mercoledì 5 novembre 2014

A tutte le vittime innocenti della nostra superbia

Cos'è che risuona dall'alto dei cieli?
è un pianto sommesso, un guaito lontano.
E' Laika che piange: dov'è che noi andiamo?
Andiamo nel cielo, sogniamo la luna,
vedremo anche Marte se avremo fortuna.
A me non importa di sogni di gloria.
mi importa di Laika, che piange da sola.
 (Pasquale Pozzessere)


martedì 16 settembre 2014

Fratelli d’Italia: spunti di riflessione per ritrovare la rotta.


Mi sono convinto che all’origine della morte della Destra ci siano cause banalmente psicologiche: la frustrazione di decenni passati nel ghetto extra-costituzionale, le speranze coltivate per anni e infine spente dall’età, l’attesa di una rivoluzione che, come i Tartari di Buzzati, non sarebbe mai arrivata, tutto questo ha sopraffatto i colonnelli rendendoli incapaci di sopravvivere all'ebbrezza di un potere insperato e forse immeritato, che infatti non hanno saputo gestire.
E così, orfana di una guida e privata del presupposto di superiorità morale, la Destra politica ha concluso il proprio percorso in una violenta esplosione, lasciando dietro sé una lunga scia di frammenti che hanno proseguito per inerzia la caduta, privi di traiettoria.
Inutile cercare scuse: non ci è mancato il fiato per correre, ma il coraggio di farlo.

Non riuscendo a fare la rivoluzione tradizionalista siamo saliti mestamente sul predellino di una “rivoluzione liberale” che si è presto rivelata una stanca reazione dai contorni confusi, con tante belle donne e pochi contenuti. Coloro che dovevano guidarci sono stati sopraffatti dalla fame e si sono seduti al tavolo che avrebbero dovuto ribaltare, ignorando forse il significato di quel pasto: invece di cambiare il sistema dall’interno ne siamo diventati ingranaggi.
Non sono lacrime di coccodrillo: chi scrive ha sempre ritenuto folle mescolare esperienze politiche radicalmente differenti in un unico contenitore "popolare", adatto alle nebbie nordeuropee e incapace di descrivere le nostre bizantine differenze.
Le colpe sono proporzionate alle responsabilità, ma nessuno può sentirsi assolto: trovato l'anello del potere, invece di distruggerlo nel Monte Fato abbiamo pensato di poterlo utilizzare a nostro piacimento.
Siamo stati troppo uomini e poco hobbit.

In questo quadro si è posta la scelta, coraggiosa ma tardiva, di fondare Fratelli d'Italia: il nuovo partito intendeva raccogliere intorno a sé gli orfani della cultura politica tradizionalista, proponendo inizialmente non la stanca riedizione di AN ma il recupero dell'asse con il mondo cattolico e il mondo liberale ma con un maggiore equilibrio fra le parti, che avrebbero dovuto conservare le proprie sacrosante specificità.

Ma a un anno e mezzo dalla sua fondazione le cose non stanno andando come sperato: al di là dei dati elettorali (tutto sommato discreti) la sensazione è che il partito non sia in grado di proporre una visione del mondo che gli permetta di andare oltre la propria sopravvivenza elettorale, e soprattutto che abbia rinunciato al proprio compito storico di trasmettere un sistema di valori, di proteggere un ordine tradizionale, di difendere un mondo sotto minaccia di estinzione.
La mancanza di visione prospettica ha generato un disamoramento proprio da parte degli eredi della cultura politica sulla quale il partito si sarebbe dovuto fondare, lasciando un vuoto che viene piano piano occupato da micro potentati di respiro locale, animati da contingenze elettorali e incapaci di garantire una stabilità di progetto e di costruire un'efficiente struttura partitica. Per farla breve, stiamo prendendo il peggio del PdL.

Mi permetto per questo di offrire al dibattito interno qualche elemento per il recupero di una strategia che ci permetta di rettificare la rotta; nel farlo ricordo a me stesso quanto sia importante, per non perseverare con i propri errori rendendoli irrimediabili, sapersi fermare a riflettere con coraggio e coscienza, nella consapevolezza che non vi è altra nobiltà nella politica se non nel dono realmente disinteressato di sé, e nel servizio per la causa. Nella quale, spero, crediamo ancora tutti.

