martedì 28 giugno 2016

Riflessioni sul risultato di Fratelli d'Italia alle elezioni amministrative 2016

Chiunque si sia preso la briga di andare ad analizzare i risultati nazionali di Fratelli d'Italia alle amministrative, avrà senz'altro chiaro ciò che perlopiù è passato in sordina: quello che si candida a rappresentare la destra in Italia soffre di una sostanziale stagnazione dei consensi.
Malgrado i sondaggi come sempre inaffidabili facessero sperare in un 5%, il partito di Giorgia Meloni si è piantato un'altra volta sotto la sua insuperabile soglia del 4%.
Al di là di Roma, dove la figura di Giorgia candidata ha permesso al partito di raggiungere il 12,27% (comunque non esaltante), nel resto del Paese FdI registra risultati veramente sconfortanti.
Provando ad analizzare i 17 capoluoghi di provincia che sono andati al voto, otteniamo infatti una media percentuale pari al 3,87%: in questo dato spicca il 2,42% di Milano, da dove pure provengono alcuni importanti dirigenti del partito, l'1,46% di Torino e l'1,28% di Napoli, dove FdI esprimeva addirittura un candidato sindaco (trovate i dati completi a fondo pagina).
Se poi facciamo l'esercizio di escludere Roma dal calcolo della media percentuale dei voti dei capoluoghi di provincia, otteniamo un misero 3,41%.
Dunque, al netto di crisi economica, della crisi dei migranti, dell'ondata antieuropea, del lepenismo in crescita continentale, delle qualità indiscusse di Giorgia Meloni e dell'assenza di avversari credibili in tutto il centrodestra, il partito rimane piantato al palo, tanto da far pensare che in condizioni normali potrebbe persino ridurre il proprio elettorato.
Si tratta di una vera e propria débacle, o come diremmo a Roma, una sonora scanizza.

La prima tentazione a cui è necessario resistere è quella di sottovalutare questo fallimento: si tratta di una battuta d'arresto grave, che tra l'altro porta il partito fuori dalla maggior parte delle amministrazioni pubbliche.
Ma proviamo a parlare delle cause:

