grave ritardo infrastrutturale, o di un significativo isolamento geografico: la competitività e l'attrattività del Mezzogiorno per le imprese è infatti grandemente compromessa dalla completa inadeguatezza di autostrade e ferrovie, sulle quali lo Stato ha investito poco prediligendo le zone del Centro-Nord. Nessuno sarebbe così imprudente da impiantare un'attività produttiva nella piana di Gioia Tauro, lontano dall'Alta Velocità, distante oltre 14 ore di camion e 10 di treno da Milano; o spendere i propri soldi per aprire il proprio capannone nel golfo di Augusta o a Taranto (per citare solo territori vicini a porti importanti) potendo scegliere di farlo, a parità di condizioni economiche, in Liguria, in Emilia-Romagna, in Veneto o in Venezia Giulia, territori geograficamente più vicini ai mercati dell'Europa centrale e grandemente infrastrutturati.
Per questa ragione i vantaggi delle ZES hanno senso solamente se dedicati ai territori che soffrono uno svantaggio di partenza che si deve recuperare con incentivi e sburocratizzazioni.
Non si tratta quindi di favorire il Mezzogiorno rispetto al Centro-Nord, ma di prendere atto che - a fronte di crisi economiche e industriali - il Settentrione ha da solo gli strumenti per risollevarsi senza aiuti, mentre il Sud è destinato a sprofondare sempre più nell'indigenza, come dimostrano gli ultimi dati pubblicati da Eurostat.

Questa è la mia opinione, ma deve non coincidere con quella di Fratelli d'Italia e in particolare dell'on. Giovanni Donzelli (che saluto, se sta leggendo questo commento) che è riuscito a far approvare alla Camera un Ordine del Giorno che impegna il Governo a inserire Piombino e Livorno tra le ZES.
È un precedente: superato il vincolo dell'estensione delle ZES soltanto al Sud tutte le aree in crisi rivendicheranno il diritto ad accedere a questo vantaggio, e gli investimenti rischiano di rimanere orientati dove già sono, annullando l'efficacia della misura.
Che Donzelli si sia battuto per il proprio territorio di riferimento è comprensibile: la politica al tempo del leghismo è frammentata in tante rivendicazioni per i propri territori, spesso a scapito di una visione complessiva e dell'interesse nazionale. Quello che stupisce, in quest'ottica, è il silenzio-assenso del Partito (che rimane l'unico veramente "nazionalista" in Parlamento) e soprattutto dei Deputati del Mezzogiorno.

La verità è che la Questione meridionale è una questione geopolitica, alla quale è legato il futuro del nostro Paese. Risolvere questa - che è la disparità territoriale interna a uno Stato più antica e più grave al mondo - significherebbe far uscire l'Italia dal pantano di una minorità che la condanna a contare poco in Europa e nel mondo, rafforzando competitività e ricchezza e restituendoci un ruolo di potenza economica di primo piano.
Una consapevolezza necessaria per chi ha una visione della politica fondata sull'interesse nazionale.
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