·         Parlare alla testa e al cuore, non alla pancia.
Non siamo la Lega, non vogliamo essere la Lega, Dio ci scampi dal diventare come la Lega.
Il partito di Salvini è lo stesso partito delle ampolle di Bossi, della laurea del Trota, dei diamanti di Belsito e delle magliette di Calderoli. È il partito del "celodurismo" e del Tricolore da mettere "al cesso", della xenofobia e dell'ignoranza produttiva contrapposta alla cultura improduttiva.
La Lega prende voti perché parla alla pancia della gente, anzi al ventre molle e grasso, e le posizioni radicali gridate con voce roca con linguaggio da caserma sono una ricetta infallibile per alzare di un paio di punti il consenso elettorale.
FdI sembra tendere in quella direzione, sembra voler rubare i voti padani e per farlo sta assumendo lo stesso linguaggio politico delle peggiori camicie verdi: perciò si definisce l’operazione Mare Nostrum un’“idiozia”, ci si dichiara “fieri di essere ignoranti”, si invita a “mandare a quel paese” il ministro bavarese e si sceglie di intitolare una manifestazione per i marò "Fuori le palle".
Non so quale sia oggi il nostro modello di riferimento politico, se Giorgio Almirante, o Pino Rauti, Ernesto Massi, Gianfranco Fini o Giulio Andreotti, Amintore Fanfani o Don Luigi Sturzo, ma nessuno di questi personaggi è mai ricorso al turpiloquio per prendere voti.
La forma è sostanza.
FdI deve recuperare il linguaggio della Destra nazionale: deve saper parlare a tutte le classi sociali la lingua della Patria, deve proporre una visione del mondo e non soltanto la rabbiosa reazione ai problemi contingenti, non limitarsi a fare leva sulla paura o sul sensazionalismo ma proporre piuttosto un messaggio forte, rivoluzionario, rivolto alla costruzione di un mondo migliore, e non al semplice sfruttamento elettorale dell’ignoranza.
Ogni elezione è un battaglia e comporta un forte momento di accelerazione nel quale tutto viene sospeso, rimandato, commissariato. Ma con la scusa dei continui momenti di accelerazione ci siamo oramai abituati a vivere soltanto in funzione delle elezioni, trascorrendo buona parte del tempo rimanente nell'inerzia o nel recupero delle energie per il successivo appuntamento.
Risultato? FdI non va oltre il voto di contatto, fatto dei singoli cittadini che ci incontrano per strada e che per diversi motivi decidono di fidarsi di noi.
Un partito che si rispetti, e che intenda svolgere interamente la propria funzione politica, sociale e culturale, è un partito visibile e attivo anche e soprattutto nei momenti privi di scadenze elettorali, e in grado di gestire le stesse non come emergenze ma come tappe intermedie di uno stesso cammino.
FdI dovrebbe proporre un modello culturale e valoriale, e non soltanto un cartello elettorale. Avere il coraggio di difendere le proprie idee anche se le stesse dovessero non portare o far perdere voti.
E, soprattutto, nell'epoca in cui la crisi economica comporta una occupazione dell'agenda politica da parte dei temi economici e la percezione della superiorità delle questioni economiche rispetto alle questioni politiche, FdI deve avere il coraggio di rendere testimonianza del proprio sistema di valori, di saper parlare di grandi temi, perché lo scopo del partito è costruire la comunità nazionale, non vincere le elezioni.
È una questione di non poco conto: bisogna ricominciare a parlare alla testa e al cuore del popolo italiano. La pancia lasciamola a Salvini.

·         Le primarie a tutti i livelli. Una scelta già fatta.
Personalmente non sono un entusiasta delle primarie. Il ruolo principale di un partito è quello di selezionare e formare la propria classe dirigente e di proporla agli elettori assumendosene la responsabilità: le primarie spesso rappresentano la scusa per non esercitare questa responsabilità.
Tuttavia la scelta delle primarie è già stata fatta da FdI, ed è perciò irrinunciabile. Chi ha fondato questo partito lo ha fatto proprio in polemica con il meccanismo imposto da Berlusconi che aveva trasformato il PdL in un organo di sola ratifica delle decisioni del capo. Come i congressi, le primarie a tutti i livelli sono un elemento irrinunciabile della stessa esistenza di FdI, pena la contraddizione degli stessi principi fondativi.
Ed è importante non prenderci in giro: non bastano le "primarie delle idee", o i congressi a più o meno vasta partecipazione popolare e a candidato unico. Servono le primarie a ogni livello, e soprattutto le primarie per la scelta dei candidati alle elezioni comunali, alle regionali, alle politiche e alle europee. Questo è l'unico sistema possibile per impedire la creazione di un nuovo feudalesimo di partito e l'affermazione di nuovi vassalli, valvassini e valvassori, simili a quelli da cui siamo fuggiti nauseati.
Altrimenti, quantomeno, smettiamo di usare il motto “100% democrazia”.