Puntare al basso... ventre
La prima è senza dubbio l'assenza totale di una struttura di partito credibile: l'intero partito, infatti, ha potuto finora contare soltanto sulle capacità personali di Giorgia Meloni, sul credito di cui gode come persona onesta e capace, sulla sua capacità di distrarre consensi dai cinque stelle e dalle altre destre, e sulla sua originalità. Purtroppo questo vantaggio è stato perlopiù annientato dall'inconsistenza di un partito poco credibile, per nulla affidabile e soprattutto autoghettizzato in una marginalità politica che non fa onore alla storia di cui è erede.
Fin dalla sua fondazione carica di aspettative, e soprattutto dall'operazione che ha permesso di appropriarsi del nome "Alleanza Nazionale", FDI si è candidata a ricostruire il mondo dell'area tradizionale, sociale, nazionale, popolare, ma anche liberale e cattolica, che proprio in AN ha avuto il suo ultimo contenitore autorevole, prima che Fini perdesse il lume della ragione e azionasse la sua cintura esplosiva al centro dell'agone politico.
Mai aspettativa fu più grandemente delusa: invece che proporsi come realtà politica seria, costruttiva e autorevole, FDI si è immediatamente andata a scavare una nicchia di consenso caldo e sicuro, fatto di quella particolare categoria di popolo che non manca mai, soprattutto in periodo di crisi: gli ignoranti scontenti, gli animi semplici e arrabbiati.
È una colpa grave, anzi un vero e proprio tradimento della propria missione: finché si è all'opposizione inseguire il facile consenso della massa imbufalita è fin troppo semplice, soprattutto se quando si governava non si è data una gran prova.
Ma soprattutto è un'operazione politicamente disonesta: così facendo si rinuncia al ruolo di guida che è proprio delle élite politiche (soprattutto a destra), assecondando il moto ondoso e inconsapevole della massa, invece di indirizzarla verso una direzione come essa stessa bramerebbe.
Perché è semplicemente ingenuo - o segno di cattiva fede - trasformare in messaggio politico la legittima rabbia di una pletora crescente di scontenti. E quel che è peggio: è un'operazione che non porta voti, soprattutto quando quello spazio è già occupato dall'ingombrante presenza di un partito che sull'ignoranza urlante ha costruito un impero.
La destra nazionale (per quanto io abbia in odio il termine "destra") che si fa populismo è una vergogna storica e politica, che non rende onore - anzi, che disonora - i tanti intellettuali che hanno contribuito a costruirla come realtà complessa e autorevole.
A costoro si contrappone oggi una pletora di "organizzatori", più o meno bravi nella loro capacità di gestire il consenso (poco, a come si vede), ma comunque ideologicamente contrari a qualsiasi forma di elaborazione, allergici alla complessità, restii alla discussione vista come borghese orpello contrapposto all'azione, eletta a divinità fine a se stessa dagli slogan che esaltano "la magia del fare". Una magia vuota, se al verbo fare non segue un complemento oggetto che funga da aggettivo qualitativo. Fare il bene del Paese o, come avremmo detto quando ci credevamo tutti, fare la rivoluzione. Rivoluzione che invece stanno facendo proprio i 5 stelle, fondandola su un sistema di valori perlopiù antitetico al nostro e condannandoci all'umiliante posizione di "reazione".
Si spiegano così, in FDI, i richiami ossessivi all'orgoglio populista e al lepenismo, l'uso di un linguaggio ricercatamente triviale, la semplificazione offensiva dei problemi più complessi, e la loro riduzione in slogan da curva.
Perché se è vero che la politica è anche di linguaggio, le scelte comunicative di FDI fanno letteralmente cadere le braccia.
La campagna elettorale romana è stata aperta da un volantino sul quale figurava la foto di Giorgia accompagnata da una matita rosso-blu, al fianco della quale stavano segnate in rosso le cose contro cui FDI intendeva lottare, e in blu le cose da difendere.
Ebbene gli ideatori della campagna, nel riassumere i punti salienti della propria iniziativa politica, non trovavano di meglio che scegliere "cittadini, imprenditori, italiani" dalla parte dei buoni, e "rapinatori, banche, immigrati" nella zona rossa.
Ora, posto che di tanti problemi che Roma ha credo che quello dei rapinatori non sia esattamente il principale, e posto che mi va bene la provocazione semplicistica del mettere le banche nel gruppo dei cattivi, ciò che proprio non mi spiego è come si faccia, nel 2016, a inserire la parola "immigrati" tra le cose da combattere. Per esigenze di corsa al ribasso verso il becero, la lotta contro la clandestinità, contro i trafficanti di uomini, contro il meticciato culturale e contro i ghetti si è trasformata in una battaglia contro "gli immigrati".
Se dietro questa scelta ci fosse l'elaborazione di una precisa linea politica, l'adesione consapevole a posizione xenofobiche fuori tempo massimo, sarebbe sufficiente rassegnarsi a non votare mai più FDI e lasciare che la storia seppellisca anche questo retaggio di ignoranza politica. Invece ciò che è davvero grave è che, quando mi è capitato di interrogare alcuni tra i massimi dirigenti del partito, ho scoperto che molti di loro non aver neppure visto questo volantino, fatto in fretta e furia perché serviva del materiale da distribuire.
La magia del fare.
Tuttavia smentite ufficiali non ne ho lette, e quel che è peggio nessun giornale ha denunciato l'abominio, a riprova del fatto che FDI è ormai catalogata nel ghetto delle realtà residuali, e la sua presunta xenofobia non fa neanche più notizia.
D'altronde tutto questo si riassume nella scelta dello slogan della campagna "Questa è Roma", che richiama le atmosfere grottescamente epiche del film "300" (la scena in cui Leonida uccide un ambasciatore a tradimento in barba a qualsiasi legge d'onore, e per giustificarsi gli grida "Questa è Sparta").
Come si può pretendere di governare la capitale d'Italia e della cristianità proponendosi con uno slogan di questo genere, che tra l'altro possono capire in pochissimi?