·         La società civile
Come dice giustamente Giorgia Meloni: non c'è nulla di più civile di chi mette la propria vita a disposizione del bene comune, attraverso lo strumento della militanza politica.
E quindi è giusto contrapporre alla retorica qualunquista grillina un esercito di volontari pronti a sacrificare il proprio tempo (e spesso non solo) al servizio di un’idea, per costruire un mondo migliore.
Ma questo discorso rischia di nascondere un’autoreferenzialità pericolosa; non si può cambiare il mondo se prima non lo si capisce, e per capirlo c'è assoluto bisogno di dialogare, di confrontarsi, ma anche di coinvolgere nelle decisioni coloro che non fanno politica: fra questi sicuramente chi produce reddito, ma anche chi produce cultura e valore sociale.
Come il PdL, FdI è diventato il "partito degli eletti": i principali organi decisionali sono totalmente composti da "eletti" negli enti locali, tanto che la gerarchia di partito è oramai diventata la gerarchia dei ruoli elettivi.
Forse il partito può fare a meno di quanti hanno scelto di “servire l'idea” nel mondo produttivo, nelle aziende, nelle accademie, nei sindacati, negli istituti culturali, nelle Forze Armate, nella costruzione di una famiglia? Queste persone - che sono la realtà viva del Paese - devono essere coinvolte ai massimi vertici del Partito in proporzione con il contributo di valore che possono portare alla causa, anche se non hanno la ventura di amministrare un ente locale.
Non è solo di voti che abbiamo bisogno, ma di idee.

·         Meritocrazia e questione morale. Una volta ancora.
Parliamo fuori dai denti: quando abbiamo governato, siamo diventati troppo simili a chi combattevamo. Forse non abbiamo rubato, ma sicuramente in alcuni casi abbiamo seguito parametri differenti dal merito.
Nella Destra esiste l'attitudine a pensare che chiunque faccia parte del proprio schieramento sia automaticamente la persona migliore per occupare qualsiasi posizione: questo ha significato, in alcuni casi, che ad occupare alcune posizioni siano andati militanti della prima ora, pur se incapaci. Ma quando si sta assegnando una posizione a qualcuno, in un ruolo pubblico, si sta facendo un servizio buono o cattivo al popolo italiano. Qualunque scelta fatta nei posti di potere avrà conseguenze sulla vita del popolo italiano: e se le scelte saranno sbagliate, a pagare sarà la povera gente.
A volte abbiamo sostituito i ladri capaci della prima Repubblica con degli onesti non sempre capaci. Siamo sicuri sia meglio?
Che ci piaccia o no, nelle stanze dei bottoni devono andare coloro che credono nei nostri valori, ma che hanno la cultura e le competenze per saper manovrare quei bottoni: non basta aver frequentato per anni una sezione, né tantomeno avere un pacchetto di voti.
Si tratta di una scelta per il futuro: contribuire a costruire un paese migliore significa anche assumere credibilità di fronte al popolo italiano.
Allo stesso modo dobbiamo essere rigorosi, al nostro interno, su ciò riguardo al quale chiediamo rigore alla società.
Non è tollerabile che un consigliere regionale, condannato in via definitiva per reati connessi al proprio esercizio pubblico, rimanga seduto sulla propria poltrona senza dimettersi, senza essere cacciato dal partito, e senza neanche essere sottoposto a giudizio da qualche organo interno; e questo malgrado dichiarazioni, promesse, garanzie.
Non eravamo noi a dover "seguire l'esempio, ed essere da esempio"?
[Dopo la pubblicazione dell'articolo mi fanno notare che, nel caso citato, la condanna era di primo grado e la persona è stata sottoposta al procedimento da parte della commissione garanzia e probiviri del partito. Pur restando convinto del principio che intendevo esprimere, mi scuso dell'errore e auspico che nel futuro venga data maggiore pubblicità a questi provvedimenti]