Ignorare il mondo che cambia
Ma la vera colpa di FDI è quella di non voler vedere un mondo che cambia rapidamente e radicalmente, con una velocità e radicalità che non si esaurisce nel trinomio immigrazione, rom e Europa ladrona.
Il tema dei beni comuni, del riscaldamento globale, dei diritti degli animali, così come il tema delle tutele sociali, dei nuovi indicatori di sviluppo umano, della rapida e terribile trasformazione del mondo del lavoro, dell'accesso all'istruzione, dell'emigrazione, della coesione territoriale, della collocazione in un quadro geopolitico mutevole, sono temi di centrale importanza nell'agenda del mondo intero, e in Italia l'attenzione nei loro confronti è la ragione più profonda della fortuna dei M5S, ma in FDI non trovano il minimo spazio.
A titolo di esempio racconterò un episodio che riguarda il tema a me particolarmente caro, quello cioé legato al rispetto degli animali non umani: un'esigenza crescente sia per ragioni etiche, sia perché ad esempio il sistema alimentare fondato sull'allevamento condanna il mondo al collasso e un miliardo di persone alla fame (per approfondire leggere qui e qui).
Nella naturale dialettica fra categorie del mondo "civile" e politica, prima delle amministrative le associazioni animaliste hanno proposto ai candidati sindaco di sottoscrivere cinque punti specifici nel proprio programma, che segnassero il passo di una città più moderna a partire dal rapporto con la natura e gli animali.
FDI ha deciso di rispondere alla richiesta non programmando neppure un incontro diretto con il candidato sindaco (indovino che la scelta non sia stata di Giorgia), ma decidendo di convocarli presso un altro dirigente il quale ha aperto timidamente (e verbalmente) soltanto su alcuni argomenti, ribadendo il deciso rifiuto di qualunque impegno scritto e contrastando i punti principali, in particolare la chiusura dello zoo, retaggio oramai medievale.
So benissimo che tra i lettori di queste mie riflessioni pochi condivideranno la mia opinione circa la portata della questione animale, ma a costoro consiglio di riflettere sul fatto che tutti gli altri candidati (tranne Giachetti) hanno aderito convintamente ai 5 punti. Addirittura Marchini, che certo non è un estremista, si è recato personalmente nella sede della LAV per firmare il programma.
È lecito avere opinioni differenti, ma è miope non accorgersi quando si ha a che fare con una realtà dal peso crescente, con la quale si deve ragionare. Quantomeno concedendo udienza diretta ai rappresentanti.
Ora quello degli animalisti è soltanto un esempio di una questione di metodo più che di merito: qualche giorno dopo il mancato incontro, gli organizzatori della campagna elettorale di Giorgia hanno capito che era necessario compiacere il mondo degli animalisti, ma hanno deciso di farlo senza coinvolgere le associazioni che li raccolgono: hanno così organizzato una giornata dedicata alla questione, alla quale le associazioni principali non sono state coinvolte. Durante la giornata, Giorgia ha scelto temi e lanciato proposte che qualunque animalista considererebbe assurde. Classico caso di pezza peggiore del buco: molto meglio non parlare di un tema, che rischiare di farlo a sproposito.
 Il punto, una volta ancora, non è tanto la questione animale, quanto la prova di un atteggiamento di disprezzo nei confronti di chi ha competenza su un tema. Per alcuni l'approfondimento è considerato più un fastidioso impiccio alla rapidità e all'approssimazione della comunicazione politica, che una risorsa. Potremmo fare decine di altri esempi, che non riguardano gli animalisti ma tutte le mille e una categorie che compongono il tessuto sociale italiano, e che rappresentano con la propria attività la nuova forma di impegno politico.

Per concludere una riflessione del genere non sarebbe bello esimersi dall'impegno di proporre idee in maniera costruttiva, anche per evitare l'accusa di far parte del "partito dei no" (cit.).
FDI può sopravvivere ai propri errori. Se vuole (e non è detto che lo voglia) deve innanzitutto procedere a una radicale riorganizzazione interna. Come tutti i partiti seri, non deve fondare la propria classe dirigente sugli eletti negli enti locali (anche perché ne ha sempre di meno) o sui professionisti dell'amministrazione, e deve scindere radicalmente la fase dell'elaborazione politica da quella della traduzione in prassi.
Deve dotarsi di una direzione nazionale aperta al contributo di idee e pensiero di studiosi, docenti, intellettuali, oltre che dai rappresentanti delle categorie non solo produttive.
Questa nuova direzione nazionale dovrà farsi carico dei problemi culturali della crisi presente, non limitandosi alla contingenza economica ma estendendo il proprio sguardo al mondo che cambia, cercando di prevenire e guidare i processi e proponendo il partito come realtà di avanguardia, in grado di elaborare una proposta politica complessa e radicale, frutto dell'incrocio di competenze messe al servizio del sistema di valori, coraggiosa e in grado di proporre un sereno estremismo armato di ferrea volontà e di sguardo lungo.
Interrompere l'affannosa rincorsa alle nicchie di consenso ancora libere e proporsi invece obiettivi ambiziosi, di ampio respiro e di lungo termine, cioè la costruzione di un'alternativa dalle basi culturali e storiche solide, che si distingua per capacità di visione e per modernità tradizionalista.
Alla magia del fare, contrapponiamo la magia del pensare. E poi fare, ma fare bene.
Questa sì sarebbe una rivoluzione.

Michele Pigliucci



Risultati elettorali di Fratelli d'Italia alle amministrative del 5 giugno 2016 (dati relativi ai capoluoghi di provincia):

Bologna: 4.073 (2,40%)
Brindisi: 784 (1,68%)
Cagliari: 2.611 (3,65%)
Caserta: 1382 (3,27%)
Grosseto: 3.151 (7,87%)
Isernia: 358 (2,81%)
Latina: 4.033 (6,00%)
Milano: 12.197 (2,42%)
Napoli: 4.829 (1,28%)
Novara: 2.907 (6,61%)
Olbia: 162 (0,65%)
Pordenone: 1.536 (7,28%)
Ravenna: 1.205 (1,69%)
Rimini: 1.781 (2,91%)
Roma: 146.054 (12,27%)
Salerno: 1.175 (1,61%)
Torino: 5.259 (1,46%)
Trieste: 3.246 (4,33%)
Varese: 1.138 (3,47%)

giovedì 28 aprile 2016

Imparare la libertà



Allora prese la bottiglia, riempì due bicchieri e gli si avvicinò: "parliamo della libertà". E lui si stupí, perché non credeva che la libertà potesse essere ancora argomento di discussione, dopo la brutta fine che le avevano fatto fare. Tuttavia lo inuzzolì l'ardimento un po' ingenuo con cui Edna lo guardava attraverso gli occhi spavaldi di ragazzina, che somigliavano tremendamente a quelli di un cucciolo che muove i primi passi all'aria aperta assaporando l'illusione di indipendenza, sotto lo sguardo vigile della mamma.
"Che cos'è, la libertà?", rispose.
"E' l'atto di rompere legami, sciogliere i lacci, sbrogliare i vincoli. È rifiutarsi di restare inerti in questa gabbia, uscire di casa e andare dove si vuole, salire su un treno di cui non si conosce la destinazione..."
"Dunque la libertà è fuggire" la interruppe.
"Forse, sì: è una fuga da un mondo fatto di regole scritte da altri, di pragmatiche abitudini che si fanno stanchi dogmi, di 'devi' e di 'non devi' ma soprattutto di 'puoi', perché è nel permesso il segno più violento dell'autorità, il canto funebre della libertà.
Libertà è la fuga da questa ragnatela di leggi che impedisce al corpo di fare semplicemente ciò che vuole, di essere ciò che vuole, e che lo tiene legato a terra con la gravità, impedendogli di volare come le rondini in cielo: libertà è rifiutare queste leggi, rompere la ragnatela e spiccare il volo; come Monicelli: saltare via dalle grinfie dei carcerieri della gravità".
Aurelio ci pensò qualche secondo, sorridendo. Le rondini salutavano il tramonto con volteggi dalle forme ardite, delle quali era difficile indovinare la trama. L'immagine proposta da Edna lo affascinava, ma ne intuiva l'errore senza indovinarlo esattamente, come chi, osservando il riso apparentemente giocondo di un pagliaccio, non riesca a sopprimere dentro sé un insostenibile disagio.
Dopo qualche istante rispose: "Quella di cui parli mi sembra debba chiamarsi più ragionevolmente indipendenza. L'indipendenza dell'uomo dai vincoli della responsabilità, dalla condanna del tempo che passa, dal qui e ora, dalla trappola della verità che ci costringe in una sola forma, in un tempo, in una sola misura e in nessun altra. Potremmo parlare di quanto sia triste e inutile esercizio quello di non dipendere da nessuno, ma di certo non ha nulla a che fare con la libertà. Fatico a vedere libertà nella solitudine, nell'annientamento di sé, nell'autodistruzione: ho sempre pensato che quanti coltivano l'idea pigra del suicidio come espressione emergenziale di libertà si stanno forzando a rivolgere il proprio sguardo altrove, per cercare di ignorare la paura di morire senza averlo deciso loro stessi. Ma la paura è nemica della libertà, ne è antagonista irriducibile, limite senza rimedio. E io ho la sensazione che la libertà debba essere qualcosa di più sfuggente, e non possa limitarsi all'indipendenza.
Guarda in questo bar: qui si raccoglie un paradigma di quell'umanità disperata di cui traboccano le strade. Vite consumate a tre palmi da uno schermo, nell'attesa distratta che cali la notte: lo sguardo intontonito nella frutta rotante di una slot machine, o nel procedere di vite da diorama di un film o di una serie tv.
Getta lo sguardo fuori: le strade brulicano di un'umanità obesa, adusa al male e pigramente acciambellata nell'indifferenza, che osserva il mondo con lo stesso sguardo di chi per strada rallenta per guardare un incidente. Guarda questa umanità infelice ai limiti della disperazione: è stata la malfondata idea di libertà a ridurli così, a convincerli che possa esistere una libertà che non conduce alla felicità".