·         Chi ha cambiato idea?
Tutto ciò di cui ho parlato sta producendo anche una grande, grave confusione sul piano dei valori. Domandarsi a quale sistema di valori facciamo riferimento è ancora necessario, perché se non si ha chiaro questo si rischia di rimanere confusi nella loro applicazione. Un documento di qualche anno fa descriveva i valori come “le stelle fisse” che indicano al viandante la direzione: sarebbe interessante chiedere ai nostri militanti e simpatizzanti di comporre la propria lista di valori fondamentali e irrinunciabili.
Probabilmente, anche se dirlo suona male, il risultato sarebbe il trinomio senza tempo: "Dio-Patria-Famiglia". Ricordo ancora quando qualche anno fa Gianfranco Fini, dal palco della manifestazione che si svolgeva ogni anno il 4 novembre a Bolzano, dopo aver sostenuto che bisognava tutelare la “minoranza italiana” in Alto Adige, propose un nuovo trinomio valoriale: "Patria-Famiglia-Lavoro". L'operazione era fin troppo chiara: eliminare "Dio" come valore della Destra, cui di lì a poco avrebbe seguito l'eliminazione della Famiglia e anche della Patria.
FdI deve avere il coraggio di recuperare questi valori imprescindibili: "Dio" significa credere nella sacralità, nella dignità e nell’intangibilità della vita, nella trascendenza, nell'immortalità dell'anima e nella fratellanza umana, nell'ordine naturale. Al di là della fede personale dei singoli, quello che chiamiamo "Dio" è un valore imprescindibile della Destra. Con buona pace di Gianfranco Fini.
Bisogna recuperare senza vergogna il termine “Patria”, per quanto desueto, perché amare la Patria è dovere di ciascuno. Per edificarla, unificarla e proteggerla i nostri padri hanno versato fiumi di sangue, sacrificando la propria felicità, il proprio patrimonio, la propria stessa vita. È la terra che ha dato i natali ai nostri eroi, ai nostri santi, agli artisti, agli esploratori e agli scienziati che hanno onorato e reso grande la nostra terra. È nostro dovere amarla e difenderla, perché è parte di ciò che siamo, è il presupposto stesso della nostra identità.
"Famiglia", infine, il più piccolo dei cerchi concentrici perché è la dimensione più intima della vita sociale. Gli alfieri della modernità anti-tradizionalista portano avanti da anni una guerra a tutto campo contro questo che è il nucleo fondante la società, e che nella sua perfezione insostituibile rappresenta il compimento della natura di ciascun uomo.
Non sta a nessuno di noi metter bocca nelle scelte personali dei singoli, ma la società, o anzi la comunità nazionale deve riconoscere l'esistenza di un solo legame naturale, fecondo e ordinato, e fondare su esso la propria esistenza. La difesa della famiglia è la battaglia del secolo, laica e tradizionale. La Destra non può mancare.




Queste precisazioni sono rese necessarie dal fatto che sempre più spesso FdI sembra brancolare nel buio in quanto al proprio ruolo nella politica e nella società italiana ed europea. Il voto favorevole al divorzio breve, la minore attenzione ai valori tradizionali, le prime goffe aperture al "matrimonio" omosessuale, sono dimostrazioni di una grande e grave confusione valoriale, che alimenta i problemi interni di cui ho parlato.
Il risultato è che il panorama politico è rimasto gravemente impoverito dall'assenza di una componente sociale e identitaria, nazionalista e comunitarista, tradizionalista e rivoluzionaria, che ha svolto nei decenni scorsi un ruolo insostituibile di argine contro la modernità, contro il pensiero debole, contro il meticciato culturale.
Solo attraverso la cultura intesa come capacità di comprendere il mondo e di ascoltare le opinioni altrui, come fedeltà al proprio sistema di valori, potremo recuperare la capacità di rappresentare quella "forza tranquilla" consapevole del proprio passato e intransigente sulla strada da percorrere nel futuro.
Si tratta di fermarsi a osservare la bussola e riprendere la rotta, aggiustandola in base alla posizione di quelle stelle fisse che, a differenza di noi, non possono sbagliare direzione.
In gioco c’è qualcosa di più importante del futuro del partito. In gioco c’è il futuro del nostro popolo.



Michele Pigliucci
militante di Fratelli d’Italia


giovedì 17 luglio 2014

"In estate le fronde sono verdi"

Egregio direttore, nel premettere il pieno rispetto e la profonda dignità che vanno riconosciuti anche alle persone omosessuali, non posso non disapprovare l'approvazione delle nozze ed adozioni gay, avvenuta nel Parlamento francese, che costituisce una pagina assai triste non solo per la Francia ma per l'intera civiltà europea. Le ragioni sono evidenti ed afferiscono alla stessa identità del matrimonio quale istituto che non può essere snaturato.