Edna ascoltava fremendo, forzando se stessa per non cedere alla tentazione di interromperlo. Dopo tanto sforzo non poté più: "Parli bene tu, ma non capisci che è proprio la mancanza di libertà a costringerli ad attendere la morte di fronte a una slot machine? E' questa società bigotta che ci incastra nei suoi regolamenti, che ci violenta per tutta la vita costringendoci a uno sforzo immane quanto inutile di uscire fuori, come una mosca che sbatte mille e mille volte contro il vetro di una finestra nel tentativo di scappare".
"Ma non è fuori che troverà la libertà, Edna. La libertà non è l'atto di uscire ma il presupposto necessario per riuscirci. L'unico modo che ha quella mosca di essere libera, è comprendere la sua natura di mosca, aderire pienamente al disegno ordinato per la sua vita. Senza questa consapevolezza, potrà trovarsi dentro o fuori, ma non sarà libera".
Edna sorrise beffarda: "Dunque c'è un disegno? E chi lo avrebbe preparato, forse Dio? Quel magnifico prodotto della fantasia umana, creato dall'uomo primitivo per esorcizzare l'innata nostra paura della morte, di cui tu stesso parlavi? Quello attraverso il quale qualcuno 'ci costringe a sognare in un giardino incantato'? Ecco cos'è la Libertà: è aprire gli occhi e collegarli al cervello, e smettere di aspettare il ritorno di presunte entità paranormali, la cui assenza carica di promesse mantiene in piedi un sistema di regole e divieti, che ogni giorno sacrifica la libertà in nome di ciò che non esiste".
"Non sarò così sciocco da parlare di Dio: restiamo a terra, a ciò che sappiamo di certo. Io so di non avere le ali, e perciò so di non poter volare. Non mi interessa in questo momento domandarmi perché sono fatto così, chi o cosa mi ha voluto cosi dissimile da un airone e per quale motivo, ma è una condizione dalla quale non posso 'liberarmi'. Sono ciò che sono, e non saró mai niente di diverso. Allo stesso modo so di essere in grado di fare cose grandi e cose terribili, di avere due braccia e una testa capaci di uccidere e di costruire, di accarezzare e di distruggere. Dunque quale sarebbe la mia libertà? È forse libertà assecondare il mio potere distruttivo, liberandomi dalle leggi che me lo vietano, con la scusa di Dio?
Ora tu risponderai, Edna, che il termine della mia libertà coincide con il principio della tua, e che quindi non ho libertà di ferire ma solo di accarezzare. Ma al tempo stesso rivendichi la mia 'libertà' di distruggere me stesso, di volare fuori dalla finestra 'come una rondine'. Ma quale libertà ci sarebbe nel ridurmi a scimmiottare per qualche istante la rondine, piombando a terra l'istante successivo?
La libertà, cara Edna, sta nell'essere ciò che sono, anzi, come diceva Pindaro, nel tendere con tutte le mie forze a diventare ciò che veramente sono, resistendo con violenza alle spinte centrifughe, alla pigra tentazione di implodere, strangolando nella culla la tensione a essere altro, o la voglia di non essere niente.
E per essere ciò che sono devo superare la tracotante invidia di ciò che non sono, la sciocca illusione di poter essere tutto, o la nichilistica rinuncia a essere ciò che realmente sono, e a realizzare ciò per cui sono nato. Devo rifiutare la brama di indipendenza, e accettare di dipendere da ciò che amo.
Parlavi di rondini, ma hai notato che sono tornate da pochi giorni? Anche quest'anno hanno deciso di ritornare qui, come l'anno passato e quello precedente, nello stesso nido preparato prima dell'inverno. Solo il nostro miope sguardo umano vedrà in questo gesto un'automatica ripetizione priva di volontà: in verità la rondine è libera perché sceglie, liberamente, di essere ciò che è. Non fugge altrove, non asseconda ansie, non cede alle voglie. Accetta con entusiasmo il suo ruolo nel mondo, senza invidiare l'aquila e senza fingersi gabbiano, dedicando la propria vita a essere ciò per cui è nata.
Ciò che amo della rondine, poi, è che nel fare questo non rinuncia neanche un minuto alla propria felicità. Senti il loro canto di gioia in quest'ora per noi malinconica, nella quale il poeta pensava ai suoi cari? Danzano sopra le nostre teste e si preparano alla notte: loro non temono il buio come noi, e sanno che il sonno è vita.

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In quei nidi intrecciati di terra e saliva questi splendidi ballerini del cielo si ameranno di un amore monogamo, libero dalla nostra ansia violenta, dalle tentazioni di cui siamo prigionieri noialtri, che seduti a una tavola imbandita cerchiamo di arraffare tutto ciò che possiamo, con l'ingordigia di chi ignora se mangerà mai più. Nelle danze delle rondini, nei loro canti mattutini e seròtini, nel loro amore sponsale e nel riposo quieto, nell'eleganza con la quale insegnano ai piccoli a viaggiare, nell'allegria immutabile con cui tornano a primavera e con cui ci lasciano nella malinconia di settembre: è in questo che dobbiamo osservare e imparare la libertà".


giovedì 10 marzo 2016

La terribile libertà

"Era difficile capire che cosa avessero in mente i cavalli; la mattinata era bella ed essi correvano. Forse la corsa e il foraggio son le sole grandi passioni equine, se si considera che Pepi e Hans erano castrati e non conoscevano l’amore come esigenza tangibile, ma soltanto come un anelito e una velatura che talvolta rivestiva di nubi sottili e lucenti il loro cosmo. Il culto del foraggio si celebrava in una mangiatoia marmorea con biade squisite, in una greppia piena di fieno fresco, al tintinnio degli anelli sulle cavezze; e si riassumeva nelle esalazioni caldo-umide della stalla, il cui afrore schietto, ammoniacale, penetrava come aghi in quel forte senso di individualità: qui sono i cavalli! 
In quanto alla corsa, doveva essere diverso. Allora la povera anima è ancora legata al branco, ove da qualche parte giunge al puledro che lo guida, o a tutti insieme, un impulso alla corsa, e si slanciano tutti incontro al vento e al sole; perché quando l’animale è solo e lo spazio gli sta aperto nelle sue quattro dimensioni, sovente un fremito di follia gli attraversa il cervello ed egli scatta via al galoppo, senza meta, e si precipita in una terribile libertà, che è vuota in una direzione come nell’altra, finché smarrito si ferma, ed è facile allettarlo al ritorno con un sacchetto d’avena. 
Pepi e Hans erano cavalli ben addestrati al tiro; si misero al trotto, battendo con gli zoccoli la strada soleggiata con le siepi di case; gli uomini apparivan loro come un brulichio grigio che non diffondeva né gioia né spavento; le mostre variopinte dei negozi, le donne sfoggianti colori luminosi, erano pezzi di prato non commestibili; i cappelli, le cravatte, i libri e i brillanti lungo la strada, un deserto."

Robert Musil, "L'uomo senza qualità" 

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