Se ciò accade, a farne le spese è l'intero tessuto sociale. Che due uomini o due donne, ancorché conviventi e decisi a formalizzare la loro unione, non possano considerarsi coniugi, è determinato dalla natura del matrimonio, che è qualcosa di ben diverso dal mero riconoscimento di un sentimento. Se così fosse, se fosse solo il sentimento a decretare la ragion d'essere di un rapporto da riconoscere pubblicamente, per quale ragione non si è mai provveduto a proporre il riconoscimento pubblico di un sentimento come l'amicizia, che pure ha preziose ricadute sociali in termini di solidarietà e mutuo aiuto?

Il motivo è semplice: il diritto non s'incarica di regolamentare tutto il reale, ma preferibilmente si concentra su ciò che ha effetti e conseguenze: esse nella dimensione pubblica. E il matrimonio ne ha molteplici, di conseguenze, che vanno dalla certificazione di una stabilità affettiva all'apertura alla procreazione fino alle possibilità educative che ciascuna coppia può assicurare ad uno o più figli. Le coppie omosessuali mancano di tutti questi requisiti: non assicurano alcuna stabilità affettiva, sono costitutivamente sterili e non rappresentano una valida possibilità educativa per i figli.

La scarsa o nulla stabilità affettiva è arcinota: McWirther e Mattison, due ricercatori gay e pertanto non tacciabili di oscurantismo, esaminando 156 coppie omosessuali hanno registrato come solo 7 di queste erano contrassegnate da una effettiva esclusività, e comunque nessuna, su 156, è durata più di 5 anni (Cfr. The Male Couple, Prentice-Hall, Englewood Cliffs 1984). Sulla costitutiva sterilità delle coppie omosessuali c'è ben poco da dire, essendo la cosa evidente, mentre sulla inopportunità di affidare ad esse l'educazione di un bambino c'è da dire che, se da un lato l'American Psychological Association si è dichiarata possibilista, d'altro lato nessuno dei 59 studi che chiamati in causa per fondare questa posizione effettua una comparazione tra un vasto, casuale e rappresentativo campione di genitori gay o lesbiche insieme ai loro figli con un campione vasto, casuale e rappresentativo di genitori sposati con i loro figli» (Cfr. Social Science Research 2012).

In altre parole, ricerche che dimostrino che crescere con due mamme o due papà non comporti rischi importanti - a meno che per ricerche non si considerino analisi svolte su campioni ridicoli e senza adeguate comparazioni - non ve ne sono. Mentre vi sono evidenze che dicono come il 12% dei figli con «genitori» omosessuali pensi al suicidio (contro il 5% dei figli di coppie eterosessuali sposate), il 40% sia propenso al tradimento (contro il 13%), il 28% sia disoccupato (contro l'8%), il 40% abbia contratto una patologia sessualmente trasmissibile (contro l'8%) il 19% sia in trattamento psicoterapeutico (contro l'8%) e più frequente sia per questi il ricorso all'assistenza sociale (Cfr. Social Science Research 2012; 41 (4):752–770). Vi sono altri dati che suffragano efficacemente il fatto che il matrimonio sia tale solo in presenza di un marito, una moglie ed eventuali figli.

Tutte le altre sono forme di relazione anche rispettabili, ma certo non assimilabili alla famiglia, istituto che, pur variando nelle epoche e da civiltà a civiltà, conserva dei caratteri immutabili. Concludo con le parole di uno studioso autorevole e non cattolico quale Claude Lévi-Strauss (1908-2009), per il quale analizzando «l'immenso repertorio delle società umane su cui, a partire da Erodoto, abbiamo informazioni, tutto quello che» potremmo «dire sul punto che ci interessa che la famiglia coniugale vi è frequentissima, e che, dove essa sembra mancare, si tratta in generale di società molto evolute». Non solo: quando si tratta di definire «proprietà invarianti, o caratteri distintivi della famiglia sommando le informazioni raccolte - scrive Lévi-Strauss - nelle società più disparate», si giunge a queste conclusioni: «1. La famiglia trae origine dal matrimonio; 2. Essa comprende il marito, la moglie, i figli nati dalla loro unione […]; 3. I membri della famiglia sono uniti fra loro da: a) Legami giuridici; b) Diritti ed obbligazioni […] c) Un » reticolo preciso di diritti e divieti» (Le regard éloigné, Librairie Plon, Paris 1983, p. 58). Perché, affrontando questi temi, non cominciamo a vederli dal punto di vista dei più fragili - cioè dei figli, tanto più se bambini – anziché dall'angolo visuale degli adulti?

da L'Adige, http://www.ladige.it/editoriali/nozze-gay-minano-societa

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